“Dalla biblioteca” e altri racconti

Gabriele Drago





DALLA BIBLIOTECA


Sono al banco e non mi accorgo che la signora accanto preferisce prendere la ricevuta cartacea del prestito. È il mio turno, la bibliotecaria mi chiede se la voglio anch’io ma rispondo «no, meglio non mettere ancora della carta in giro». La signora accanto si sente come rimproverata dal mio comportamento virtuoso e comincia a scusarsi. «Ho preso la ricevuta perché è comoda» sento dirmi, «mi fa da segnalibro, e poi io comunque faccio sempre la differenziata e riciclo tutto». Non capisco perché mi sta informando di queste cose, ma mi giro e le dico che fa bene a riciclare tutto, anche se nella mia mente penso che non me ne frega nulla delle sue piccole azioni quotidiane per migliorare il mondo. Inoltre, non avevo nessuna intenzione di dare il buon esempio. La mia non era una scelta ecologica ma comoda. Questo foglietto svolazzante ogni volta lo accartoccio immediatamente e me lo ficco in tasca a fare massa insieme agli scontrini della spesa. Chissà perché non le butto via subito ste cartacce.
A dire il vero neanche per questo ho detto no. Ho aggiunto la scusa della “carta in giro” solo perché se non do dei motivi alle mie azioni sto male, dato che le mie azioni spesso non hanno motivi intrinseci ma sono sempre io a doverglieli dare.
In fine alla signora dico solo un frettoloso «fa bene a riciclare», poi prendo il libro dal banco e mi dirigo verso l’uscita, unendo uno stupido «almeno quello!» al fatto che la signora fa bene a riciclare.
Giuro che non so perché ho detto “almeno quello!”, sul serio, non lo so. Questa mia inutile esclamazione suscita nella signora un meccanismo di difesa che si esprime in un flusso descrittivo e nevrotico delle rette azioni che compie ogni giorno a favore della natura.
«Sa? Noi teniamo dei corsi di riciclo nelle scuole, facciamo la differenziata, differenziamo tutto noi, e con la plastica vengono fuori delle borsettine, delle ciabattine, e degli spettacolini teatrali molto carini, molto graziosi».
La signora mi insegue. «Poi sono vegetariana da dodici anni ormai, ci manca poco che diventi vegana, amo gli animali».
«Ma se ha le scarpe di pelle!», le faccio io.
Adesso non lo so, giuro che non lo so perché ho detto questa cosa delle scarpe alla signora. Mi è scappato, non volevo ferirla mostrandole per la seconda volta la sua incoerenza, i suoi fallimenti. Subito la signora blocca l’elenco delle sue buone azioni, pianta i piedi per terra inchiodandoli con gli occhi e rimane ferma così, al centro dell’androne, con la testa bassa, a guardarsi le scarpe. Starà immobile in questa posizione per sempre, sembra.


GRANDI COSE


È presto e c’è già silenzio per le strade. Quando è così puoi scendere da Modica alta a Modica bassa senza sprecare benzina. Te la fai a folle, frenando quanto basta per non cappottare sulla curva del castello. Una volta sono arrivato fino al motel Agip, fino a piazza monumento, fino allo stretto una volta sono arrivato, a quaranta a l’ora, senza accelerare mai. Ché quando finisce l’energia cinetica ti senti soddisfatto come se avessi vinto la Parigi Dakar, perché il traguardo è là dove la macchina si ferma, è esaurire la potenza, percorrere il possibile, coprire la distanza, senza accelerare, senza frenare mai.


NON MI SEMBRA GIUSTO


La macchina l’avevo parcheggiata sulla salita di Santa Niria. Una via stretta, a senso unico, lastricata con due binari di timpe antiche ai lati e pece fresca nel mezzo.
L’auto ci passa precisa precisa da questa via stretta e in certi tratti devi chiudere gli specchietti perché altrimenti glie li lasci pari pari.
Avevo parcheggiato in questa via angusta perché è l’unica zona libera da strisce blu nell’arco di centinaia di metri e io non sapevo esattamente per quanto tempo mi sarei fermato.
A proposito delle strisce blu vorrei aprire solo una breve parentesi per dire che io non so quali siano gli accordi tra il comune e l’azienda che gestisce i parcheggi, ma sin dal principio non mi sembra giusto che qualcuno un giorno si alzi e compri chilometri di suolo pubblico per metterlo in affitto a sessanta centesimi l’ora.
Solo questo volevo dire, che non mi sembra giusto.
L’avevo messa lì perché metti che a un certo punto mi viene voglia di sdraiarmi su una panchina al sole fino a perdere i sensi, metti che la nostra discussione si faccia sempre più interessante e invece di stare attento a quello che dici devo pensare a spostare la macchina, metti che sabato mattina io voglia svegliarmi alle undici ma siccome la sera precedente, non trovando parcheggio gratuito, ho dovuto lasciare la macchina sulle strisce blu che cominciano alle otto e allora il sabato invece che alle undici mi devo alzare alle otto per andare a spostarla, metti che a un certo punto, incontrandoci, ci viene il desiderio di andare al mare e tu dirai, generosa come sempre, dai prendiamo la mia macchina e io dovrò dirti che prima devo spostare la mia per trovare un posto fuori dalle strisce blu così da lasciarla lì quanto mi pare, ma siccome sono tutti già occupati ritarderemo, perché non è che posso parcheggiare ovunque e allora sprecheremo benzina girando a vuoto mentre si farà tardi e alla fine non avrà più senso andare al mare.
Adesso io non so quali siano gli accordi tra il comune e l’azienda che gestisce i parcheggi, ma sin dal principio non mi sembra giusto che qualcuno un giorno si alzi e compri chilometri di suolo pubblico per metterlo in affitto a sessanta centesimi l’ora.
Solo questo volevo dire, che non mi sembra giusto.


MONTABBANO


Sono andato a rifare la carta d’identità perché la mia si è squagliata in lavatrice. Oh ma si è sbriciolata come l’ostia del gelato si è sbriciolata. La signora delle carte di identità mi ha detto di lavarla con l’acqua fredda la prossima volta, senza ammorbidente però, e mi ha detto pure che stava scherzando ma non è che ci avevo creduto.
Comunque, prima di arrivare allo sportello, all’ingresso principale del palazzo della cultura, dove ci sono gli uffici del comune, c’era tutta sta gente ammassata nell’androne e uno sugli scalini che la governava col megafono come un mandriano fa con le vacche.
«Ma che c’è na sommossa al comune?» ho pensato. «Li volete pagare a sti poveri cristi?», come se sapessi già che fosse questo il problema.
Quando però mi sono accorto che stavano tutti con la carta di identità in mano la mia indignazione, anche se, devo ammetterlo, superficiale, si è trasformata prima in stupore, poi in frustrazione e per ultimo in noia.
«Minchia ma talía ca chista è a fila per l’ufficio anagrafe», ho pensato.
Mentre stavo già preparando un piano d’azione alternativo che consisteva in cannolo con la crema, caffè in piazza monumento con relativa sigaretta al sole e lettura di numero due righe in libreria, mi è venuto in mente di chiedere cosa stesse succedendo qui nell’androne.
«Montabbano», mi ha detto uno che stava lì sulle punte a cercare di farsi spazio.
«Montabbano… montabbano che cosa?» ho continuato io.
«Montabbano»
«Vabbè, Montabbano… come dice lei».
Non mi stava considerando, tutto preso com’era a scavalcare le persone. «Cosa sta succedendo qui? Perché hanno tutti la carta d’identità in mano?», ho chiesto a un altro. Questo, con una voce dall’oltretomba, consumata dal fumo di sigaretta, mi fa con calma: «ci sono. I provini. per. Montabbaaaaaaano», pausa respiro, «ci vuole. la catta. d’itentità», punto.
«Aaaaaaa, i provini per Montabbano! Mi paria la fila per l’ufficio anagrafe! E perciò ho pensato “tutti oggi se la devono fare la carta d’identità?”», ho detto ridendo al signore, ma lui in silenzio mi ha guardato giudicante negli occhi e con una specie di trasmissione telepatica l’ho sentito pronunciare nella mia mente due parole: «sei. Cretino».
Poi ha ripreso la voce dicendo che «per. Il. Provino. Ci vuole. La. Carta. Di…»
«Sì, sì, ho capito», interrompendolo, «la carta d’identità ci vuole, ho capito. Allora guardi, se mi fa passare vado all’ufficio anagrafe e me la faccio subito che la mia si è squagliata».
Lui è tornato a guardarmi come prima ma stavolta ho interrotto subito la trasmissione telepatica e mi sono diretto finalmente all’ufficio anagrafe attraverso uno «stretto percorso che abbiamo lasciato libero per consentire il transito agli utenti interessati al normale svolgimento dell’attività lavorativa negli uffici comunali». Così recitava il personale posto all’ingresso che mi invitava a intraprendere il «corridoio laterale alla folla». Una interpretazione del testo perfetta. «A lui devono prendere per Montabbano!», ho pensato.
Rinnovata la carta di identità, sono uscito bello fresco dal palazzo della cultura come fossi stato dal barbiere. D’altronde avevo una carta d’identità nuova. Ho attraversato il muro di future star della tv per dirigermi verso la pasticceria. Erano già fatte le dodici e mezza avrei dovuto rinunciare al cannolo con la crema, ma no. Dalla libreria ci sono passato. La sigaretta, quella pure, l’ho fumata.
«Si può fare tutto. Tutto si può fare», sospiravo soddisfatto, mentre il fumo colava nei polmoni e la pelle si schiudeva al sole.


NIENTE


All’uscita del palazzo incontro uno per strada e mi fa «ou, dove vai?» e io gli faccio «dove vai tu», e lui mi fa «all’oratorio dei salesiani a vedere il cinema all’aperto», e io gli faccio «no, allora no, allora non vado dove vai tu», e lui mi fa «niente, allora niente» e io gli faccio «niente».
«Niente», lui mi fa.


NESSUNO


Che poi quando uno ti incontra per strada e ti chiede come stai e tu gli dici male allora lui ti chiede perché e tu rispondi bhe, sai, le cose, e parte una lunga conversazione sulle cose che fanno male.
Quando invece uno ti incontra per strada e ti chiede come stai e tu gli dici bene, allora basta, la storia finisce lì. Lui dirà benissimo e tu dirai eccezionale, poi si passa ad altro.
Nessuno ti chiede come mai stai bene, se ti è successo qualcosa, nessuno.


NUOVE LINGUE


Sono seduto in treno e di fronte a me sta una ragazzina che con i pollici più veloci dell’universo digita qualcosa sul suo smart-phone. Mentre mi alzo per prendere il romanzo dalla valigia posta in alto sul porta pacchi, lo sguardo mi cade su quello schermo acceso che tiene tra le dita.
Mi metto sulle punte dei piedi per cercare di spingermi ancora più in cima verso il bagaglio e abbassando la testa vedo comparire su quel telefono decine di figure colorate che scorrono a blocchi di sequenza verticali.
I blocchi sono formati da lunghe serie di faccette stilizzate, fiori monocromatici, stelline, torte di compleanno, dinosauri, patatine, topini, coccinelle e balene.
Ravanando nel buio della valigia mi chiedo cosa mai fossero quei disegnini e penso ai giochi stupidi tipo Candy crash o che ne so io. Poi noto che tra lunghe strisce di puntini di sospensione posti tra decine di altri punti esclamativi allineati come codici a barre, compare una lettera o una sillaba e capisco, pieno di stupore, che la ragazzina sta chattando.
Virgolette e asterischi come se piovesse contengono al loro interno parentesi quadre e tonde, coppie di due punti in fila per quattro e cuoricini, occhiali da sole e maialini.
Turbato dal piano di comunicazione sul quale stanno interagendo quelle persone sulla chat, smetto di ravanare nella valigia e mi appendo al tubo del portapacchi a guardare ipnotizzato lo schermo.
È un codice talmente incomprensibile che in confronto i pizzini di zio Bernardo assumono la chiarezza inequivocabile di un telegramma. Rinuncio a cercare il romanzo (che tanto non lo trovo più) e mi rimetto al mio posto per riflettere su quella strana forma di linguaggio in uso dalle nuove generazioni.
Sono sinceramente incuriosito da quell’incomprensibile mondo che mi sta crescendo davanti, ma a un certo punto una mosca si schianta sul finestrino e velocemente i giovani tornano ad essere noiosi come prima.
Mi sistemo la camicia, chiudo gli occhi e faccio finta di dormire.


SARABANDA IN MY MIND


Con te fu come vincere a Sarabanda. Premetti il pulsante al secondo appuntamento, quando con gli occhi gelati mi chiedesti chi fosse a farmi sorridere così tanto su wazzap.
Ti guardai, poggiai il telefono sul tavolo e dissi «mia mamma, era mia mamma».
Ero un bravo concorrente e mi bastarono due note per riconoscere la melodia che stavi cantando. Così, quando dicesti «non ci credo che fosse tua mamma», mi si riattivarono tutte le tracce mnestiche che composero il titolo della canzone: gelosa, possessiva, invidiosa, insicura, richiedente conferme, dipendente, passivo aggressiva. In una parola: rompicoglioni. Ecco, era quello il titolo.
Premetti velocemente il pulsante, il gioco si fermò, calò il silenzio in studio, mi avvicinai concentratissimo al microfono e risposi «Rompicoglioni, il titolo è Rompicoglioni» mentre Enrico Papi apriva la busta con la soluzione.
Ti mostrai il telefono, scrollando la discussione con mia madre su wazzap che raccontava delle rocambolesche avventure di mio fratello. Ti si scongelarono gli occhi, mi abbracciasti e mi baciasti, ma Enrico Papi era già esploso di entusiasmo e urlava «siii, il titolo è rompicoglioni!», proclamandomi vincitore.
Il pubblico si alzò applaudendo, la banda suonò, partì la sigla, le soubrette, i coriandoli. Avevo indovinato, “rompicoglioni” era il tuo titolo.
Rimanemmo ancora un po’ abbracciati ma la puntata ormai si era conclusa. Io avevo vinto e tu eri stata eliminata.
Giorni dopo tornai a Sarabanda, a sfidarmi c’era un’altra concorrente. Stavolta, speravo di perdere.


SIMULACRI


«Ti avevo contattata per chiederti una cosa, ma è passato troppo tempo e adesso non ha più senso».
«Cosa volevi chiedermi?»
«Se il mare non torna almeno una volta nelle serrande». «E che significa?»
«Nulla, vedi? È passato troppo tempo, non ha più senso».

Ci piegammo l’uno sull’altro, battendo le guance, incrociando le teste, stringendo le mani. Rimasero lontani i nostri stomaci, i cuori pure. Nelle chat veloci dovevamo incontrarci presto (Punto esclamativo). A Pasqua, sicuro, che chi non muore si rivede. Abbracci meccanici e gioie legnose, simulacri che surfano tra la folla, fu il nostro incontro. Un teatrino per dirsi addio come burattini vestiti a festa.


FENOMENOLOGICA


Oggi, riflettendo su alcuni fatti della percezione, ho compreso che illumina di più una candela accesa in una stanza buia che un faro a mezzogiorno. Questa ovvietà ha cercato di dirmi qualcosa per tutto il pomeriggio, poi mi è scattato il naso a sangue e non ci ho più pensato.


LE BELLE GIORNATE SONO CRUDELI SE NON SAI CHE FARTENE


Non ero andato a scuola. L’interrogazione di latino era una pozzanghera da evitare con un salto. Con le ginocchia che spuntavano dai jeans e due Camel in tasca, avevo scalato la roccia più alta di Cava d’Ispica e la chioma di un carrubo. Era un giorno di quindici anni fa sotto il sole d’inverno. Da lassù si vedeva il mare.

La campagna era immersa nella luce. Ti invitava a splendere come lei, senza motivo. Una spirale di polvere si era sollevata nell’aria. Non mi avrebbe sorpreso questa piroetta se ad alzarla fosse stato il vento. Ma i fiori dei mandorli erano fermi come ferma sembrava tutta la terra a quell’ora. Lì intorno c’ero solo io, o forse no.

Mi ero ammalato nell’immaginazione. A godere delle cose per quelle che sono non mi è mai riuscito.
Ricordo che un giorno ero sull’Etna. Presi a camminare sui crateri spenti, attento per gioco a non calpestare le facce incantate nella lava.
Come smorfie di dannati, questi volti sembravano implorare salvezza nella cenere. Di uno ne ricordo lo sforzo e la bocca aperta come l’hanno i mascheroni dei mori sui palazzi barocchi. Per tutta l’ascesa della Valle del Bove lasciavo me stesso la libertà di credere a questo spettacolo orrido come chi dota alle nuvole una forma sensata, e me ne rallegravo. Già a quel tempo, che la cenere fosse cenere, che la lava fosse lava, che il mondo fosse solo mondo, non mi bastava.

Ho incellofanato la vita nelle parole, e ne ho perso l’origine. Anche di me non so quale sia il principio. Sono nato più di una volta e più di una volta ho provato a morire.
Ma la solita immagine mi seduce. Solo quando l’avrò trovata sarò conciliato. È il peccato più grande che ci allontana dalla carne e dice io. Mi porterà alla rovina il gioco continuo che fanno gli umani: raggiungere l’idea che hanno di sé, tirare il bastone e andare a riprenderlo, essere cani e padroni al tempo stesso.

Ho nuotato nei rovi per trovare il mio bastone e adesso so che l’ho perso. L’avevo lanciato nel sole d’inverno quindici anni fa. Oggi la primavera è arrivata con le nuvole. Meglio così, le belle giornate sono crudeli se non sai che fartene.

Ma come dicono le scritture, la vera resurrezione è della carne, non dell’anima. Muore lo spirito, non il copro. Finisce la Storia, non la materia. Evapora l’io, ma la cenere torna alla cenere. Questa è la legge, la salvezza, la pace, per noi, che solo il nome ci divide dal resto delle cose.


VIRTÙ MECCANICHE


Virtuosa è l’idiozia del meccanismo quanto semplice l’innesco.
Un interruttore vorrei essere, due parole, acceso/spento
e poi silenzio, luce, silenzio, buio, silenzio.
Ma quando è luce illuminare cieco come il sole che non distingue chi luce merita e ci fa tutti uguali come uguali siamo quando siamo al buio.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 8 maggio 2017