Perché accontentarsi di essere vivi, quando si può essere anche morti?

Tiziano Scarpa



Oggi ho saputo che sono già morto e che sto continuando a vivere qui e da qualche altra parte. Nel ricevere questa informazione – che non mi è stata notificata a chiare lettere, ma a me è sembrato che il senso fosse quello – sono diventato un collezionista di Flavio Favelli. Possiedo una sua opera. L’ho pagata venti euro nel negozio, anzi, nel bar che l’artista ha inaugurato oggi a Venezia, senza mediatori né curatori [1], e che resterà aperto per una settimana, in parallelo con il vernissage della Biennale d’Arte.

Il bar si trova in una vecchia bottega della Fondamenta Sant’Anna, in fondo a Via Garibaldi, a due passi dall’Arsenale.
I dettagli li descrivo dopo; dico subito la mia interpretazione (la mia esperienza): è un Bar dei Morti; è un posto che aiuta a sognare di essere morti. Ci si ritrova in un ambiente scuro, che può ricordare le opere di... no, non voglio cominciare dalle citazioni. Per chi ci tiene, le troverà in nota [2].
È il Bar dell’Angoscia, il Bar della Necessità. Ci si rende conto di essere già morti, di avere compiuto il passaggio, di essere entrati nell’eternità, in un tempo e in uno spazio che non sono più quelli dell’esistenza in vita.
Gli indizi sono chiari:
1. ci sono cose che sono sé stesse e il proprio contrario;
2. c’è compresenza di presente e passato;
3. non si può agire ma solo eseguire ciò che è prescritto.

1. Gli oggetti non-oggetti.
C’è un tavolino fatto con una corolla di sedie disposte a raggiera, e il ripiano è appoggiato sugli schienali: perciò, sedendosi non si può stare al tavolo, ma soltanto volgergli le spalle.
Ci sono lampadari in cui le cupole di vetro non contengono lampadine ma sono trafitte da tubi al neon come da spade laser: sono prodotti Ikea, ma sono stati rielaborati dall’artista, quindi sono contemporaneamente industriali e artigianali; seriali e unici.
C’è un bancone verniciato di nero che è un assemblaggio di testiere di letti e residui di altri mobili.

2. La compresenza di presente e passato.
Sulle mensole nere alla parete ci sono coppie di lattine, schiacciate una contro l’altra, a formare delle croci stondate: molte sono bibite vintage, non si trovano più sul mercato; altre sono marchi di oggi.
Ci sono vecchie bottigliette di vetro, recuperate da una fabbrica dismessa, con incisa una fessura alla base del collo simile a quelle dei salvadanai, in cui è stata infilata una moneta di vecchie lire dell’impero asburgico.
A servire i clienti ci sono due signori anziani, vestiti di scuro, in giacca e cravatta, che svolgono il proprio compito disfunzionale con precisione e affabilità (sono abitanti del quartiere che hanno dato la loro disponibilità da volontari).

3. Non si può agire ma solo mettere in atto le prescrizioni.
Un regolamento appeso alla parete, vergato a mano in calligrafia leziosa, prescrive che si può fare un unico acquisto; è vietato speculare. Si possono comprare lattine e bottigliette, ma non si può bere alcuna bibita o birra, dato che sono schiacciate, o vuote. Non si può scegliere la lattina né la bottiglietta che si preferisce: bisogna accettare quelle che i baristi estraggono da sotto il banco. Allo stesso tempo, al muro c’è un rubinetto di ottone, dalla sagoma cesellata, allacciato all’acquedotto; ho provato ad aprirlo: funziona, versa acqua in un lavabo d’altri tempi, in pietra grigia, incassato a terra, nel pavimento: dunque, al limite, in questo bar contraddittorio non si può acquistare nessuna bibita ma si può bere acqua di rubinetto.




Quindi:
violazione del principio di non-contraddizione;
equivalenza di A e non-A;
bar senza bibite ma non del tutto siccitoso;
acquisto inconsumabile;
cerimonieri straniati:
tutto questo è evidentemente un sogno a occhi aperti; sono caratteristiche tipiche dell’esperienza onirica.
Come ha insegnato Ignacio Matte Blanco:
una cosa che afferma la propria smentita;
un posto che condensa nello stesso spazio luoghi diversi;
la simultaneità di tempi sfasati;
numerosi ieri che accadono ora:
tutto ciò corrisponde al tentativo della nostra corteccia cerebrale di rappresentare con le dimensioni che abbiamo a disposizione in questo mondo un universo a quattro, cinque, sei, infinite dimensioni.

Il Bar dei Morti (ma, ripeto, sono io a chiamarlo così) in realtà un nome ce l’ha, si chiama UNIVERS, come dice la scritta luminosa verticale violacea, che Favelli ha recuperato da una vecchia insegna, e che si trova all’interno della bottega, dietro la vetrina (anche questa è un’ulteriore condensazione onirica: l’insegna esterna che sta dentro).

Le monete nelle bottigliette mi hanno ricordato l’antica usanza funebre di mettere in bocca al morto una moneta, sotto la lingua, per pagare il pedaggio al traghettatore di anime: è l’ennesimo indizio di un salto al di là della vita biologica.

Aggiungo un dettaglio che non mi sembra secondario: Favelli in persona sosta volentieri nella sua opera: con grande cordialità, oggi, a mezzogiorno, durante l’inaugurazione, rispondeva a giornalisti e visitatori, raccontava come ha realizzato i lampadari, come ha trasportato e montato il bancone, quanto gli è costato l’affitto, senza tenere nascosto nessun retroscena: è tutto qui, tutto presente, il prima e l’adesso, l’artista e la sua mostra, l’opera e la sua spiegazione, l’intenzione e il risultato, il qui e l’altrove.

Siamo contemporaneamente vivi e morti, è uno spreco accontentarsi di questo mondo.



Flavio Favelli, UNIVERS, UN NEGOZIO METAFISICO, Venezia, dall’8 al 14 maggio 2017.





[1] Con la collaborazione dell’Associazione culturale no profit Nuova Icona.

[2] Anticamera della morte di Pinot Gallizio; Ubik di Philip K. Dick, Il terzo poliziotto di Flann O’Brien, le penombre purgatoriali dei libri di Giorgio Manganelli, gli ultimi romanzi di Antonio Moresco, The Others di Alejandro Amenábar.





pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 8 maggio 2017