Tre pezzi (più uno) sul lavoro

Sergio Baratto



«In cosa consiste l’alienazione del lavoro?

Consiste prima di tutto nel fatto che il lavoro è esterno all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e quindi nel suo lavoro egli non si afferma, ma si nega, si sente non soddisfatto, ma infelice, non sviluppa una libera energia fisica e spirituale, ma sfinisce il suo corpo e distrugge il suo spirito.

Perciò l’operaio solo fuori del lavoro si sente presso di sé; e si sente fuori di sé nel lavoro. È a casa propria se non lavora; e se lavora non è a casa propria. Il suo lavoro quindi non è volontario, ma costretto, è un lavoro forzato. Non è quindi il soddisfacimento di un bisogno, ma soltanto un mezzo per soddisfare bisogni estranei.

La sua estraneità si rivela chiaramente nel fatto che non appena viene meno la coazione fisica o qualsiasi altra coazione, il lavoro viene fuggito come la peste. Il lavoro esterno, il lavoro in cui l’uomo si aliena, è un lavoro di sacrificio di se stessi, di mortificazione.

Infine l’esteriorità del lavoro per l’operaio appare in ciò che il lavoro non è suo proprio, ma è di un altro. Non gli appartiene, ed egli, nel lavoro, non appartiene a se stesso, ma a un altro. (…) Così l’attività dell’operaio non è la sua propria attività. Essa appartiene a un altro; è la perdita di sé.

Ne viene quindi come conseguenza che l’uomo (l’operaio) si sente libero soltanto nelle sue funzioni animali, come il mangiare, il bere, il procreare, e tutt’al più ancora l’abitare una casa e il vestirsi; e invece sui sente nulla più che una bestia nelle sue funzioni umane. Ciò che è animale diventa umano, e ciò che è umano diventa animale.

(…) Il lavoro alienato fa dunque:

- dell’essere dell’uomo, come essere appartenente a una specie, tanto della natura quanto della sua specifica capacità spirituale, un essere a lui estraneo, un mezzo della sua esistenza individuale. Esso rende all’uomo estraneo il suo proprio corpo, tanto la natura esterna quanto il suo essere spirituale, il suo essere umano.

- Una conseguenza immediata del fatto che l’uomo è reso estraneo al prodotto del suo lavoro, della sua attività vitale, al suo essere generico, è l’estraniazione dell’uomo dall’uomo. Se l’uomo si contrappone a se stesso, l’altro uomo si contrappone a lui.»

(Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Primo manoscritto: “Il lavoro estraniato”)

***

«Il piemontese educato a considerare il lavoro in Fiat come un destino familiare, cresciuto nel culto dei valori dell’industrialismo, poteva sopportare forse il costante aumento dello sfruttamento che si verificava in quegli anni di boom della produzione automobilistica. Ma per un calabrese cresciuto lungo il mare e nel sole quella vita di merda sembrava subito insopportabile. La percezione del calabrese, naturalmente, era quella giusta, coglieva la possibilità di emanciparsi da quell’abbrutimento. Il rifiuto del lavoro, in questa prospettiva, era reazione immediata, ma anche la coscienza raffinata e lungimirante di chi diceva: non solo questa schiavitù è disumana per gli operai, essa è anche inutile per la società.

(…) Negli anni sessanta (…) il taylorismo e l’introduzione delle tecniche automatizzate, la catena di montaggio, la standardizzazione dei ritmi e delle cadenze di lavoro, tutto questo aveva reso la fabbrica un luogo assolutamente asociale, in cui le comunicazioni fra un lavoratore e l’altro erano quasi impossibili per la distanza, il rumore, la separazione fisica, e in cui il posto di lavoro era spersonalizzato e strutturato in maniera dispotica, ripetitiva, concepito per imporre tempi, movimenti, gesti, reazioni a un operatore sempre meno umano, sempre più meccanico.

La ricomposizione in classe degli operai delle linee di montaggio parte proprio da questa disumanizzazione. La rivolta dell’operaio massa è la rivolta dell’uomo meccanizzato che prende alla lettera la sua meccanizzazione e dice: allora, se debbo essere del tutto disumanizzato, se non debbo avere un’anima, un pensiero, un’individualità, lo sarò fino in fondo, decisamente, illimitatamente, spudoratamente. Non parteciperò più con la mente al processo lavorativo, sarò estraneo, freddo, distaccato. Sarò brutale, violento, disumano come il padrone ha voluto che io sia. Ma lo sarò al punto di non concedere più neppure un milligrammo della mia intelligenza, della mia disponibilità, della mia intuizione al lavoro, alla produzione.

Quella che i filosofi avevano descritto come alienazione subita dall’operaio si trasforma qui allora in estraneità voluta, organizzata, intenzionale, creativa. Estraneità vuol dire: neppure un grammo di umanità alla produzione. Tutta l’umanità alla lotta. Nessuna disponibilità per la disciplina. Tutta la disponibilità per la liberazione collettiva. Ricomposizione di classe, dunque, voleva dire, semplicemente e conseguentemente: sabotaggio, blocco, distruzione delle merci e degli impianti, violenza contro i controllori delle cadenze schiavistiche.

L’intelligenza operaia si rifiutò di essere intelligenza produttiva e si espresse interamente nel sabotaggio, nella costruzione di ambiti di libertà antiproduttiva. La vita cominciò a rifiorire proprio laddove era stata più radicalmente cancellata ed estinta, fra le linee, nei reparti, nei cessi, dove i giovani proletari cominciarono a farsi le canne, a far l’amore, ad aspettare i capireparto carogne per tirar loro in testa dei bulloni e così via. La fabbrica era concepita come un lager disumano, e cominciò a divenire un luogo di studio, di discussione, di libertà e di amore. Questo era il rifiuto del lavoro. Questa era la ricomposizione di classe.»

(Nanni Balestrini - Primo Moroni, L’orda d’oro 1968-1977, SugarCo Edizioni, Milano 1988)

***

«Ma va a laurà.

Così ci dicono sempre, sia che lavoriamo, sia che siamo disoccupati. In effetti siamo d’accordo con quell’operaio americano che in un’intervista diceva: “Se una mattina mi alzassi con la voglia di lavorare, andrei subito dallo psicologo…”. (…)
Il lavoro, in astratto e anche in concreto, non è bello, è solo una spiacevole necessità. Ma anche questa necessità ci viene fatta pesare enormemente dai padroni:
1) è difficilissimo trovare lavoro, impossibile trovarne uno decente che puoi fare con meno dispiacere (…).
2) Lavorare per i giovani vuol dire accettare il super-sfruttamento dell’apprendistato, del lavoro precario, senza contratto regolare; vuol dire finire nelle piccole fabbriche alla mercé dei padroncini dittatori.
3) Lavorare vuol dire iniziare fin da giovani a fare ancora la vita dei nostri padri, otto ore alla catena o in ufficio, sempre costretti a render conto a un capo, con la prospettiva per noi giovani di essere oppressi e sfruttati per tutta intera la nostra vita.
Com’è possibile quindi aver voglia di lavorare?»

(Sarà un risotto che vi seppellirà. Materiali di lotta dei circoli proletari giovanili di Milano, Squilibri, Milano 1977)

***

(Charlie Chaplin, Tempi moderni, 1936)








pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 1 maggio 2017