Sul Nobel a Mo Yan

Antonio Moresco



In queste settimane si sono lette diverse posizioni critiche sull’assegnazione del Premio Nobel a Mo Yan (a opera di persone che, in molti casi, non sembrano averlo neppure letto), tutte incentrate sulla sua presunta sudditanza al regime cinese e sul suo non essere un dissidente. Siccome a mio parere, anche quest’anno come l’anno scorso con Vargas Llosa, il Nobel è finalmente andato a uno scrittore di ampio respiro, vorrei rispondere con due semplici osservazioni.

1 – Mo Yan è un grande scrittore, uno dei più grandi che in questi anni ci siano in circolazione, a livello mondiale. Non è un semplice narratore di storie contadine, come lui stesso ama dire di sé. È uno scrittore dall’immaginazione violenta, libera e perturbante che ricorda i grandi scrittori antichi. Solo chi ha un’idea piccola e linguisticamente e culturalmente connotata della letteratura può dare prova di una simile cecità. Diversi anni fa è stato assegnato il Nobel a uno scrittore cinese dissidente: Gao Xingjiang. Io ho letto il libro che è ritenuto il suo capolavoro, La montagna dell’anima, ma non mi sembra neppure lontanamente paragonabile a quelli di Mo Yan. Può essere spiacevole e disturbante ma è incontestabile che molti scrittori e poeti del passato hanno fatto proprie ideologie anche aberranti, eppure le loro opere erano infinitamente superiori e più libere delle fossilizzazioni ideologiche dei loro stessi autori: Céline, Majakovskij, Hamsun, Brecht, Pound, Pirandello, Malaparte, Mishima… Libri come Il supplizio del legno di sandalo, Sorgo rosso e soprattutto Le sei reincarnazioni di Ximen Nao – che a me pare il suo capolavoro – sfuggono completamente a quest’uso ristretto e speculare che viene fatto della letteratura in questi anni, ci portano in una dimensione più perigliosa e più grande rispetto a quella dove si vorrebbero imprigionare sia la vita che la letteratura.

2 – Non mi pare che l’opera di Mo Yan sia un’agiografia dell’attuale potere cinese, anche se il suo autore ha fatto parte dell’esercito e di altre istituzioni statali del suo Paese. Dire questo significa non conoscerla affatto, avere lo sguardo offuscato da semplificazioni giornalistiche o assegnare un ben piccolo spazio alla letteratura. Al contrario, la sua opera ci permette di vedere – proprio perché è così radicata al ventre buio della terra e non alle strutture ideologiche e storicistiche di dominio – la stessa storia del suo grande Paese nel suo aspetto più inesplicabile, più oscuro, più violento e indomabile, liberandola dal suo gheriglio propagandistico, come avviene al massimo grado nel formidabile Le sei reincarnazioni di Ximen Nao, dove tutta la storia recente della Cina è vista addirittura attraverso gli occhi irriducibili degli animali.








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 1 novembre 2012