Il giorno dopo il 25 aprile

Sergio Baratto



Martedì era il 25 aprile, la festa della Liberazione e dell’antifascismo. Poiché mi ero intestardito a viverla per quello che appunto dovrebbe essere – una festa e una commemorazione –, con un piccolo sforzo di volontà ho accuratamente evitato di affrontare le piccole o meno piccole brutture che le ronzano intorno come tafani: la memoria della Resistenza è e resta per me uno splendido puledro. Insomma, mi sono concentrato sulla bellezza.
Ma il giorno dopo, mi è parso utile – anche per il puledro – schiacciare quelle bestiacce succhiasangue.

Nella mattina del 25 sono andato a portare un fiore ai partigiani al Cimitero Maggiore di Milano, in un luogo finalmente liberato dalla feccia nazifascista che negli anni scorsi ha cercato di imbrattare la festa con ridicole e luttuose parate. Ma di quei pochi e patetici personaggi non vale nemmeno la pena di parlare: vanno combattuti e basta.
Di pomeriggio ho portato in corteo mia figlia, che del resto ha insistito per partecipare. Ha otto anni e mezzo e un’idea ancora approssimativa della storia, ma ne sa già quel tanto che basta per capire qual è la parte giusta.
Perciò io e lei abbiamo pazientemente risalito il lungo corteo, passando più o meno per tutte le sue anime.

Ho mancato, grazie a Dio, lo striscione di certi gruppuscoli che fanno della reboante esibizione di simboli veterocomunisti – con una particolare predilezione per l’estetica sovietica – il proprio marchio di fabbrica.
Sono, per esempio, quelli che hanno manifestato nelle settimane scorse contro l’imperialismo USA sventolando una bandiera della Corea del Nord. Quelli che denunciano come menzogne della propaganda imperialista le accuse al regime siriano di aver usato armi chimiche. Quelli che su Facebook hanno scelto come immagine del profilo una colomba della pace la cui ala è la bandiera di Assad.

Il camioncino dello spezzone studentesco mi ha riportato alla mente i motivi per cui non mi sono mai sentito parte di quella realtà, fatta di idee magari giuste ma soffocate da un ammasso puerile di conformismo alla rovescia, di deboscia bourgeoise-bohémienne, dove tutto è così prevedibile, scontato, stantio: l’odore di fumo, il sound system con la solita musica, la mise trasandata, la voce stentorea ma strascicata e blesa del piccolo narcisista che gioca al leaderino, la paccottiglia retorica che era già vecchia venti, trenta anni fa…
Magari si divertono, sono adolescenti, sono giovani, ed è giusto così, non so. Però sembrano davvero troppo smaccatamente una parodia inconsapevole del liceale finto-alternativo figlio di papà (che poi, si sa, l’alternativo è il suo papà).

Bello, invece, e commovente il gruppo con le bandiere della Siria insorta: passandogli accanto, mi dico che la loro è una presenza a pieno titolo, e non mi rassegno ad accettare il paradosso di vederli sfilare nello stesso corteo con la marmaglia rossobruna.

La Brigata Ebraica partecipò alla liberazione d’Italia, ha tutto il diritto di marciare. Ma ci vuole una buona dose di malafede per negare che oggi venga anche giocata strumentalmente, per motivi ideologici che nulla hanno a che vedere con la Liberazione, da certi sostenitori dello Stato di Israele cui piace più che altro la sua odierna incarnazione destroide e feroce.
E poi, lo voglio dire una volta per tutte, è allucinante che si continui a rinfacciare ai palestinesi le posizioni filo-hitleriane del gran Muftì di Gerusalemme durante la Seconda guerra mondiale. Certa immondizia retorica del tipo “Ecco, fate venire in corteo quelli che stavano con Hitler!” non si può davvero sentire.
E non si può continuare a usare una canaglia di settanta e passa anni fa come un randello virtuale sui palestinesi di oggi. Le colpe dei bisnonni bisognerebbe trattarle con sguardo storico, non costruirci accuse generali più ereditarie del peccato originale!

Non riesco a trovare molte parole, invece, per definire il corpuscolo estraneo che da anni si incista in piazza San Babila e da lì scaracchia il suo odio antisemita travestendolo di antisionismo. Gente laida, alcuni con evidenti disturbi della personalità, ma in nessun modo assimilabili al grande corteo del 25 aprile, che ogni anno parassitano come pidocchi per cercare di redimere la propria ineluttabile marginalità e insensatezza. E forse per avere i loro cinque minuti di visibilità mediatica. Infatti mi colpisce più che altro, il giorno dopo, il rilievo davvero eccessivo che i media hanno riservato a questo sparuto manipolo di mentecatti. Mi colpisce ma non mi stupisce: so che i giornalisti amano queste narrazioni ormonate, fasulle, adulterate ad arte per produrre quella fuffa pseudoscandalistica di cui evidentemente credono – a torto o a ragione – che i loro lettori siano ghiotti.

Non riesco a trovare molte parole, dicevo, a parte gli insulti. Ma la cosa che in assoluto mi stomaca di più è veder sventolare insieme le bandiere palestinesi e quelle assadiane.
Mi stupisce che a questo dettaglio tutt’altro che marginale e rivelatore delle pulsioni fasciste sottese a quel sottobosco venga dato così poco rilievo, che passi sostanzialmente inosservato. Per me è l’elemento più grave e intollerabile.

Il blu.
Sono sincero: questa polemica non la capisco, mi pare male impostata. Possiamo discutere dei ridicoli cartelli su Coco Chanel e delle altre topiche, che sono davvero imbarazzanti e indifendibili. Ma che il PD abbia scelto quest’anno di usare la bandiera dell’Unione Europea per sfilare mi pare legittimo. Non penso che questo significhi per forza difendere l’Europa dei burocrati, dei banchieri, dei grandi e piccoli Dijsselbloem. Credo invece che ci voglia del coraggio, oggi, a dirsi europeisti, e mi sembra un bel gesto.
Se poi qualche imbecille si dovesse chiedere cosa c’entra l’Unione Europea con l’antifascismo, immagino che sarebbe uno sforzo inutile cercare di piegargli chi e cosa sono Altiero Spinelli e il Manifesto di Ventotene.

Il rosso.
È triste quando il livello medio della discussione è talmente basso che le quattro banalità con cui mi vedo costretto a rispondere fanno la figura di scoperte scientifiche. Ma evidentemente in questi tempi di politologi da social, anche le quattro banalità non sono più tanto banali.
Il rosso, certamente. la Resistenza non sarebbe venuta a capo di nulla senza l’apporto maggioritario e fondamentale dei comunisti. Il loro sforzo e il loro sacrificio sono indiscutibili, e a loro dovrebbe andare l’imperitura riconoscenza di tutta la collettività.

Però la Resistenza fu anche bianca.
Nella città in cui sono nato, Abbiategrasso, durante la guerra uno dei principali focolai dell’antifascismo si formò attorno a don Ambrogio Palestra, un prete della parrocchia di Santa Maria Nuova: si trattava di un pugno di ragazzi dell’oratorio.

Fu tricolore come il simbolo delle Brigate Giustizia e Libertà, cui negli ultimi anni è progressivamente andata la mia crescente istintiva simpatia, per la loro eterogeneità ed eterodossia ideologica che sento vicine al mio modo scomodo di stare (di ostinarmi a stare) a sinistra.

Fu nera come le bandiere delle formazioni anarchiche che operarono – tra l’altro – nelle tormentate terre del Carrarese e della Lunigiana.

Fu azzurra, il colore dei foulard delle brigate autonome, i partigiani cosiddetti badogliani. Quelli in cui militò Beppe Fenoglio (e, mi permetto questo piccolo accenno personale, anche un mio prozio scomparso tragicamente troppo presto), che presero Alba e diedero filo da torcere ai nazifascisti nelle valli dell’Ossola. E fu anche verde: il colore dei fazzoletti della Brigata Osoppo, quella a cui, dopo aver valorosamente combattuto contro i nazifascisti, toccò in sorte di essere massacrata dai gappisti.
A chi pretende che l’unico colore del 25 aprile sia il rosso dico questo: che rossi e comunisti furono anche i partigiani che si macchiarono dell’infamia dell’eccidio di Porzus. Partigiani che trucidarono altri partigiani. E certo il sangue che sgorgò dai corpi dei verdi osovani era rosso: perciò io personalmente voglio che, se rosso dev’essere, sia anche il rosso del loro sangue.

Perché quando cammino sotto le bandiere rosse, in uno sventolio di falci e martelli, penso alle donne e agli uomini che nel nome di quei simboli diedero la vita per la nostra libertà, Ma non dimentico che, nel nome di quegli stessi simboli, durante la guerra civile spagnola che fece da preludio alla Seconda guerra mondiale, gli stalinisti massacrarono migliaia di eroici combattenti antifranchisti la cui sola colpa era di essere anarchici, trockisti o comunque comunisti non allineati (tra loro, una figura che amo in modo particolare e che – se fosse sopravvissuta – certo avrebbe giocato un ruolo importante nella lotta antifascista in Italia: l’anarchico libertario Camillo Berneri).

Stalin fa ancora oggi capolino tra i vessilli portati in corteo, nelle bancarelle con i libri della stampa militante che spuntano in piazza Duomo durante i comizi, nei discorsi delle frange più estreme della sinistra, quelle che oggi sono assadiane e ieri gheddafiane. Quelle per cui le insurrezioni e le rivolte di popolo sono possibili solo nei paesi imperialisti, mentre se scoppiano nei paesi arabi o ex sovietici sono fasulle, organizzate dalla Cia, finanziate dai soliti Savi di Sion. Quelle che sono così tetragonamente comuniste da finire per condividere passioni, odi e idee con i camerati.
È il rosso con una brutta sfumatura di bruno, ed è un colore che dovrebbe mettere in allarme ogni sincero antifascista..








pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 28 aprile 2017