Fatti vivo

Chandra Livia Candiani



In vita mia
quando entro al bar
e sono sola
non sono privato cittadino,
sono di me
e di vento,
di fumo, un po’ di nebbia,
sono scalzata dalla città
e dalla regione Lombardia,
come un fringuello d’inverno
che tace male, tace invadente,
non emigra e non sta
in luogo adeguato.
Io rubo i tuoi misteri
mondo
impasto i tuoi miraggi
in un cappotto di neve:
dalla congiura del visibile
uscirne evidente.




Io mi aggiro
per casa tua
come una bestia
estranea
che indaga il territorio
con il fiuto,
ma anche come una miccia
e pure come una sentinella
con la mia pelle impressionabile,
arrossisce e sbianca
come all’età della pietra.
Io mi sento in dovere
di allegria
e vi faccio tutti storditi
di sciocchezze.
Fai luce sulle scale
accucciato nel buio
rosicchia le spine
il cane del cuore.




Estrai la freccia
non rimproverare nessuno
ma stenditi
come fa la bestia ferita
con il cielo
e non pregare nemmeno
solo conta
conta i respiri
come fossero monete
per passare oltre te,
l’orizzonte opaco
del nome.
Non anticipare
niente, non essere
a proposito, abìtuati
all’improvvisazione musicale,
a farti invisibile
nota tra le note,
vuoto capace
di urlo, di riconoscimento:
ecco, a casa
si sta così.




Piegare le ali
distendere le ali
sprimacciarsi
becchettare
buttarsi all’aria
posarsi
mettere il capo sotto l’ala
abbandonarsi
al governo del vento
contrastare l’ora del buio
con stracci di voce
nell’aria blu.
Farsi un nido
ramo su ramo
filo per filo
abbandonarlo
migrare
tornare
fissare un punto in aria
chinare il capo
aprire il becco
aspirare
il cielo
disobbedire agli angeli
e agli astronauti
farsi terra e polvere
giù giù
restituirsi
a vermi erba e assenza
di gravità:
leggero leggerissimo
chi cade.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica poesia il 17 maggio 2017