Torino, la superficialità alleata del terrore

Alessandro Perissinotto



L’altra notte, a Torino, si è combattuta, nella guerra che oppone l’Occidente al terrorismo islamista, la più paradossale delle battaglie, non contro un nemico, ma contro lo spettro di quel nemico.

“L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa” ha detto una volta Roosevelt; per noi, oggi, non è esattamente così: dobbiamo avere paura dei camion, delle auto, dei coltelli, dei kalashnikov, delle bombe, ma anche della paura che, come dimostrano i fatti di Torino, agisce esattamente come una bomba. Nelle stesse ore in cui a Londra si moriva trafitti dalle lame dei terroristi, in piazza San Carlo si rischiava di essere uccisi dal risuonare della semplice parola “bomba” che, veloce come un’onda d’urto, passava di bocca in bocca. E, dopo aver negato più volte, anche su queste colonne, il “salto di qualità” della Jihad europea, oggi mi trovo costretto ad ammettere che questo salto c’è stato; nella lotta terroristica è stata introdotta, al massimo grado di perfezionamento, un’arma potentissima: la folla. Non è più necessario imparare in internet come si fabbrica una bomba, basta gridare “attentato” e, come in una magia di Harry Potter, l’attentato si realizza, con i suoi feriti e con la sua scia di morte. La strategia iniziata l’11 settembre 2001, con la gente che si buttava dalle torri gemelle quasi agevolando l’opera devastatrice dei due aerei, ha dato l’altra sera il suo frutto più puro: ci siamo fatti un auto-attentato, abbiamo agito in maniera autolesionistica, psicotica, siamo andati incontro a un nemico invisibile (ma non inesistente) con vocazione suicida.

D’altro canto, se si chiama terrorismo è proprio perché è l’irrazionalità del terrore l’arma più potente e “irrazionalità” e “folla” formano un binomio quasi inscindibile.

"Dal solo fatto di essere parte di una folla, un uomo discende di generazioni su una scala di civiltà. Individualmente, potrebbe essere un uomo civilizzato; nella folla diviene un "barbaro"; in preda all’istinto. Un individuo nella folla è un granello di sabbia fra altri granelli di sabbia, mossi dalla volontà del vento.”

Sono parole di Gustav Le Bon, tratte dal suo Psicologia delle folle, parole che hanno più di cent’anni, che hanno preconizzato i grandi totalitarismi del Novecento, e che oggi spiegano perché l’Isis non prenda quasi mai di mira persone specifiche, ma individui colti nel loro momento di appartenenza a una folla.
Dal Bataclan, alla Promenade des Anglais, dal concerto di Manchester a London Bridge, i terroristi islamici hanno utilizzato la folla come amplificatore di distruzione: ogni individuo della folla, spinto dal vento della paura, è stato come un chiodo in un pacco esplosivo.

Ma se la folla è una bomba, occorre dire che, a Berlino, a Nizza, ma soprattutto a Torino, nulla è stato neppure tentato per disinnescarla quella bomba fatta di esseri umani. Con il senno di poi, sempre con quello, appare evidente che sarebbe stato facile prevenire gli effetti della paura.

“Vi assicuro che tanti cittadini sono al lavoro da settimane per garantire sicurezza e ordine per quella che dev’essere, comunque vada, una serata di festa” questo scriveva su Facebook la sindaca Chiara Appendino prima dell’inizio della partita, quasi che l’idea di festa fosse in grado, da sola, a scacciare la paura. Ma solo con infinita superficialità si poteva pensare che le immagini e i suoni di Nizza, di Berlino e di Manchester non rimanessero nella testa dei tifosi come un tarlo pronto a entrare in azione, solo con infinita superficialità si poteva credere che, nel giugno 2017, un evento in piazza potesse essere organizzato con i criteri di sicurezza validi anche solo un anno fa.
È la stessa superficialità che, il 29 maggio 1985, causò 39 vittime allo stadio Heysel, dove le reti erano troppo basse per contenere la violenza degli hooligans; la stessa superficialità che, il 13 febbraio del 1983, provocò 64 morti nel cinema Statuto di Torino, dove le uscite di sicurezza erano sbarrate. Con il senno di poi, sempre con quello, da quelle due tragedie si trassero utili lezioni per organizzare gli eventi calcistici e per rendere più sicuri i locali pubblici. E quasi irrita la semplicità dei provvedimenti presi, fa imbestialire la facilità con cui quelle morti avrebbero potuto essere evitate.

Pensiamo ai “Maniglioni antipanico” sulle uscite di sicurezza; prendono origine da una constatazione molto semplice: di fronte al pericolo, la folla preme sulla porta, dunque si può usare quella stessa pressione per agevolare l’apertura. Semplice, bastava pensarci, ma ci sono voluti i 64 morti dello Statuto prima che in Italia si adottassero i maniglioni antipanico. E bastava pensarci, l’altra sera, invece di limitarsi a evocare un clima di festa; bastava pensare che, nel 2017, un petardo, un boato, un evento qualsiasi avrebbe provocato il peggio. Invece c’erano le solite transenne di ferro, quelle che, una volta rovesciate, hanno piedi d’acciaio che si piantano nel corpo di chi ci rovina sopra: forse, come 34 anni fa scoprimmo i maniglioni antipanico, domani scopriremo che ci sono, che so, transenne gonfiabili, cordoni di sicurezza modulabili che consentono l’evacuazione rapida del luogo. Forse scopriremo che esistono protocolli standard per garantire corridoi di fuga e di accesso dei mezzi di soccorso, che esistono piani per evitare che una piazza si trasformi in una marea umana del tutto incontrollabile. Ma senza pensare a ciò che “forse” esiste, pensiamo a ciò che “sicuramente” esiste. Esistono regole che vietano l’utilizzo di bottiglie di vetro durante gli eventi molto affollati; se l’altra sera quelle regole fossero state rispettate, chi cadeva a terra non si sarebbe ferito su un tappeto di cocci. La colpa è dei venditori abusivi, certo. Dai panini alle bibite, tutto il mercato abusivo a Torino è controllato da un’organizzazione mafiosa: lo sanno i vigili, lo sa il Comune. Ma non si può fare niente. E allora, se non riusciamo a sconfiggere gli abusivi, quante speranze abbiamo di sconfiggere l’Isis?

Pubblicato il 5 giugno 2017 su «il mattino».








pubblicato da s.gaudino nella rubrica emergenza di specie il 5 giugno 2017