Stanze aperte: reportage dal carcere

Serena Gaudino





Stamattina ho un appuntamento con la dottoressa Leone al carcere di Secondigliano. Padre Valletti, che da anni assiste i detenuti come volontario mi aspetta davanti all’entrata riservata agli operatori.
È il giorno contro la violenza sulle donne e mi hanno invitata qui, a parlare di
Antigone a Scampia ai detenuti.
Il libro, uscito tempo fa, è il risultato di un’esperienza fatta con un gruppo di donne del quartiere Scampia che, dopo aver ascoltato la storia di Antigone hanno iniziato a raccontare le loro storie rilette alla luce del mito greco.
La dottoressa Leone ha pensato che sarebbe stato interessante parlare di donne a questi uomini della sezione di alta sicurezza. Condannati definitivi o in attesa di condanna: camorristi, sospetti assassini, spacciatori.


È una bellissima giornata: sul piazzale davanti agli edifici di cemento bassi e lunghi, quasi ciechi, ci sono già moltissime automobili. Padre Valletti è già lì che mi aspetta: mi indica dove parcheggiare e mi suggerisce di lasciare in macchina il telefonino e qualsiasi altro oggetto elettronico. L’iPad? gli chiedo io. Anche l’iPad, risponde.
Scendo dall’auto.
Al mio amico chiedo se sa di chi sono tutte quelle macchine parcheggiate. Delle guardie, dei custodi, degli operatori, degli educatori, degli insegnanti, degli assistenti sociali, degli operatori, dice lui.
In questo carcere lavorano moltissime persone. Eppure gli edifici sembrano abbastanza piccoli, dico io.
Sì ma così come li vedi svettare verso il cielo, sprofondano nel terreno. Dice lui.
Ci avviamo.
Davanti all’ingresso riservato ai parenti dei detenuti ci sono, già in fila, una trentina di persone.
Per lo più sono donne. Donne con a fianco, a terra, delle grosse borse di plastica colorata con dentro il loro bagaglio settimanale di panni puliti, cibo e parole di conforto o di sollievo, o di servizio: brevi comunicazioni che riguardano il processo e gli avvocati si alternano a conversazioni più elaborate sulla vita fuori dalle sbarre sull’amore, i genitori, la salute dei figli, la casa, i soldi.
Sono sedute sulle scale. Alcune parlano al telefono altre tra loro. Guardano giocare i figli un po’ più in là, attorno a un’aiuola.
Aspettano.
Noi entriamo da un’altra porta; dalla porta degli avvocati, dei visitatori, dei volontari, degli impiegati.
Aspettiamo, senza sapere bene cosa. Forse l’arrivo della dottoressa che deve riceverci, o dell’insegnante che introdurrà l’incontro.
È il nostro turno.
Tiriamo fuori i documenti e li mostriamo.
Il custode prende la mia carta d’identità, se la rigira tra le mani. Guarda la foto e poi mi guarda in faccia. Quella del mio amico non la guarda neanche. Le mette insieme in un cassettino, le trattiene, in cambio ci fornisce dei tesserini da appuntare sul petto con la scritta «Visitatore».
Passiamo attraverso il metaldetector.
Sappiamo dove andare.
Io seguo Valletti, gli sto alle calcagna.
Attraversiamo un cortile, una sala, saliamo una rampa di scale basse, oltrepassiamo un cancello aperto. Davanti a noi c’è un lungo corridoio su cui si aprono tante porte. Ci accoglie una dottoressa che vuole farmi conoscere il comandante.
Entriamo nel suo ufficio ma lui non c’è.
Ci sediamo.
Dopo qualche minuto arriva.
Mi stringe la mano sorridente e mi ringrazia.
Dice che è tutto pronto, che quando vogliamo possiamo andare.
Mi chiede chi sono, cosa faccio, come la penso riguardo a questo carcere dove sto mettendo piede per la prima volta. Io rispondo brevemente, sono di poche parole.
A un certo punto si alza e ci invita a seguirlo. Vuole portarci a conoscere un altro comandante. Entro in un altro ufficio e dall’altro lato della scrivania c’è una giovane donna bionda. Appena ci vede si alza, io stringo la mano anche a lei. Mi dice che è contenta che si sia riuscito a organizzare questo incontro, che è importante portare la vita del fuori dentro il carcere, tra i detenuti.
Quando arriva la dottoressa Leone, è lei che ha organizzato tutto, usciamo e prendiamo la via che porta all’ufficio del direttore, Liberato Guerriero. Nell’ufficio ci sono diverse persone: insegnanti, educatori, altri comandanti, direttori di dipartimento, assistenti sociali. Il direttore mi chiede se ero già stata in un posto come quello, in un carcere. Gli rispondo che sì, ero stata in altri penitenziari: a Poggioreale, a Eboli, a San Vittore, al Regina Coeli, a Nisida nel carcere minorile e una volta a Pozzuoli, in quello femminile. É sorpreso, ora vuole sapere come mai. Gli dico che ho il pallino della lettura ad alta voce e che ci sono andata per leggere libri ai detenuti, o con qualche autore quando lavoravo per le librerie Guida.
Ci alziamo tutti contemporaneamente, ci avviamo.
Percorriamo lunghi corridoi.
Alcuni sono grigi, tristi. Altri colorati, dipinti dagli stessi detenuti: enormi murales adornano le pareti e alleviano il senso di oppressione che mettono i soffitti bassi, i livelli nel sotto suolo.
In testa a ogni corridoio c’è un cancello e due guardie. Il rumore, che tengo ancora a mente, è di chiavi che sbattono l’una contro l’altra, di voci che si rispondono e si inseguono, di ferro che cigola.
Alla fine arriviamo in una grande sala, forse una palestra, il luogo giusto per accogliere almeno settanta persone. Tutti uomini. Silenziosi, seduti su sedie bianche di plastica. Le stesse che si usano per stare in giardino. File perfette di teste e corpi.
Giovani, anziani. Tutti uguali. In tuta, per la maggior parte. Ben pettinati, pronti. Pronti per ascoltare quanto le donne dicono di loro. Sanno di cosa tratta il mio libro. Qualcuno ne aveva letto dei brani, altri intere storie. La loro professoressa mi introduce e poi parlo io. Racconto, chiedo. Poi parlano loro, mi chiedono, mi raccontano. Alla fine, un ragazzo in prima fila, giovane, imputato per tentato omicidio, mi guarda dritto negli occhi e alza la mano. Si volta in cerca di uno sguardo amico e poi dice ad alta voce: «Ma che uomini hanno trovato queste femmine fino a mo? Noi, ‘e guagliòne non le tocchiamo neanche con una rosa».
E scoppia un applauso.

Quando l’incontro finisce torniamo verso casa. Il mio amico mi chiede di accompagnarlo in ufficio, dall’altro lato della città. Io gli dico di sì e gli apro la portiera della mia macchina. Lungo il tragitto parliamo, riflettiamo. Lui mi racconta tante cose interessanti.
Arrivo a casa scrivo tutte le cose che mi ha detto, ne cerco delle altre. Leggo, telefono a un mio amico magistrato, prendo appunti.
Appunti che fanno riflettere, soprattutto su un fatto: perché a Scampia la malavita influenza la vita e i comportamenti di gran parte della sua popolazione?

Il fenomeno del carcere attraversa tutte le famiglie che hanno anche più familiari dentro e si diffonde una specie di cultura del carcere.
I più esposti emotivamente sono i bambini che ai colloqui, sperimentano tutta la durezza delle attese fuori del carcere, delle perquisizioni, dell’aprire e del chiudere rumoroso dei cancelli, delle lacrime e degli abbracci struggenti, spesso impediti dagli agenti di custodia.
Ma cosa determina, in certe persone la scelta di andare contro la legge? E una volta dentro, come vivono questi uomini e queste donne a cui mancano sia la cultura scolastica che la cultura del lavoro?
Cosa succede tra quelle mura? Come passano le giornate i detenuti? Con chi si relazionano? Quanto conta la capacità propria e altrui di valutare le conseguenze dei propri atti? Per quali reati in genere vengono arrestati? Qual è l’iter a cui è sottoposto il detenuto?
Qual è il punto su cui fa leva oggi l’ordinamento penitenziario?
A cosa dovrebbe servire il percorso restrittivo e punitivo imposto al detenuto?

I due istituti penitenziari napoletani di Poggioreale e Secondigliano sono luoghi di grande sofferenza.
La popolazione è numerosa e variegata: poveri disgraziati, furbetti, strateghi; tutte persone che, nonostante abbiano commesso anche crimini orribili, il più delle volte, sono pronti a riscattarsi, a farsi delle domande e a cercare di capire come sono finiti là dentro, cosa li ha spinti a intraprendere quella strada, cosa ha determinato in loro la scelta di andare contro la legge. Le variabili esterne sono centinaia, le difficoltà ambientali e culturali contano molto e non sempre le analisi dei comportamenti propri o delle persone con cui si divide la vita quotidiana portano a vere e proprie scoperte.
Il dramma del carcere è una sciagura, non solo sociale, che investe tutto il nucleo familiare. E da cui scaturiscono gran parte delle situazioni di sofferenza che ricadono poi sulla popolazione, impedendone lo sviluppo sociale e l’innalzamento culturale: dall’ignoranza alla mancanza di un’educazione da parte delle famiglie, dalla sconosciuta abitudine al lavoro, alle continue vicissitudini con la giustizia che coinvolge i parenti.

Se non si è mai respirata l’area attorno al carcere non si riesce a capire fino in fondo la sofferenza che provoca la reclusione. Una sofferenza che si ripercuote non solo sullo spirito delle persone ma anche sul fisico: il rapporto tra la vita fisica e il carcere è veramente molto forte.
Un rapporto che in pochi riconoscono. Un meccanismo decisamente complesso che trascina i detenuti in una specie di routine da cui nessuno può sfilarsi.
I reati più frequenti vanno dallo spaccio all’estorsione, qualche rapina, qualche scippo.
I delinquenti arrestati a Napoli vengono portati a Poggioreale che è Casa Circondariale dove restano in attesa di giudizio. Nel frattempo si aspetta che cominci il riesame: un magistrato studia le motivazioni dell’arresto e vede se ci sono gli elementi per proseguire la detenzione. Se non ci sono elementi sufficienti, l’arrestato è rimesso in libertà.
Se invece è confermata l’accusa, si cerca di capire se sia necessaria la custodia cautelare oppure si possano dare gli arresti domiciliari, in attesa delle successive fasi processuali.
Confermata la galera il detenuto normalmente viene trattenuto nella Casa Circondariale ma c’è anche la possibilità che sia condotto, sempre in attesa del processo, in un altro piccolo carcere. Dopo la formulazione dell’accusa si fa il processo, quindi si definisce la colpa e poi la sanzione. Solo a questo punto, dopo il trasferimento nel penitenziario definitivo, il detenuto comincerà a scontare la pena assegnatagli.
Nel caso in cui si appellasse, non cambierebbe nulla. Nel senso che rimane in carcere comunque, in attesa del secondo processo. Perché la prima definizione di pena dovrà scontarla lo stesso.

Oggi l’ordinamento penitenziario fa leva soprattutto sulla mancanza di libertà.
Si ritiene che la mancanza di libertà depotenzi la possibile capacità di contravvenire alla legge: una persona ha commesso un reato? Ha contravvenuto alla legge? Allora l’Istituzione la annulla, le toglie ogni autonomia e la fa ricominciare da zero. Provando a insegnarle da capo come ci si rapporta con le persone e con la società.
Ripartendo da zero si ritorna quasi bambino, in una situazione di totale dipendenza: sei in una cella chiuso dall’esterno e qualsiasi mossa fai dipende dall’agente di custodia. Un modo per far sì che il detenuto si confronti con l’Istituzione, ne ristabilisca i legami e venga riabilitato.
Il compito dell’agente in servizio è vivere nella sezione a contatto diretto con il detenuto sorvegliandolo e rendendogli la vita più o meno difficile o più o meno serena. Molti di loro vivono il rapporto con i detenuti in maniera abbastanza tranquilla altri invece, più stanchi e demotivati, vivono con difficoltà le provocazioni o i contatti diretti e continui con persone violente, con pedofili, con tossicodipendenti. Per questo capita, a volte, che qualcuno di loro sottolinei la sua posizione di potere instaurando con i ristretti anche rapporti distaccati e spesso sprezzanti.
All’agente di custodia però spetta anche rispondere alle esigenze più elementari dei detenuti ridotti in totale dipendenza: hai bisogno di andare a far la doccia?
L’agente ti apre.
Hai bisogno di andare dal medico o dall’avvocato?
L’agente ti apre.
Arriva il momento dell’ora d’aria?
L’agente ti apre.
Poi fa l’appello e chiude.
Ti comporti male?
L’agente non ti apre, ti chiude, ti isola, ti lascia dentro durante l’ora d’aria.

Se il detenuto deve mangiare, i lavoranti, anche loro detenuti, gli portano il cibo, e in genere non aprono neanche la porta della cella: da uno sportello gli passano il piatto col cibo e lui mangia. Mangia seduto sul letto a volte, altre sul tavolino.
Il detenuto non decide nulla, o quasi. Perché una sola cosa, l’unica, può ancora decidere di farla o no: mangiare o non mangiare. Sapendo bene che potrà anche essere sanzionato per quel rifiuto. Però sì, può rifiutarsi di mangiare. Di mangiare soprattutto il cibo che gli passa il carcere. Se proprio quella roba non dovesse piacergli il detenuto può comprare quel che più gli garba allo spaccio. In genere gestito da un’azienda che, dopo aver vinto la gara d’appalto, si impegna a portare, all’interno del penitenziario, tutto quel che può servire agli ospiti: sigarette, accendini, buste per le lettere, francobolli, pasta, zucchero, carne, matite…
I detenuti ordinano all’incaricato compilando dei fogli e ricevono tutto in cella. Poi l’amministrazione dell’Istituto di pena fa il conto di quanto è costata la spesa e preleva i soldi direttamente dal conto personale del detenuto aperto presso un apposito ufficio: una specie di banca che accoglie i depositi dei detenuti eseguiti dai famigliari.
Nonostante ci sia un divieto, è possibile quindi che il detenuto che compra della pasta possa cucinarla in cella e magari mangiarla insieme ai suoi compagni.
Una pratica tollerata perché ha il vantaggio di ridurre le tensioni e sicuramente di creare socialità; quando naturalmente i detenuti non sono pericolosi, quando mostrano collaborazione, non sono litigiosi e soprattutto non rivelano la tentazione di stringere nuovi patti malavitosi.
Comunque, consentire di cucinare nelle celle, per l’Istituzione può essere anche un vantaggio, un modo per non preoccuparsi troppo della scarsa qualità del cibo cucinato e distribuito dalle cucine carcerarie: spesso immangiabile soprattutto per il gran numero di pasti preparati e per il lungo tempo impiegato nella distribuzione.
Chi ne fa le spese sono i più poveri, gli stranieri che non hanno nessuno che depositi del danaro sul loro conto.
Nelle sezioni senza restrizione di contatti spesso le celle rimangono aperte anche diverse ore.

Durante l’ora d’aria i detenuti si ritrovano nei cortili dove conversano, giocano a pallone e passeggiano con il classico stile di andata e ritorno. Alcuni si impegnano a fare un po’ di ginnastica, altri corrono.
C’è sempre un agente che sorveglia attentamente che non ci siano conflitti, che i detenuti più violenti non instaurino rapporti di sudditanza. E che verifica il comportamento dei detenuti per valutarne la capacità di reinserimento e le buone relazioni che eventualmente si instaurano.
Il lavoro è un’altra possibilità offerta ai detenuti dall’Istituzione penitenziaria: a turno c’è chi si occupa delle pulizie, della biancheria, della cucina, della distribuzione del cibo e della spesa, per una durata massima di tre mesi.

Il percorso punitivo, restrittivo che offre il carcere dovrebbe servire a indagare, a tirare fuori, a mettere a nudo tutte le ragioni che hanno portato il soggetto a delinquere. Purtroppo però oggi il carcere non riesce a lavorare a fondo sulle cause della delinquenza e per questo rischia di essere vissuto da molti, semplicemente come una specie di parcheggio da cui entrare, uscire, rientrare.
Come allora riuscire a capire le ragioni di un cambiamento o di un’abitudine? Come riportare le persone a comportamenti leciti e onesti? Di certo un’azione unicamente restrittiva e punitiva ripropone un’antica concezione della pena che va in direzione contraria alla legge Gozzini del 1975 che introdusse prospettive di rieducazione e di reinserimento molto più aderenti allo spirito della nostra Costituzione.
La restrizione però è comunque praticata: ai detenuti è tolta la possibilità di esprimersi liberamente senza, per contrappeso, essere inseriti in un percorso di individuazione delle motivazioni che li hanno spinti a compiere dei reati. Un processo che andrebbe invece avviato perché mette in moto una lettura nuova e diversa del proprio comportamento.

Alcuni detenuti, di fronte alla punizione cominciano a farsi delle domande, si chiedono dove hanno sbagliato.
Altri, pur di sfruttare tutte le procedure che potrebbero sollevarli dall’esecuzione della pena, dimenticano il reato ed entrano nel meccanismo giudiziario, diventandone talmente esperti da spingere anche i difensori verso la revisione del processo e riuscendo certe volte anche a passare per innocenti e ritornare in libertà.
Non si sostituiscono agli avvocati ma li consigliano anzi li obbligano a eseguire i loro ordini. Mettendo in moto un meccanismo perverso in cui rischia soprattutto l’avvocato che viene ridotto a una pedina nelle mani del suo cliente e su cui il cliente si rifà se non dovesse raggiungere la scarcerazione o almeno la riduzione della pena.
Queste persone, inoltre, non si occupano solo del loro processo ma si prodigano anche per i loro amici costituendo una vera e propria scuola di diritto penitenziario! Una scuola spontanea naturalmente — con una forte valenza pedagogica — gestita da chi ha subìto più di un processo e che è diventato un guru, che sa tutto, tutto di diritto penale e che è convinto che la conquista della libertà dipenda esclusivamente dal grande impegno personale.
E poi c’è la questione dei costi. Chi provvede alle spese processuali, spesso anche di un certo rilievo?
Nel caso in cui il detenuto fosse senza risorse, lo Stato mette a disposizione un avvocato che presta il patrocinio gratuito. Ma il pagamento del compenso a questi professionisti ha così grandi ritardi che l’assistenza è continuamente scoraggiata e spesso sia gli stranieri, che i più poveri rimangono senza sostegno giuridico.
Se invece il detenuto appartiene a un clan del ‘sistema’ allora è possibile che qualcuno paghi per lui le spese dell’avvocato, e in questo caso, le speranze di riabilitazione e di uscita dalla vita precedente sono ridotte. In altri casi c’è chi investe tutti i suoi averi, vende appartamenti, case e spera, spera di tornare libero.
A Scampia le persone sono arrestate per spaccio, per detenzione di droga o perché sono coinvolte in estorsioni o truffe.
I detenuti in carcere non vivono tutti insieme ma vengono divisi a secondo dei livelli di sicurezza: i boss che sono dentro con il 41 bis (ma le famiglie di queste persone non stanno a Scampia) e i disgraziati, la manovalanza. Qual è la piaga che flagella questa popolazione? La povertà. Non la droga, gli spacciatori, i tossicodipendenti, ma la povertà.
La povertà e l’ignoranza.
E poi c’è la camorra: il vero incubatore d’illegalità, corruzione e malcostume.
La camorra, che sta sopra tutto.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica dal vivo il 3 maggio 2017