Invidio chi è morto ieri a Manchester

Andrea Bajani





Invidio chi è saltato in aria lunedì a Manchester perché non aveva paura, mentre io ho paura tutti i giorni. Invidio chi è saltato in aria lunedì a Manchester perché ha obbedito semplicemente al proprio desiderio. Ha desiderato andare a un concerto e, semplicemente, si è organizzato per riuscirci. Ha chiamato qualche amico oppure no; ci è andato in macchina, a piedi, oppure in bicicletta; e quando è arrivato è stato contento di esser lì.

Invidio chi è saltato in aria lunedì a Manchester, perché la paura se l’è tenuta in tasca e ha deciso di usarla in occasioni più preziose o più propizie. Ha scelto di stare insieme agli altri a condividere qualcosa, invece di barricarsi dentro casa. Ha pensato che fosse più importante, o più piacevole, andare ad un concerto invece che chiudere le tende per non essere guardato. O forse non ha pensato proprio niente, ed è uscito per istinto.

Invidio chi è saltato in aria lunedì a Manchester perché si è sentito sicuro in quello che faceva. Perché si è sentito insicuro in altre cose; sul prendere o lasciare, sul come dire o chiedere qualcosa, sullo sguardo che vedeva nello specchio, sul modo in cui aiutava il proprio figlio a crescere, sul modo in cui, da figlio, vedeva i genitori invecchiare senza sapere come arrestare la caduta, su come si fa ad assomigliare a quello che si vorrebbe diventare senza averne le istruzioni.

Invidio chi è saltato in aria lunedì a Manchester perché non aveva paura, mentre io ho paura tutti i giorni quando vedo i soldati sotto la finestra della mia camera da letto. Invidio loro che non avevano paura mentre io chiudo le tende prima di andare a dormire, perché trattengo il respiro tutti i giorni mentre passo davanti alla loro camionetta; perché io sento il cuore in gola quando vedo il dito già poggiato sul grilletto, e perché quando li oltrepasso sento quanto è inerme la mia schiena.

Invidio chi è saltato in aria lunedì a Manchester perché ha fatto una cosa normale, mentre io cambio marciapiede quando vedo i militari armati a pochi passi; perché mi sale l’ansia quando vedo che l’autobus deve fare una gimkana tra due cingolati appostati sulla strada; perché mi preoccupo se, quando lo guardo da dietro la finestra, il soldato armato di kalshnikov sta con lo sguardo tutto conficcato nello smartphone e non si guarda attorno.

Invidio chi è saltato in aria lunedì a Manchester perché la paura non gli ha fatto così tanta paura da bloccargli i piedi al pavimento. E invece io sento i miei che si stringono dentro le scarpe per colpa dei kalshnikov. Perché se ne sono fregati della frase scritta ovunque, e ovunque ribadita: perché, cioè, hanno ignorato quel percussivo “per la vostra sicurezza” che rende insicuro ogni passo che facciamo, che ci fa spaventare a ogni angolo di strada. Li invidio, perché hannno ignorato le regole basilari di ogni rissa: che se alzi le mani, chi hai di fronte colpirà. Che se tiri fuori il fucile, chi hai di fronte sparerà.


Pubblicato il 24 maggio 2017 su «il manifesto».








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 24 maggio 2017