L’impresentabile

Gregorio Magini



Quando finalmente mi riuscì di oltrepassare il varco antitaccheggio della libreria avevo ormai la certezza che la presentazione sarebbe finita in catastrofe. Troppi, troppi i segnali di sciagura: primo, l’autore era esordiente; secondo, era un blogger: non solo dunque, e sarebbe stato abbastanza, “nato su internet”, ma già nel medesimo luogo – galeotta fu l’internet – virtualmente “concepito”; terzo, settimane dopo l’uscita del romanzo l’equanime silenzio dell’universo era stato squarciato da un singolo, inaudito paf per mano nientemeno che di Piero Morini (!) dalle pagine di L’invenzione della critica: «libro senza stile, non-libro senza libro, non sappiamo nemmeno perché ne stiamo scrivendo, forse perché tacerne, decretarne, col silenzio, l’inesistenza, sarebbe un modo troppo liberale, poco serio, neghittoso, di assecondarne la nullità?»

Vogando tra gli scaffali, pensai, mi arrovellai: c’è via di scampo? Il critico onesto, argomentai tra me, deve cominciare dividendo gli scrittori in due fazioni: gli sfigati e i tromboni; quelli che si suicidano perché non riescono a scrivere niente, e quelli che sul letto di morte si rendono conto con l’ultimo lampo di aver scritto solo oceani di pagine inutili, e spirano nel terrore. Dualismo non contraddetto dall’esistenza di mille e un libro stupendo, la cui realtà semmai porta a sospettare che a scriverlo non sia stato uno scrittore. Virai alla larga dalla top ten della settimana. La premessa, grugnii, è inconfutabile, ma si può interpretare in modi opposti:

(a) Lettura moralistica: i veri scrittori sono i non-scrittori, perché lo scrittore-quello-vero prima di tutto smette di preoccuparsi della sua persona. Gli scrittori perciò, non essendo scrittori, o avvertono che non riusciranno mai a essere ciò che vorrebbero, trovandosi così incapacitati a buttar giù anche solo una parola, o pervertono ciò che non riescono a essere, e riempiono cumuli di hard disk di qualcosa che denominano, per imitazione, scrittura, ma che è evidentemente tutt’altro: registrazione di sessioni di battitura di tasti, entropia, accumulo di k. La lettura moralistica può confinare, o anche sovrapporsi, con una

(b) Lettura misticheggiante, secondo la quale nello stesso modo in cui il santo agisce tramite la non-azione, lo scrittore vero scrive tramite la non-scrittura. Solo l’astensione da ogni scrittura può generare il libro. Il lettore – sul quale si concentrò, passando attorno agli scogli della narrativa A-Z, il fuoco della mia attenzione – pur inconsapevole del paradosso, lo avverte oscuramente, e reagisce riversando sullo scrittore un odio tanto più intenso e rabbioso quanto meno ne comprende l’origine. Il lettore non si spiega la sensazione che lo scrittore nasconda qualcosa, che abbia un delitto da farsi perdonare, come uno che getta a mare il compagno di viaggio e ne usurpa l’identità. Il lettore vede lo scrittore, vede i libri, vede lo scrittore circondato dai libri, vede i libri con sopra i nomi degli scrittori, non sa che tra di loro ci sono zero nessi causali. Proprio un gran bel cum hoc, ergo propter hoc, pensai. Il lettore razionalizza, dice che gli scrittori sono boriosi perché credono nella superiorità dell’uomo di intelletto sopra l’uomo di fatica, e dell’uomo di genio sopra quello d’intelletto, cioè: inventano un piedistallo e ci si mettono sopra. Ne fa dunque, il lettore, il lettore esponente del pubblico, il lettore-utente-cliente, una questione politica, una questione di uguaglianza. Se sapesse quanto è assoluta l’inutilità degli scrittori! L’odio si prosciugherebbe in disprezzo, il disprezzo in pena, e gli scrittori si dissolverebbero come meduse spiaggiate.

I libri, invece, mi consolai sorvolando i banchi di gadgettistica, taccuini e idee regalo, continuerebbero a moltiplicarsi come i pesci. Certo, in un primo momento per il pubblico sarebbe spiazzante trovarsi a sfogliare libri orfani, con il nome dell’autore in copertina più simile a un toponimo che a un nome di persona: «Sai? Estate scorsa andai a Moravia. Clima buono e spiagge grandi, ma che sporca l’acqua…» Forse il pubblico si metterebbe a scuotere il libro vicino all’orecchio per sentire se dentro c’è ancora uno scrittore. Potrebbe addirittura morderlo, se è vivo urlerà. Ma alla fine dovrebbe ammettere che il libro esiste a prescindere. Dopo qualche anno, sedimentato l’odio più fresco, si potrebbe addirittura assistere alla rinascita dello scrittore, in una forma nuova e limpida che non ha più alcuna pretesa di rendersi utile, di mostrarsi come più che superfluo, uno scrittore-macchietta, uno scrittore-sindrome pura. Sarebbe un obiettivo incremento del benessere generale. Fino ad allora, e probabilmente in ogni caso, gli scrittori sono odiati, più dei politici, più dei poliziotti, anche più dei pedofili (perché tutti gli scrittori sono un po’ pedofili, ma non tutti i pedofili sono scrittori). Sono i più odiati. Non passa giorno, per uno scrittore, senza che gli capiti di avvertire una emanazione di questo odio: di solito è solo un’impressione fuggente, come il brivido di un’infamia cosmica, ma può anche concretizzarsi in qualcosa di più definito, come la malevolenza di uno sguardo da un’automobile mentre attraversa la strada. Ciò induce lo scrittore a sentirsi costantemente minacciato. Perciò, in reazione a ciò, gli scrittori sono spesso nervosi, irascibili, tendenti alla reazione violenta. (Il pubblico non lo sa, ma le avanguardie ebbero la precisa funzione storica di abilitare gli scrittori a menare le mani contro il pubblico.)

Ero ormai in vista dell’approdo, lo spazio incontri: potevo rallentare, prendermela comoda. Le mie riflessioni si allargarono, si fecero più ampie e placide. Dovetti riconoscere che tutti, non solo i lettori, tutti, tutti odiano gli scrittori: li odiano i librai, più che le vecchie contadine i gatti; li odiano i poeti, che con gli scrittori non ci vogliono avere nulla a che fare, se vedono uno scrittore sputano sulla sua ombra e se ne vanno in un altro paese; li odiano gli utenti digitali, che appena ne hanno l’occasione lasciano commenti come «fai piangere, ma dalle risate», «davvero crede che le emozioni si fanno con i paroloni?», «rappresenta (male) tutto ciò che mi fa schifo». (In ogni caso, conclusi con un brivido, sempre meglio l’odio a distanza del livore stimolato dalla presenza fisica. Ah la ripugnante fisicità degli scrittori! Quelle protuberanze carnose e desiderose che hanno gli scrittori!) Mi colpì un’idea chiara, fredda, lancinante. Mi fermai. Non sapevo più dov’ero, cosa stavo facendo. Quelli che odiano gli scrittori più di tutti, avevo compreso, sono gli scrittori stessi. I libri sono pieni di scene di odio tra scrittori, oltre che, ovviamente, di odio verso gli scrittori e di odio dello scrittore verso se stesso, il suo autodisgusto. Avrei potuto aprire un libro a caso a una pagina a caso e non c’era alcun dubbio che vi avrei trovato quel disprezzo, quella bile, quella acredine, emanate in ogni direzione come materiali radioattivi. Lo spettacolo indecoroso degli scrittori che manifestano il loro vicendevole odio è il fattore che più di ogni altro, dopo la loro inutilità, contribuisce all’odio di cui sono vittime e fautori. Si sputano addosso a vicenda e poi si vergognano di sé. Invidiano gli uni le miserie degli altri. I maschi, perdono i capelli e le compagne; le femmine, perdono l’elasticità della pelle e i figli, sfinendosi per congegnare vendette letterarie elaboratissime, uccisioni di sopravvivenza, omuncolicidi tipolitografici che però, tra ripensamenti e autocensure, ovviamente non vedono mai la luce: ma chissà che fermentando nei cassetti non siano in grado comunque di fomentare tumori nei nemici? Che orrore.

Dov’ero? Cosa stavo facendo? Ricapitolando… Mi ero precipitato nella libreria Feltrinelli di *** inseguito dal presentimento che la presentazione sarebbe sfociata nel disastro. O perché non sarebbe nemmeno cominciata: sciopero dei treni, l’autore è arenato; l’autore si è sentito male, si è rotto una gamba («bene! se lo merita!» pensa il pubblico mentre finge costernazione); non c’è il pubblico; non c’è il libro, non è arrivata nemmeno una copia del libro; o per un sabotaggio: l’autore si blocca perché c’è la sua ex nel pubblico che lo fissa con sguardo di odio; o c’è un pazzo nel pubblico che monopolizza tutta la presentazione con l’energia orgonica della musica binaurale e quando l’autore lo interrompe urla «mi lasci parlare! mi lasci parlare!»; la libreria chiude a metà presentazione; il relatore non ha letto il libro e addormenta il pubblico con un discorso di quaranta minuti su un libro che non esiste scritto da un autore che non è il signore seduto accanto a lui.

Mi addentrai nello scocciante labirinto di libri con apprensione. C’era una folla, ma non solo, era in corso di un cambio di stagione repentino, ero vestito da inverno ma c’era un caldo mostruoso. Così sgusciai sudato e confuso tra un cliente e l’altro e sbucai nello spazio incontri dove già una ventina di persone si erano disposte nelle ultime file di seggiole, starnutii violentemente e il pubblico mi guardò. Dai diffusori crocidò una voce femminile: «Sta per cominciare la presentazione del libro…»

Mi accomodai tra un sosia sonnecchiante di Michele Mari e un colonnino di Estrosità rigorose di un consulente editoriale del Manganelli. Aspettai con disagio per venti minuti. Fissai le tre poltrone di fronte al pubblico, a sinistra il giornalista, a destra il critico, il microfono posato su quella vuota di mezzo, la brocca invitante sul tavolino. Per distrarmi dal fatto che stavo morendo di sete, osservai il pubblico: maggioranza di persone anziane, una decina di signore che hanno già letto il libro e sono venute alla presentazione quasi per completare l’esperienza di lettura, le solite due ragazze carine che sperano di far innamorare di sé lo scrittore per spezzargli il cuore dopo aver capito che egli è solo un pallone gonfiato nevrotico, misogino, meschino e anche taccagno, tre o quattro giovani autori che si fanno cenni di riconoscimento da lontano e poi scrutano le ragazze, molti davano segni di insofferenza. Alle 18:30 una donna arcigna vestita di nero, senza far nulla per nascondere quanto era incazzata, raggiunse il microfono e disse (con quella voce starnazzante): «Comincerà tra pochi minuti la presentazione del romanzo x…. con il critico y… e il giornalista z… alla presenza dell’autore…» Ebbe uno scatto, sbottò: «Se si degna!» e si allontanò. Il pubblico si guardò perplesso.

Passarono altri dieci minuti (alcuni se ne andarono con dei “mah”). La commessa, furiosa, si affacciò ancora due volte nella sala. La terza volta piombò dentro gridando «si degna? si degna?», afferrò il microfono e disse: «Questo signor nessuno, questo cosiddetto genio, questo fallito nato fallito che morirà fallito, prima ci avvelena il fegato con la sua insistenza, perché dobbiamo assolutamente presentare il suo libro del cazzo di cui non frega un cazzo a nessuno» – «Non esattamente…» borbottò il critico giungendo le mani. Il giornalista invece parve condividere perché sogghignò e annuì, senza peraltro alzare lo sguardo dal tablet, – «e gli dobbiamo pure stendere sotto i tappeti rossi, perché il giorno non va bene, e si cambia, e l’ora non va bene, e si cambia pure quella, e la business non va bene, vuole la prima classe, e saremmo lì lì per mandarlo a quel paese questo rompiscatole, ma abbiamo già fatto il programma, faremmo un disservizio ai nostri clienti, e allora gli cambiamo pure il biglietto del treno! E non si presenta nemmeno! E non avvisa nemmeno! Non si degna! Questo personaggio scadente, questo malato, perché è un personaggio malato e scadente, questo presunto scrittore…» e scorse la sala con sguardo spiritato come per sfidare alcuno a contraddire l’accusa. «Si dovrebbe vergognare, ma non può, perché è un uomo senza onore.»

Turbato da quest’ultimo insulto (ma lo era poi davvero?), me la svignai a testa bassa, scartando rapidamente tra gli scaffali, nell’intrico di corridoi in cui la libreria era moltiplicata, continuando a sentire sopra di me la voce spaventosa della commessa, «Io sono desolata di dovervi annunciare che la presentazione è annullata. Di questo schifo di libro.» I clienti ascoltavano costernati, con il naso all’insù. «Perché questo libro è uno schifo!» Mi gettai con uno sforzo angosciato oltre le porte automatiche, che si chiusero dietro di me tagliando l’ultimo «schifo!»

Respirai avidamente nel sole primaverile. Con questo sole, con questa primavera, pensai, ma come mi era venuto in mente di ficcarmi in una presentazione. Le donne iniziavano a spogliarsi e io pensavo ai libri, agli autografi… Aria. Aria!

Uno dei quattro giovani autori era accanto a me, solo, che fumava. Non feci in tempo a tagliare la corda, mi arpionò la spalla, scosse il capo, storse la bocca e iniziò a parlare.


Gregorio Magini ha ideato SIC - Scrittura Industriale Collettiva con cui ha prodotto In territorio nemico (minimum fax 2013). Il suo primo romanzo, La famiglia di pietra, è del 2010. Ha pubblicato racconti in diverse antologie e sulle più importanti riviste italiane. Scrive e programma a Firenze.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 9 giugno 2017