Mainstream

Silvio Bernelli



Mainstream, ovvero cultura dominante. I best seller impilati a decine nelle librerie, il pop che si ascolta accendendo la radio a caso, i telefilm d’azione e le telenovelas trasmesse a tutto spiano della emittenti televisive, insomma. Ma anche i giochi multimediali di ultima generazione, i film hollywoodiani campioni d’incasso, i notiziari delle reti Al Jazeera e CNN, i character Tintin e il Re Leone. Tutto, ma proprio tutto quanto viene inteso come intrattenimento e informazione di massa da una parte all’altra del pianeta. L’insieme di immagini, storie, parole, concetti e idee che spesso è spazzatura pop (da Lady Gaga alla TV del Grande Fratello) ma che qualche volta è cultura con contenuti forti anche se baciata dal grande successo (Gli spietati di Clint Eastwood o per fare un esempio casalingo Gomorra, prima libro di Roberto Saviano poi film di Matteo Garrone). Un universo complesso, che il reportage di Frédéric Martel “Mainstream” indaga nei suoi risvolti economici e politici. Il libro è pubblicato da Feltrinelli nella traduzione di Matteo Schianchi (pp. 426, prezzo di copertina 22€).

Secondo Martel il mainstream si presenta spaccato a metà. Gli Stati Uniti da una parte con gli studios di Hollywood, i social network di internet, il rock e il pop e le grandi reti televisive. Dall’altra parte si schierano i sempre più numerosi paesi emergenti che tentano di imporre una propria cultura: Cina e India, soprattutto, ma anche Brasile, Arabia Saudita, Colombia e Corea. Paesi che il giornalista francese Martel ha visitato uno a uno, intervistando miriadi di professionisti del mainstream: produttori cinematografici, tycoon dei media, giornalisti, creatori di videogame, autori di canzoni pop.

“Mainstream” è un saggio che ha il passo agile del racconto, merito anche della scrittura al tempo presente usata dall’autore; e che ha il pregio di guidare il lettore alla scoperta della macchina da business che produce cultura dominante, nelle sterminate periferie di Phoenix, nel centro scintillante di Shangai, nella Dubai cresciuta dal deserto. Molte le cose interessanti che vengono fuori dall’inchiesta di Martel. Le major cinematografiche di Hollywood, probabilmente la più potente fabbrica dell’immaginario del pianeta, agiscono sui mercati esteri libere dai legami che le leggi anti trust impongono loro a casa. Il dominio culturale in estremo oriente passa attraverso i cantanti pop coreani e giapponesi. L’emittente televisiva araba Rotana propaga fuori dal proprio paese una libertà di costumi inconcepibile nel regno Saudita.

Ma se grossa parte di “Mainstream” è dedicata allo scontro in atto tra le varie culture, quello che colpisce di più il lettore italiano è lo scarsissimo peso mondiale della cultura del Vecchio Continente, anche se qui forse Martel dà troppo poca importanza al rock e al pop Made in England. Per di più, in 426 fittissime e documentatissime pagine, l’autore cita l’Italia solo in tre occasioni. La prima per ricordare lo spaventoso conflitto d’interessi del premier Silvio Berlusconi; la seconda per stigmatizzare i sindacati dei doppiatori, che grazie ad accordi di ferro impediscono la diffusione di film stranieri in lingua originale; l’ultima per annotare che uno dei più grandi successi cinematografici italiani sia Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore, ormai vecchio di ventitré anni.

La perfetta fotografia di un Paese che nella lotta mondiale per la produzione dei contenuti mainstream non conta assolutamente nulla. E che quindi è destinato a sparire come entità culturale nel giro di un paio di generazioni. Nel disinteresse di tutti, sembra.








pubblicato da g.fuschini nella rubrica libri il 10 febbraio 2011