Dal corridoio al labirinto – pensieri sulla rivoluzione informatica

Riccardo Cameranesi



Estratti non lineari del libro inedito Π – Tra le formiche e dio.


10.1.11 Link
Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione epocale, le cui dimensioni sono enormi per via della trasversalità del cambiamento, che non riguarda un solo campo, politico, economico, sociale, artistico, ma che si infiltra in ogni aspetto della vita di ognuno in modo così profondo da rendere inimmaginabile una marcia indietro.
L’università, che dovrebbe essere baluardo e avanguardia nell’osservazione profonda della realtà, si comporta come una schiera di redattori di annali agli inizi del Cinquecento: mentre fuori inizia a svilupparsi il libro a stampa, una tecnologia tra le più cruciali della storia umana, loro continuano a ricopiare a mano tomi enormi, a usare tecniche superate, ingabbiati nei vecchi schemi, ciechi alle novità. Nonostante i cambiamenti radicali che la rivoluzione informatica comporta, l’educazione che viene data fin da piccoli è ancora ancorata alle logiche lineari e a compartimenti stagni dell’epoca del libro, con annessi pregiudizi e tabù, moralismi e ottusità.
Stiamo andando verso un cambiamento della forma mentis umana: dalla struttura lineare del libro, che va dalla prima all’ultima pagina suddividendo la continuità in capitoli, alla struttura reticolare del link, che collega i neuroni dell’enorme cervello informativo come un sistema di sinapsi che da ogni punto possono condurre immediatamente in qualunque altro.
Il modello scolastico dei compartimenti stagni tra materie riflette la suddivisione dei libri e la loro logica, ed è quindi ora necessario adattare l’intera impalcatura dell’insegnamento alle nuove mentalità, che necessitano di continui rimandi per far capire davvero qualcosa. L’ipertesto è il modello di approccio al mondo delle generazioni cresciute nel cyberspazio, con la sua struttura labirintica e la sensazione di immersione che trasmette. Con lo sprofondamento e il coinvolgimento, con l’interattività e la partecipazione agli stimoli in movimento che conducono a un’ipnotica alienazione.

10.1.12 Gabbie
L’artificiale realismo avvolgente che si spinge fino all’illusoria partecipazione diventa macroscopico in Facebook, in cui si è spinti a dire qualcosa a ogni costo, presupponendo che chiunque abbia qualcosa da dire, che chiunque stia pensando qualcosa. Anche la critica rimane imbrigliata dal medium che attraversa, e si accumulano frasi contro facebook pubblicate su facebook, credendo che quest’ultimo sia un contenitore neutro, uno specchio fedele, un veicolo di realtà.
L’omologazione intrinseca alla struttura fissa della pagina, mentre apre alla personalizzazione, in realtà la limita a priori, la imbriglia nel conformismo proprio promettendo unicità. Il raggio d’azione è limitato da quelle gabbie prefabbricate bianche e blu. Il livellamento si sostanzia nella forma a casella concessa a ognuno, e l’impegno è limitato a un click, alimentando l’ignavia tramite l’autoassolvimento che viene dall’aver schiacciato un tasto in pubblico. La pigrizia e la viltà reali sono mascherate dietro alle azioni immateriali, ai sentimenti di plastica, al coraggio da tastiera e alle citazioni incomprese, in un generale stupro del senso e del significato, che deride ogni complessità.
Con la tremenda domanda introduttiva che facebook propone ogni volta che lo si apre, «a cosa stai pensando?», si sostiene l’idea che si stia effettivamente pensando qualcosa, che qualcosa vada detto, che esista il dovere di parlare, per poter esistere, e che ognuno abbia il diritto di parlare, generalmente a sproposito, di qualunque cosa, seguendo il flusso degli argomenti del momento.
Non c’è nulla di più reazionario del far parlare la massa con sé stessa, ed è proprio questo che i social media incoraggiano: che tutti dicano, che si diano ragione a vicenda, che tutti straparlino di ciò che vogliono, purché tutto rimanga così com’è, senza alcuna elevazione o ricerca, senza dubbi né profondità; parlate sempre, basta che non capiate nulla. Facebook alimenta un modo di comunicare simile al rapporto col cibo dei bulimici, che non digiunano, ma mangiano compulsivamente e vomitano i pasti: si parla sempre di più, si continua a mangiare, a ricevere e a parlare, ma si parla il nulla, e si trasforma tutto in vomito.

10.4.4 Ottusità
Il passaggio dalla forma mentis lineare del libro a quella frammentata del link contiene lo scivolamento dalla modernità alla postamodernità. Dal modernismo pianificante e progressista in senso lineare, al postmodernismo eterogeneo, vario e mischiato, che produce la sconfessione di ogni progettualità a lungo termine e l’incredulità nei confronti di ogni partecipazione collettiva, di ogni etica condivisa. È questa l’epoca del cinismo come continua aggressione superficiale, come rifiuto di credere e agire che diventa convinzione di poter negare la sostanza a ogni critica radicale. È questo il regno dei significanti svuotati che si scagliano contro ogni teoria che pretenda di abbracciare e dirigere la prassi quotidiana.
L’argomentazione diventa passatempo ludico, si diffonde lo scetticismo per partito preso, la rinuncia beffarda, la sfiducia continua che non ascolta le proposte riattivanti e che pretende di smontare ogni altra impalcatura mentale con il proprio sistema di dogmatiche frasi fatte tratte dal breviario del piccolo cinico. Tutto è smontato e delegittimato superficialmente: il razionalismo che ha destituito l’impero cattolico è degenerato nella malafede per principio, la critica si è fatta sfiducia arrogante, l’illuminismo si è rovesciato in avversione per ogni progettualità e per ogni umanesimo, lasciando solo i simulacri di ciò che esso fu o volle essere. L’analisi della fede e la lotta contro l’oscurantismo diventa fanatismo per l’incredulità. La rottura del potere repressivo diventa diffidenza ottusa e rifiuto di ogni teoria, per quanto vera, per quanto utile, perché ogni coerenza viene interpretata come oppressiva. Il tutto restando ciechi davanti all’oppressione del cinismo materialista, dei vecchi e nuovi poteri.
Il pensiero che rifiuta l’analisi del senso, che rifiuta l’epistemologia e l’autocritica, è la negazione del pensiero, è l’arma di un individualismo superficiale dallo sguardo deficiente, che sbeffeggia e brutalizza la complessità e che ironizza e scimmiotta ciò che non capisce, perché crede che ogni credere sia ingenuo, perché non vede quanto sia credente egli stesso. Il disimpegno e l’inazione si accompagnano quindi al livore e all’aggressività, alla cattiveria deliberata nei confronti di chiunque proponga scelte e analisi difficili, complesse e coraggiose. Si accusa l’attivismo di essere irrealistico e visionario, in modo che lo scetticismo scada in malfidenza conservatrice e reazionaria o in depistaggio delle questioni, se non in menzogna deliberata e strumentale, senza alcuna remora né limite, autocompiaciuti nella propria sfacciata e spietata arroganza.

10.4.3 Malafede
Le troppe informazioni che giungono da ogni lato del cyberspazio incoraggiano la rinuncia a capire, la resa totale nei confronti dell’insensatezza, e il mondo sensibile e carnale perde concretezza e immediatezza per farsi sempre più filtrato, mediato e mediatizzato. La cacofonia che sommerge gli utenti, il bombardamento insopportabile di stimoli di ogni sorta, atrofizza la capacità di ascolto e rende irriconoscibile la propria esistenza biologica, ma sopratutto provoca un drammatico spaesamento esistenziale e un conformismo di massa in forma di piccolo cinismo.
La possibilità di contraffare e manipolare totalmente le immagini rivoluziona la percezione di ciò che è reale, modifica l’immaginario della società e sostiene il solito cinismo. Se da un lato il mondo è sempre più un mondo di immagini, dall’altro queste sono inaffidabili, truccabili, menzognere. E questo alimenta al contempo alienazione e sfiducia.
Le pubblicità hanno allevato generazioni intere a uno scetticismo banale e gretto, le hanno abituate a disprezzare la verità, a non preoccuparsi delle bugie seduttive, secondo la solita logica del cinismo misero che si accontenta di sapere che sta ascoltando una menzogna, senza indignarsi per l’inganno, e poi va a comprare il prodotto appena visto. Sistematiche bugie e totale sudditanza: far credere che tutto sia falso mentre si spinge a restare seduti a ingoiare lo sterco videotrasmesso, perché quello che vedo è finto, ma devo restare a vederlo, non cambiare canale, né tantomeno spegnere gli schermi.
Sotto questa luce il web segna l’epoca massima dell’idealismo dell’antidealismo, della religione dell’antireligione, dell’incanto del disincanto, del conformismo dell’anticonformismo: il web è il teatrino del cinismo passivo che mischia le carte senza sosta, che sovrappone vero e falso e appiattisce entrambi su due dimensioni, castrando ogni sublimazione e ogni trascendenza.

10.4.5 Moralismi
È come se l’aumento delle informazioni a disposizione grazie alla diffusione di internet avesse moltiplicato le pareti senza sfondarle, avesse aumentato la definizione e la quantità di immagini mantenendone però la bidimensionalità, e inflazionandone l’efficacia nella società. Anche le performance provocatorie ed estreme hanno perso ogni effetto scioccante, perché la violenza e la messa in scena della distruzione non sono più sovversive, ma sono inghiottite nel gioco dello schermo piatto, inserite come cose inerti tra cose inerti.
Il web amplia l’orizzonte mentre disinnesca ogni superamento delle logiche esistenti. Castra ogni tentativo realmente innovativo e, distanziando da ciò che trasmette, alimenta i soliti pregiudizi e i soliti moralismi. Il web parifica tutto, paralizza l’etica mentre infiamma i moralismi, sostiene lo scientismo progressista e l’utilitarismo, incoraggia l’egoismo ludico e lo sfoggio dell’ignoranza megalomane.
Il cinismo dei mezzi è messo in atto in vista di scopi moralistici: si è disposti a tutto per perseguire i soliti fini impensati e ripetuti, per realizzare desideri altrui e raggiungere condizioni volute da chi ha facoltà di scelta perché ha potere. La verità e la realtà si atrofizzano così in un totem da venerare, in condizioni date da inseguire, invece che essere messe continuamente sotto processo, sviscerate e distrutte, svuotate e vivisezionate, rase al sottosuolo e ridirezionate.
La propaganda di internet lo propone come mezzo per l’emancipazione da ogni credenza. Ma in assenza di un cambiamento etico globale, dei singoli e della società insieme, esso non può che riportare le solite cieche aggressività che si scagliano a prescindere contro l’anarchia e il nichilismo attivo, senza neanche sapere cosa siano. L’importante resta sempre credere, e quindi prendersela con chi vuole approfondire. L’importante è obbedire, e quindi insultare chi vuol problematizzare ed emanciparsi, squarciare e disvelare.
Il cyberspazio è intasato da eserciti di avatar per metà bigotti e per metà edonisti, interfacce prive del coraggio di una morale nobile e di un egoismo grande, che perseguono l’ipocrisia della mezza misura e aspirano a libertà circoscritte, semplici, prefabbricate. Si chiudono le pagine facebook che mostrano un capezzolo mentre si mantengono quelle negazioniste, perché denunciare uno scandalo è peggio dello scandalo stesso, perché la morale è ridotta a un insieme di precetti moralistici accolti passivamente, senza alcun sentimento né esperienza carnale. Il web mostra il dominio del cinismo demoralizzato che tira a campare e che sviluppa un’astuzia senza scrupoli, un cinismo che è maschera illuminista, nichilismo passivo e negativo, pensiero bigotto e reattivo.
Il cinismo schizofrenico diviso tra edonismo meccanico e moralismo gerarchico si propone come quarta figura della falsa coscienza, dopo l’errore, la menzogna e l’ideologia, perché alle tre precedenti aggiunge la disidentificazione dai precetti che muovono l’agire e la credenza di poterli usare in modo strumentale, mentre in realtà se ne è usati. Il cinismo insomma come passiva rassegnazione e distacco ironico, come sposalizio tra tristezza e aggressività, intiepidimento della vita e intorpidimento delle passioni, il cinismo come algodicea postcontemporanea.
Ogni male si spiegherebbe con il brutale taglio netto del cinismo materialista: le cose sono così, gli uomini fanno schifo, tutti sono solo avidi e vogliono mangiarsi a vicenda, sbagli tu a cercare il buono, sbagli tu a illuderti di poter cambiare, dovresti solo conformarti a ciò che è per come è, smettere di resistere e problematizzare. Dovresti semplicemente obbedire e adattarti.

10.4.8 Superficialità
Nel quadro della religione del disincanto, dello scetticismo ridotto a moda e del cinismo fattosi prerequisito per l’inclusione nella società dei consumatori, ogni asserzione è accettabile se non crede in sé e si nega continuamente. I gusti stessi sono assunti in modo ironico, resi caricatura ed esagerazione, fino all’adorazione del trash puro, secondo il solito meccanismo di disidentificazione.
Si ride dei tormentoni musicali perché sono orribili e perché la qualità scende tanto da scavallare nell’attraente, perché il non senso viene caricato del senso di non avere senso, ma intanto si va a ballare su quelle musiche e ci si fotografa con chi le canta. Nel trash musicale, dai rapper stonati di periferia alle hit estive prodotto dell’industria musicale globale, si manifesta l’ideologia cinica e ironica che deride e si distanzia mentre organizza il concerto e va sotto al palco, che storce il naso mentre ripete i testi a memoria, che fa l’occhiolino e sorride mentre alza il volume della radio. Sanno di cosa si tratta, eppure continuano a farlo. Sanno che si tratta di canzoni orribili o prodotti industriali fatti apposta per inebetire ed entrare sotto pelle. Sanno che si tratta di confezioni vuote atte al consumo usa e getta. Sanno di contribuire al proprio inebetimento, eppure perseverano, accontentandosi di dirsi di sapere.
S’incoraggia l’acquisto della merda in musica purché se ne rida, perché va bene ascoltare o leggere qualunque cosa, basta che la si disprezzi, in modo da sentirsi migliori di chi fa le stesse cose, ma crede in quel che fa. Si cerca insomma il peggio della società e ci si accontenta di stare appena un gradino sopra di esso, consumando gli stessi prodotti dannosi e senza qualità, ma sapendo che fanno male e sono vuoti. In questo conformismo ironico non rimane che la potenza del mercato, il fatto che alla fine, in un modo o nell’altro, si acquista ciò che viene dato. Non resta che la forza di chi tira i fili e produce sempre nuovi ninnoli da far girare sulla culla della massa, sorridente e sbalordita.
Si affiancano e si mischiano la qualità e la merda come se quello fosse un gioco divertente, come quello se fosse criticare, come se fosse decostruire o anche solo dire qualcosa. Mentre quel pastiche indifferenziato è solo l’esposizione e la celebrazione della superficialità, l’orgoglio del brutale squallore, l’arroganza della stupidità che si vanta e si autoassolve. I giochini logici a disposizione dell’obbedienza si moltiplicano, rendendo possibile giustificare e fondare ogni schifezza piccolo egoista, mascherare ogni dipendenza e ogni sudditanza sotto una narrazione di libertà ed emancipazione.

10.4.10 Noi
Siamo a un punto di non ritorno, un punto di svolta che non si potrà cancellare o riavvolgere, perché le tecnologie sono più tenaci dei governi, degli imperi e delle civiltà, e non resta quindi che trovare il coraggio per saltare in sella alla cascata.
Noi vogliamo sottrarci alla cecità che rende sostegni involontari dei vecchi poteri che cambiano pelle. Noi vogliamo uno sciopero della parola vuota e dell’azione ripetuta, uno sciopero del quotidiano e dell’abitudinario. Noi vogliamo riconquistare lo spazio del silenzio che prelude all’azione riattivante, radicale e potente.
Per la prima volta nella storia abbiamo la possibilità di concepire il pianeta intero, vedendolo dalle foto satellitari nella sua interezza e nei suoi dettagli. Per la prima volta abbiamo raggiunto la possibilità di prendere consapevolezza di ciò che siamo: naufraghi nell’universo su questa barchetta di gas densi. E di questa barchetta possiamo vedere le falle e le crepe, vedere dove stiamo mettendo troppo carico e perché, quali vele vanno rattoppate e quali remi aggiustati. Ma è necessario evitare che la nostra effimera esistenza di specie si riduca a spettacolo di sé, a fanatismo autodistruttivo. E noi vogliamo quindi ritornare al corpo biologico e invalicabile, per muoverlo dentro questa transizione epocale. Noi vogliamo riafferrare l’esperienza fattuale e carnale, epidermica e corporale, che quotidianamente ci viene negata e che ci neghiamo.
Noi vogliamo individuare i nuclei chiave, i punti nodali e fondanti del procedere storico, per farli nostri e muoverci e contrastare il dispiegarsi della prevaricazione del più forte, per brandire le novità e minacciare ogni oppressione. Noi vogliamo assumere a pieno i caratteri inevitabili di interdipendenza e ibridazione, di compenetrazione e simultaneità, di multidisciplinarietà e interconnessione, per partorirne un’altra strutturazione e un’altra rappresentazione del reale, che anticipi i mutamenti, oltre che seguirli, che diriga e guidi, oltre che osservare e interpretare. Noi vogliamo orientare i futuri cartografi delle nuove terre etiche ed essere noi stessi i primi esploratori di quelle stesse terre.
Noi vogliamo approfittare dello sconvolgimento di questa epoca per conquistare nuovi campi, perché è questo il nostro momento e la nostra occasione. Perché noi vogliamo gettare uno sguardo ampio e multiforme dal bordo della pagina che si sta voltando.


L’illustrazione è di Matteo Berton.








pubblicato da t.iacconi nella rubrica emergenza di specie il 2 maggio 2017