Sotto prescrizione medica

Pietro Dell’Acqua






Tutti l’avevano detto, appena nato. Anzi, prima che uscisse, d’altronde era tradizione di famiglia. Il destino era già scritto, bisognava solo decidere il nome. Il cognome e il destino erano già scritti, bisognava decidere solo il nome. Lui comunque non avrebbe deciso niente. Sarebbe diventato medico, medico chirurgo.
La rumorosa famiglia che guardava il proprio neonato allo stesso vetro della precedente faceva anch’essa progetti sul futuro e diceva quant’è bello, quant’è caruccio, tutto suo padre, che mani forti, mani da macellaio diceva il papà macellaio.
Guardate il nostro ribattevano discretamente dall’alto quelli della famiglia altolocata, che lineamenti eleganti, che mani precise, mani da chirurgo diceva il papà chirurgo.
Guardate il nostro ribattevano calorosamente quelli della Macelleria Transgenica, che fisico stagno, che sguardo deciso, sguardo da mascalzone diceva tutto orgoglioso il papà puttaniere e rideva la mamma che se l’intendeva col portiere. Preso lo slancio ridarolo il papà esordì tutto rosso in volto ve ne racconto una, un uomo muore e va in paradiso, si presenta davanti a sanpietro che gli domanda nome, cognome e professione, medico?!, i fornitori devono rivolgersi all’entrata là in fondo… I papà Luigi e Mario risero pensando ognuno al proprio figlio col camice bianco, da macellaio e da primario.

Non era niente, ma aveva un po’ di capogiro. La testa era tutto un male, un grappolo di dolore piovuto sul cranio. Aveva provato a sdraiarsi, a dormicchiare, a prendere tisane e tranquillanti, ma non era niente, sentiva la campanella, quella dell’ultimo giro del capogiro. Invece il male non smetteva. Decise di andare dal medico.
La sala d’attesa, quando entrò quasi le venne da sboccare, traboccava di gente, gente anziana con un lungo elenco di farmaci al fianco, il primo per curare qualche vera o presunta malattia, il secondo e il terzo per attenuare gli effetti collaterali del primo, il quarto per attenuare gli effetti collaterali del secondo e del terzo… C’era da aspettare il proprio turno. Una signora disse, sfogliando le riviste da parrucchiera che occupavano il misero tavolino, e lo disse come verità rivelata, che il matrimonio, l’unione materiale, carnale e spirituale, reddituale e catastale, tra la velina e il calciatore non sarebbe durata a lungo, e nemmeno quella tra la soubrecht e il cantante, e nemmeno quella da tre soldi tra il sindaco e la bidella.
Lei se ne stava in disparte, con la testa che faceva l’otto volante, quando quel discorso finì quasi le venne da rimettere, rimetti a noi i nostri debiti come noi ci rimettiamo coi nostri debitori bisbigliava una suora col rosario in mano. Venne finalmente il suo turno, si alzò, entrò, si sedette, fece per aprir bocca per parlare, parlare delle sue emicranie, dei suoi problemi di salute, e della sua fragile personalità, sentiva che era giunto il momento di vuotare il sacco riguardo alle sue ansie e aspettative, invece rigettò addosso al medico. Questi, lavandosene mani e abiti, le consigliò di andare al pronto soccorso, dopo averla rimproverata per l’uso che lei stessa aveva dichiarato di aver fatto di alcune medicine che andavano assunte solo ed esclusivamente sotto prescrizione medica.
Ci andò. Le fecero tutti gli esami che potevano, ma non riuscirono a individuare quale male avesse. In attesa di prendere una decisione, in attesa che rientrasse il primario dalle ferie, la tennero una notte in osservazione. Comunque il dottore non sarebbe intervenuto prima di qualche giorno, c’erano altri due casi problematici già ricoverati da qualche giorno da esaminare prima del suo. C’era da aspettare il proprio turno.
Il suo vicino di letto, nei pochi momenti in cui era cosciente, parlava sempre di voli e aeroplani, aveva una grande passione per gli aquiloni, diceva di averne costruiti di incredibili e di aver vinto anche diverse gare. L’altro, che se ne stava di fronte a loro due, stava taciturno e ogni tanto esclamava scettico mah.

Il dottor Frattagli arrivò. Operò, nell’ordine stabilito, il primo dei tre casi problematici. Si trattava di un intervento estremamente difficoltoso, a detta di tutti gli infermieri, si trattava del suo vicino di letto. Il suo mal di testa andava a onde, un po’ cresceva, un po’ si chetava. Per ingannare il tempo leggeva dei giornali, qualche quotidiano. Lesse di una famiglia che protestava per la morte di un proprio caro, morto secondo loro per la negligenza del dottor Frattagli, che a giudizio della famiglia dell’encefalo del paziente aveva fatto poltiglia. Si trattava di un caso risalente a qualche mese prima, ma già caduto in prescrizione secondo le recenti norme approvate a larga maggioranza dal nuovo governo per snellire i procedimenti giudiziari. Su qualche quotidiano della parte avversa qualcuno sosteneva che prescrizioni di appena qualche giorno o qualche settimana per crimini tanto gravi erano eccessivamente basse, vogliamo di nuovo ingolfare di lavoro i tribunali? ribatteva il governo. C’era anche la foto di un giovanotto sorridente, seduto sul cofano ammaccato, una mano appoggiata sulla calandra tinta di rosso, l’altra che faceva la vì di viva il governo con indice e medio, che nel tardo pomeriggio aveva fatto filotto, falciando tre pedoni in un sol colpo, ma era stato agguantato solo la sera, quando il reato era già prescritto. I parenti delle vittime imprecavano vogliamo giustizia, vogliamo di nuovo tornare al deprecabile giustizialismo? ribatteva il governo.
Il suo vicino di letto rimase sotto i ferri. Non era più tranquilla come quand’era arrivata, non si sentiva più nelle mani giuste, chiese di potersene andare, prima il suo caso deve essere esaminato dal dottore le dissero due infermieri riconducendola a forza al suo posto.

Il dottore il giorno dopo non operò, nell’ordine stabilito, il secondo, ma fece portare a entrambi un boccale di budino e diede ordine di portarlo alla bocca. Non si trattava di budino vero e proprio, non nel sapore almeno, che era di budella o cervella, ma nella consistenza sì. L’odore era disgustoso, e non appena lo portò alla bocca le venne da vomitare. Le diedero allora da mangiare uno strano frutto violaceo, lustrato di principi attivi; dopo poco non sentiva più lo stomaco, la lingua, il naso: odori e sapori cancellati con un colpo di prugna. Trangugiò dunque tutto il contenuto della tazza, così come il suo compagno di stanza, che ubbidì senza dire beh.

Il giorno dopo quel terribile mal di capo se ne era andato. Dopo una breve visita entrambi furono dichiarati guariti. Se ne uscì prendendo l’ascensore col suo compagno di sventure che ruppe il lungo silenzio che tempi, vero signorina?, che società, che mondo stiamo consegnando ai nostri giovani?, chissà questa sventurata gioventù che futuro edificherà, mah rispose lei.
Fuori piovigginava. Aprì l’ombrello e camminando si gustò la ritrovata libertà assaporando il rumore dei passi, il tic delle gocce che si infrangevano appena sopra la testa, senza sfiorarla e scalfirla, le nubi così minacciose, le pozzanghere così paciose. Si sentiva protetta lì sotto, sentiva che nulla sarebbe potuto accaderle.
D’improvviso ebbe voglia, un bisogno ancor più forte del bere e del mangiare, di aquiloni. Si diresse subito a comprarne uno, si fermò però alla vetrina, nessuno di quelli esposti sembrava soddisfarla, aveva voglia di costruirne uno nuovo, secondo i suoi gusti. Le passarono vicino due signore chiacchieranti, ti giuro, non s’è mai visto nessuno tanto preciso nel tagliare la carne, la macelleria sta facendo fortuna da quando è subentrato il figlio, se vuoi ci andiamo, è qui vicino, chiedi una fetta di qualsiasi cosa e vedrai che taglio netto, chirurgico.


Pietro Dell’Acqua è nato a Como nel 1984. Il suo ultimo libro è Jo va a nanna (Mincione Edizioni).
Qui si può leggere il primo capitolo.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 19 maggio 2017