In diretta

Andrea Amerio



Place de la République e il “Café Fluctuat” “Nec Mergitur” già scomparivano, così come la grande maratona parigina partita in contemporanea con la nostra lunga marcia. Tamburi e musicisti lungo il canale Saint-Martin accompagnavano la corsa. O erano per noi? Da Saint-Denis non senti più niente fino a Ecouen, e poi, giorno dopo giorno, Saint Leu d’Esseren, Verberie, Ribécourt, Dreslincourt, Tergnier, Homblières, i nomi di questa Piccardia di boschi e canali sembrano fatti di vento.
I piedi che ora fermentano immobili nelle scarpe sotto il sedile del convoglio sparato a 300 km l’ora sono parti di un corpo ancora in viaggio, un viaggio molto più veloce che fila verso i confini del Belgio alla velocità della luce assieme ad un’invenzione e a un sogno.
Alcuni si incontreranno ancora in Germania e si riabbracceranno prima della fine di questo difficile percorso, ma ora, sparpagliati, da Saint Quentin, in sei ripartono verso casa. C’è il piemontese con il sacchetto di plastica, Gina che racconta con il suo accento siciliano dei suoi gruppi di lettura, Alfredo, ex preside a Luino e insegnante di greco e latino cui una macchinetta per l’acqua ha appena rubato la bellezza di 45 euro dalla carta di credito; Antonio, architetto di Lecce con due figli di nove e undici anni e una bella voce fonda e radiofonica che ricorda Neri Marcoré. Pierfrancesco, programmatore informatico da Meolo, vicino Mestre. Con il suo accento largo di 22 anni, canta Scream con il gruppo “Canticum diaboli” e domani ritrova Marica alla sagra della trota di Bagnarola.
Mentre mangiamo un croissant mi dice che gli pare giusto che il nostro cammino sia così assurdamente lungo e faticoso perché anche il cammino dell’Europa è assurdamente lungo e faticoso e pieno di ostacoli...

Ricordo l’unico moto di fastidio che ho provato in questi giorni in un bar tappezzato di manifestini lepenisti, da qualche parte nella Piccardia. Ma poi l’avventore serve birra portoghese e Piefrancesco che è vissuto a Lisbona se ne accorge, chiede perché. Viene fuori che è il tipo è un portoghese. La moglie si accende una sigaretta nel piccolo locale spopolato. Lui ci offre da bere. Sbagliavo io e la mia irritazione idiota. Le abbiamo viste riflesse nelle nostre scarpe queste bolle che scoppiavano appena qualcosa...

Attraversiamo i paesi di questa Francia benestante, solitaria e impaurita, srotolata in paesi di villette meravigliose e spopolate, senza fontane e senza bar. Campeggi lacustri con una gerente che pare venir fuori dai fumetti di Asterix e ricorda la pescivendola del villaggio con il grembiule e le ciabatte ai piedi aperte sul retro; un sorriso che pare avere due file di denti come quello degli squali. “Madame Thénardier” dice Antonio circondato da campi di colza e papavero. Ma il giorno dopo lei porta in stazione i partenti.

Trovo un minuto per un omaggio a Beppe Bartolini.

Un altro giorno c’è il prete polacco. Il vescovo ha detto che non ci vuole. Ci ospita in un piccolo posto. Gli lasciamo un’offerta che rifiuta. Facciamo la doccia nella sua casa che tiene come un magazzino. Due ragazzi ci lavorano, dormo nel cortile di fronte al portone d’ingresso, sotto una tettoia, loro escono a fumare ogni mezz’ora fino a notte fonda, ridendo fino alle lacrime per ragioni che ignoro.
Luisa è una guida giusta e rapida, lucidissima, sempre allegra, attenta a tutti. E poi volti nuovi per me, in questo lucente matriarcato: Giuliana che è nata a Roma ma ha passato più anni a Milano che nella sua città natale; insegnava scienze e ci ha guidato per tutte le tappe con meticolosa dedizione. Si preparava la sera su un tavolino assieme a Luisa e Anna Maria, professoressa di lettere tutta d’un pezzo, e con la dolce Solange, dal sud della Francia, che parla per noi e media la nostra follia in lingua francese.
Come è possibile che queste persone che tutta la geografia congiura a tenere distinte e lontane si siano trovate insieme dentro questa fionda e questo elastico?
Oggi Giuliana è partita, e nel tridente d’attacco la mente collettiva tutta femminile che sta guidando le tappe verrà sostituita da Luciana, una tracciatrice di percorsi salentina che si occupa di mappare sentieri di Puglia. Ci dice che ha camminato con molte persone ma che il nostro cammino è da pazzi. Poi ci sono i grandi classici: Lilly, Safira, Annamaria; presenze che da anni ogni volta pare di ritrovare più giovani e determinate nello spostarsi insieme verso nuove forme di condivisione.
Dietro le fila del nostro benevolo matriarcato, Maurizio da Pordenone, il presidente emerito (la nuova presidente è una donna, Marina), sempre più allegro e industrioso, ma anche lieto di avere scoperto, proprio lui, le virtù dell’anarchia. E poi l’insostituibile Lilias, da Napoli, che sempre ci fa trovare straordinarie cene cucinate per pochi euro in spazi sempre inediti, come uno chef che passa in rivista le cucine di tutta Europa. Il loro sforzo cosa vuol dire? Cosa li ripaga? Cosa mette in moto il dono? Dopo cena, di tanto in tanto, mette su un tango. E che dire di Sergio? Sergio è Roma. Con il suo amato camper e con tutti i problemi per il peso degli zaini, il carburante, eccetera, quest’anno sfoggia una barbetta scintillante, la battuta caustica sempre pronta, e ogni tanto lo vediamo scendere per cominciare la tappa con un cappellino morbido da golf e pantaloni di velluto a coste che arrivano appena sotto il ginocchio; ma il nostro piccolo gruppo colleziona piano piano piccole luci degli altri paesi... Sigfried che di cognome fa Mortö, dalla Germania, Solange, dalla Francia, Anton, dalla Svizzera.
Irresistibilmente sale alla mente Sereni: “Europa Europa che mi guardi, scendere inerme e assorto in un mio esile mito”... “un tuo figlio in fuga che non sa”.
Sono l’uomo con il sacchetto di plastica, e vengo dalla popolare dignità dei rustici e solenni municipi settentrionali, “muti attestati di popolo oppresso”, come disse il poeta. Uno dei narratori più inefficienti e inaffidabili che il Piemonte ricordi.
Canto questa tribù che viene da tutte le parti d’Italia e ogni tanto mi pare un branco, anche feroce, e ogni tanto una famiglia, no, di più, ogni tanto, un moto indiviso.
Persone che viaggiano puntando le unghie lontani nello spazio e proiettano le loro lunghe ombre nelle prime ore di luce radente, e poi vanno avanti per tutto il giorno: ombre sempre più corte sotto un sole che pare incattivirsi nel riflesso abbagliante di un palazzo, oppure sui riverberi rapaci dei guardrail, o su quei loro bastoncini telescopici, su quei cappelli dalle visiere luccicanti, su quei tessuti tecnici oppure ardere su quelle improbabili camicie a quadrettoni.
Anton, ad esempio, viene dalla Svizzera, direttore d’orchestra, mentre marcia canta qualche aria come Bella figlia dell’amore.
Alcuni di noi sono anche già morti.
Ricordo Angelo, di cui cantammo le gesta in un palazzo reale invaso dai bambini, e Tina, che ci ha lasciato mentre era lontana, su cime innevate, in oriente.
Perché anche la giovane repubblica ha già i tracimati chissà dove, e chissà come ancora qui, come quel tizio magro con gli occhiali, le mani gentili, il naso a becco e la barba sempre profumata da quel pezzetto di sapone molle che tiene in un portasapone di plastica rossa. Da un po’ lo tengo d’occhio quando mi parla di Lev Isaakovič Šestov e Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev, di Nietzsche, di Nina Beberova, o Rimbaud. Ribatto con Vladislav F. Chodasevič, "La notte europea e altre poesie"! Quando poi riattacchiamo con vecchi discorsi su Michael Kohlhaas, Gide e chissà cos’altro, mi accorgo che anche tutte queste cose piano piano sono rimaste indietro, come quei gruppetti musicali sul canale St. Martine.

Ora, irriducibili, seguiamo la Oise.
Mi racconta un aneddoto di un suo capriccio infantile in cui centrano Van Morrison e sua madre. Soffre di mille acciacchi, tira avanti a codeina e aspirina, ha diverse vertebre schiacciate, sciatalgia, piede morto e formicolante. Lo vedo da molti anni, cammina tutte le tappe metro dopo metro, un giorno di questi ultimi è caduto, niente di grave, qualche graffietto, qualche ortica... “A me non piace essere uno di quelli che blaterano... se non riesco più a camminare...” Io lo prendo per il culo e gli dico che lo porteranno su un piccolo trono brunito come quello di cui dice Eliot nella Terra Desolata riprendendo L’Antonio e Cleopatra di Shakespeare. Mi parla ancora di Agatha Christie e del mistero della sua opera. L’immagine di Teresa di Lisieux nei posti più impensati ci segue.
Ogni tanto dallo zaino Tobia tira fuori la bandiera per far prendere un po’ d’aria a Kaspar Hauser.
Accidenti, Tobia non è cambiato eppure è cambiato anche lui e appena sveglio alle sei di mattina lo vedi che scrive fitto su quei quaderni neri che io invece lascio intonsi, e la notte prima di dormire lo vede ancora lì, dopo le parole crociate a schema libero, a schemi concentrici; dopo le parole incrociate senza schema, dopo gli incastri consonantici, ancora lì che scrive qualcosa, i piedi come zampogne butterate per una allergia ai calzini. "E toglili gli ho detto!". Ora cammina sempre mezzo nudo, con altri calzini. Gli ho lasciato in eredità una fetta di formaggio e un tubetto di pastiglie energetiche gusto Lime da 12€ perché a Tobia il garfagnino ci voglio bene. Oltre la risata conosce la rabbia, la timidezza, e la bellezza, e deve combattere contro tutte e tre. "Così si fa gli ho detto" quando mi pareva di vederlo stendere la voce, "questo alle scuole di scrittura non lo impari".
Laura da Genova cammina con noi fin dal primo anno, classe 1945, quest’anno è uscita più di 40 volte per escursioni di sci apinismo in alta montagna; ha raggiunto più di 1000 vette; alle sei di mattina si gira una sigaretta di tabacco e se la fuma. "Dovrebbero eleggerti come sponsor delle multinazionali del tabacco".
“Altro che occhi ciechi, piedi marci e buchi grinzosi nella gola, neri come trafori di culo”, le dico. “Laura che cammina svelta con gli occhi chiari dovrebbero mettere sul pacchetto delle sigarette del mattino, altro che”.
Ci sarebbe ancora da dire d’un’autentica autorità nel campo dei cocktail, d’un talentuoso e già riconosciuto fumettista e della sua bella ragazza che lavora sugli archivi napoleonici; di Laurent il traduttore, delle editrici del glorioso marchio Verdier che ci hanno accompagnato alla partenza, di un uomo che ha lavorato nei vertici delle forze dell’ordine, delle scuole steineriane, delle botaniche dei gin e dei sensitivi, ma non c’è più tempo, davvero... Il tempo resta indietro in questa fiorita dissipazione.
La sera dopo il cammino, Antonio legge un pezzo del Manifesto di Ventotene che ispira il nostro cammino per gli Stati Uniti d’Europa:

Il lento processo, grazie al quale enormi masse di uomini si lasciavano modellare passivamente dal nuovo regime, vi si adeguavano e contribuivano così a consolidarlo, è arrestato; si è invece iniziato il processo contrario. In questa immensa ondata, che lentamente si solleva, si ritrovano tutte le forze progressiste; e, le parti più illuminate delle classi lavoratrici che si erano lasciate distogliere, dal terrore e dalle lusinghe, nella loro aspirazione ad una superiore forma di vita; gli elementi più consapevoli dei ceti intellettuali, offesi dalla degradazione cui è sottoposta l’intelligenza; imprenditori, che sentendosi capaci di nuove iniziative, vorrebbero liberarsi dalle bardature burocratiche che impacciano ogni loro movimento; tutti coloro, infine, che, per un senso innato di dignità, non sanno piegar la spina dorsale nella umiliazione della servitù.
A tutte queste forze è oggi affidata la salvezza della nostra civiltà.

Poi si mangia.
O meglio si mangiava perché la storia è finita e il piemontese dal sacchetto di plastica ora è lontano su un lungo treno stretto dentro gallerie inondate di buio, un convoglio frugato dai doganieri che pare un neon che cade di traverso in un pozzo. Luciana che non ha mai letto Gli Increati l’altro giorno ha detto: "A volte sembri spaccato in due". E "tutto è spaccato in due", ha risposto lui, citando. E ricordava il responso dei ching divenuto il titolo del libro che leggeva con furore quella notte: "Propizio è avere dove recarsi".
Qualcuno si sta recando a piedi da Parigi a Berlino.
Se non capite perché, venite a vedere.
Dicono che le fondamenta di un edificio si vedono meglio dopo l’incendio che l’ha distrutto.








pubblicato da a.amerio nella rubrica il Sogno dell’Europa il 30 maggio 2017