Pacific Palisades

Dario Voltolini



Al Festival Romaeuropa, dal 12 al 22 ottobre al MACRO Testaccio, andrà in scena Pacific Palisades. Testo di Dario Voltolini, musica di Nicola Tescari, voce di Alessandro Baricco.
Si possono già leggere i primi frammenti, che vengono presentati in progressione sul sito di Romaeuropa con aggiornamenti quotidiani. Ringraziamo Dario che ci ha permesso di pubblicare anche qui il bellissimo incipit del suo testo.







UNO. Dentro di noi

(Tiglio)

Il 2 giugno del 2015, Festa della Repubblica Italiana e giorno in cui,
nel 1932, nacque mio padre,
piazza Pitagora, a Torino, dopo il tramonto,
era satura del profumo dei tigli.
C’era una luna bella grassa in cielo,
ma gli angoli della piazza, il bar, i muri dei palazzi
erano bui.
(Anche ore dopo, in un altro punto della città, corso Brescia
era gonfio del profumo che il tiglio rilascia nell’aria calda,
e così era in tutta la città in ogni ora senza vento
nei suoi viali inondati di fogliame
quando attraversi attento sebbene le strade siano deserte.)
Anno dopo anno, la fioritura di questi alberi sembra far ricordare
scene passate,
ma è difficile fissarle e renderle certe, sono alla fine suggestioni
legate ai luoghi, ai viali, alla primavera in cui finiscono
le dannate scuole.
Dietro i casamenti, girato l’angolo dell’isolato,
pannelli lampeggianti segnalano
i centri massaggi silenziosi, luci al neon,
blu: c’è una stanza oltre la porta,
poi altre porte.
Puttane cinesi lavorano nel retro.

(Qui)

Qui ci abitava una mia compagna di studi con la sua famiglia
passavo a trovarla certe mattine
se ne stava a letto e parlavamo
suo fratello era molto simpatico, come lei del resto
e come tutta la famiglia
il padre l’ho conosciuto poco.

(Pacific Palisades)

Era un periodo in cui si andava di sera anche in una casa anni ’30
in riva al fiume
la padrona di casa emanava in certe sere una bellezza primordiale
e in altre sere sembrava vecchia e stanca
così il risultato era che di volta in volta era irriconoscibile.
Ebbene, tanti ma tanti anni dopo,
ci siamo rivisti.
Andava poi a fare un viaggio in California
e più o meno nello stesso periodo ci sarei dovuto andare anche io
nei messaggi che ci si era scambiati in quell’occasione
comparve l’espressione Pacific Palisades
che da allora non mi ha più lasciato
mi ha seguito come un cagnolino
come quei fazzoletti che un tempo si annodavano al dito
per ricordarci di ricordare qualcosa:
Pacific Palisades.
Un distretto occidentale della città di Los Angeles
messo lì
tra Brentwood,
Malibu,
Topanga e Santa
Monica.
Un luogo mescolato al suono del suo nome
una scena oceanica dalla costa
ma con dentro,
all’interno,
un nocciolo un seme
qualcosa che vuole fiorire
che chiede a qualcuno di farlo aprire
di lasciargli dire quello che ha da dire.
Pacific Palisades.

(Dentro di noi)

Dentro ciascuno di noi c’è un territorio
non sappiamo quanto sia segreto
ma è simile a un midollo
appare dopo l’ultima difesa dura dell’osso
in questo spazio nasce continuamente
non sai cosa
e non ha un centro forse
forse è il centro.
Quel territorio è dove si nasce di continuo.
Chi lo raggiunge può farne razzia.
Non possiamo erigere muraglie a sua difesa,
perché ci sono già, sono le ossa,
eppure qualcosa come un limite viene il sospetto
che si possa allestire in qualche modo
non tanto un confine quanto un parapetto, una ringhiera fragile,
che dia solamente un segno, spazzabile via,
ma un segno, un confine,
anche all’interno di ciò che non ha differenze,
il territorio dove continuamente si nasce.


[Continua qui.]








pubblicato da t.scarpa nella rubrica teatro il 11 giugno 2017