Appunti su “Bruciare tutto”

Enrico Macioci



Bruciare tutto di Walter Siti (Rizzoli, 2017) racconta le vicende di un prete, Don Leo, tormentato da ossessioni pedofile, ma in sostanza è la fotografia di un uomo che non sa darsi pace per l’assenza di Dio e la presenza – massiccia, feroce, beffarda – di Satana. Siti trascolora da uno gnosticismo pessimista, nel quale immagina il Diavolo come un quasi-Dio e quindi come “un’angoscia dell’impotenza”, come “un’energia negativa, pallida d’invidia”, a un nichilismo via via più esplicito. Ci troviamo su questo pianeta perso nello spazio infinito in uno stato di penosa precarietà, basta un soffio a cancellarci e la cosa peggiore è che ne abbiamo coscienza; abbiamo coscienza che “l’universo non si conclude col genere umano, e tanto meno l’Essere con l’universo.” Don Leo è un colto razionalista, ma nulla possono ragione e cultura dinanzi all’apparente insensatezza del cosmo. Si capisce subito che con Bruciare tutto Siti non esce dall’autofiction: smette solo di chiamarsi Walter Siti per ribattezzarsi Leo Bassoli. La percussiva ricorsività dei pensieri, il dialogo inesausto con l’ego, lo scetticismo tinto di cinismo, lo sguardo da entomologo: ogni dettaglio ci riporta al “Walter Siti, come tutti” di Troppi paradisi, o al Walter Siti professore astioso di Scuola di nudo. E’ difficile percepire Don Leo come autenticamente tragico, eppure Siti ci consegna un uomo squarciato da una duplice lama: la tentazione pedofila (già vittoriosa su di lui a vent’anni) e la tentazione atea. Il resoconto dei suoi giorni è un susseguirsi cerebrale di cause ed effetti, e l’energia cognitiva che un personaggio così ambiguo poteva scatenare si raggela. Le uniche scintille dell’incendio interiore, Siti ce le porge dentro certe frasi visionarie, che balenano dalle pagine come frammenti di cristallo in una roccia. Penso a quando definisce il Cristo “eterna preda e cacciatore, cervo ferito, esigente e fluido saltimbanco della Croce”; a quando riporta gli incubi che tormentano le notti del prete (“un prato in cui nuotano spigole, bambini che cadono ripetutamente dagli skateboard”, o ancora la visione di un animale che “è come un serpente marino ma ha il diametro di un rinoceronte e vive nell’erba folta; le sue gobbe da anaconda finiscono in un rostro da insetto, lo si può accarezzare soltanto dai finestrini del treno.”); oppure a quando, tendendo la corda, prova a dire l’indicibile: “Che disastro nel cielo quando milioni di leggii sprofondano verso l’alto mentre i corpi dei musicanti si compenetrano confondendosi – l’alba che sarebbe stata in noi se non fossimo mai nati. Le loro membra sono così eteree che vaporano intorno al vuoto centrale come una nebbia rosa.” Ma fuori da una retorica a tratti eccelsa, Don Leo quasi non esiste. Occupa il proscenio per trecentocinquanta pagine e rimane sottile. Siti, a forza di frugare nella sua testa, rischia di svuotarlo. Sosteneva Ernest Hemingway, maestro dell’ellissi: "Qualunque cosa lo scrittore conosca a fondo, e decida di omettere nel testo, verrà comunque fuori nella parola con tutta la propria forza. E’ quando lo scrittore omette qualcosa che ignora, che nel testo compaiono i vuoti." Forse Siti, ingozzando Don Leo di speculazioni, compensa una scarsa attitudine metafisica; ma traspare l’eco di un parlare per forza, per evitare di tacere riguardo a ciò che non si comprende (nella postfazione, Siti ammette: “Un Dio presente e vivo continua a sembrarmi una cosa tanto gigantesca e sconvolgente da minacciare la compagine stessa del cervello.”).

Così come quello con la fede, anche il rapporto di Don Leo col piccolo Andrea stenta a radicarsi, da un punto di vista narrativo.
Andrea si uccide subito dopo che il prete gli rifiuta un approccio sessuale; il rifiuto è la goccia che fa traboccare il vaso – Andrea è il figlio unico (e troppo intelligente) di una coppia problematica. Il monologo interiore che precede il suicidio suona però privo di pathos: “Se inghiotto (bello, inghiotto) prima le pillole poi mi taglio come niente. Io sono il più genio spropositato in incognito e Adolfo poteva reggermi sulle spalle fino che prendevamo la coda della tigre, invece preferisce chiudermi in prigione in Brasile con lui perché sono un culattone. Ma mì ghe vu no. A Bianca gli cago sulla borsa di Vuitton, anzi gliela sporco di rossetto che non dimentica più.” Qui non parla Andrea, parla Walter Siti. Il bambino avrebbe mille motivi per soffrire, ma invece di soffrire ragiona. “Siate tutti maledetti, come dice Zoth quando gli crolla addosso la diga e il fiume lo annega. Tutto questo sangue: se mi vede il dottore sai che schifo.” Il suicidio di un bambino è talmente catastrofico che occorre maneggiarlo con sapienza affinché la sua realizzazione non ci sembri un’impostura, o un passo più lungo della gamba. In Cose Preziose, il preadolescente Brian Rusk si spara un colpo davanti agli occhi del fratello minore. E’ grande l’abilità con cui Stephen King sa tratteggiare l’infanzia. Brian, in fondo in fondo, si spara perché è stato corrotto dal Diavolo (proprio e di nuovo lui, qui sotto le mentite spoglie di un negoziante); ma il suo gesto poggia, nell’immediato, su basi concrete e tangibili. Brian si spara perché ha fatto una cosa brutta (lordare di fango le lenzuola di una brava signora) per ottenere una cosa falsa (la figurina del suo idolo sportivo Sandy Koufax, che però non è realmente la figurina di Sandy Koufax); Brian si spara perché è stanco di tenersi dentro una faccenda tanto enorme e ridicola come l’aver lordato le lenzuola di una brava signora in cambio di una figurina falsa; Brian si spara perché, a causa delle lenzuola lordate, alcune persone sono morte e altre moriranno, in un perverso effetto domino; Brian si spara perché si vergogna, e si vergogna di essere Brian Rusk. Quale destino peggiore? Il diavolo lo ha infettato, e all’attonito fratello rivolge queste parole: “Addio, fratellino. Sandy Koufax è un pacco.” Brian compatta la propria immensa angoscia nei pochi centimetri quadri della figurina fasulla, e così King genera nella mente del lettore un’esplosione che precede di un attimo quella del fucile.
L’angoscia di Andrea, viceversa, è troppo rarefatta per concentrarsi in un punto. Anche Andrea, come Brian, chiude la propria vita fissandosi su un dettaglio di scarsa importanza (il ribrezzo del medico che troverà il suo cadavere); ma mentre Brian può sintetizzare la sciagura nella presa d’atto che la figurina è un pacco (Satana ha dunque vinto in una maniera fisica, e di lì metafisica), Andrea può volgere (e volge) la propria mente ovunque – col risultato che lo stimolo al suicidio perde forza d’urto. In effetti sembra che per lui chiedere al prete di lasciargli toccare il pisello, saltare i compiti di geometria o tagliarsi le vene rappresentino, se non la medesima cosa, le diverse facce del medesimo cubo. Siti smonta e rimonta il cubo ma quando esce il sangue si stenta a crederci, perché i cubi non sanguinano. Se di immoralità si vuol parlare, essa parrebbe di tipo estetico. Il suicidio di Andrea non è brutto perché immorale, è immorale perché brutto.

I dialoghi, snodandosi su diversi registri, “grattano” un po’, e i personaggi interagiscono senza reale necessità, ciascuno incarnando un tema (il borgataro, il consigliere, la nevrotica, il cattivo) e non un carattere; né sembrano “liberi artefici di sé stessi” (felice definizione di Hegel dei personaggi shakespeariani). Portano il proprio ruolo sulle spalle come sherpa in fila indiana. L’erudizione si scioglie a fatica nella narrazione. Siti estrae immagini folgoranti – la stretta di mano “come una foglia caduta nel fosso e che pian piano affonda”, il cirro bianco che “vaga come un cucciolo sperso”, Dio come “gorgo di angeli bambini”; ma romanziere è colui che crea un mondo dotato di intrinseca, fluida verosimiglianza.
Dopo il suicidio del piccolo Andrea, Don Leo delira nella camera ardente: “Ho considerato la salvezza della mia miserabile anima più importante del tuo ancora aperto futuro. Perdonami, dovevo accettare di fare l’amore con te, qualunque prezzo mi fosse costato.” Il sacerdote non s’immedesima nel dolore del ragazzo. Andrea si uccide a causa di un’antica e diffusa infelicità, che pure Don Leo dovrebbe ben conoscere; invece scarica l’intera colpa del dramma su di sé (per poi darsi fuoco), con un’ingenuità ai limiti del solipsismo. Non avverto nel suo farneticare, come si è ipotizzato, una giustificazione alla pedofilia; Don Leo lamenta ancora, infantilmente, il perpetuo smarrire del bersaglio divino. Può un personaggio infantile rivelarsi anche tragico? Soltanto se è Achille, o magari Julien Sorel; ma la narrativa rifugge da norme stabilite, e sarà il tempo a rivelarci l’effettiva statura di Don Leo. Poche righe più giù, quando se la prende direttamente con Dio squarciando una buona volta gli schermi culturali, il prete bestemmia: “La mia croce era resistere alla natura e adesso che fai, mi togli la croce da sotto il culo? dici e disdici, non sai nemmeno tu quello che vuoi, ma che cazzo di Onnipotente sei?” Forse Siti non coincide con Don Leo, e magari non ne sottoscriverebbe le parole; però le ha scritte e collocate nell’unico pertugio aperto sul carapace dell’intelletto. L’inadeguatezza della bestemmia – un gemito puerile più che una mistica vertigine – rende esplicito lo scarto fra Bruciare tutto quale è, e quale avrebbe potuto essere.








pubblicato da e.macioci nella rubrica libri il 2 maggio 2017