Giovane poesia in lingua francese #2 : Christophe Manon

Marie Fabre



È stata pubblicata alla fine del 2016 la raccolta Au nord du futur di Christophe Manon, poeta che non è più alle prime prove ma risulterà nuovo al pubblico italiano. Manon è senz’altro una delle voci più interessanti dell’attuale paesaggio poetico francese e questa raccolta pubblicata dalle benemerite Editions NOUS porta al culmine la sua ricerca sul ritmo e sulle forme della narratività in poesia.
Ho tradotto qui le prime cinque poesie di un libro che spero arrivi presto in Italia, e trascritto il testo francese in calce. Lascio al lettore il piacere di scoprire questa voce che ci parla di un noi epocale, ma da un punto insituabile, sepolto "A nord del futuro", come recita il verso di Paul Celan che dà il titolo alla raccolta - una voce che ci giunge con una dolcezza sempre lacerante e come inceppata.






NOI NON ERAVAMO NIENTE chi
potrebbe dire il suolo che fuma le nevi scarlatte l’aria
ocracea né del tutto serena l’odore
nero dei sogni sparpagliati lentamente le nostre mani
lentamente sfioravano gli emisferi e nessun tempo nessun
nome volontari dai silenzi così stretti come se
i muscoli le mura le
sillabe come se di colpo avessimo scelto
che freddo circola nelle vertebre che
luce di colpo vacillante in cui camminavamo più vecchi eppure di vite
così numerose effimere eppure eppure così bene aizzati gli uni
contro gli altri sta
che scambiavamo le nostre risate per acido minute reti
d’orgoglio ai nostri scheletri
appese.





I NOSTRI GESTI ERANO di pietra avevamo
imparato i nostri dolori a memoria le sagome nostre giravano giravano dove
siamo noi cosa siamo noi
divenuti adesso forse
bisognava piegare la schiena l’epoca tocca il colmo la guerra
è in agguato ma siamo instancabilmente sulla pista di quello che supponevamo
essere abitare il presente riempiamo
della nostra leggera esistenza gli oggetti che tocchiamo ma non
sappiamo non sappiamo
che territorio dissodare che
orizzonte dare
alle nostre speranze.




NOI SCRIVEVAMO sopra muri
di carceri parlavamo attraverso canalizzazioni ad altri
come noi incarcerati niente
è perduto afferrando l’inafferrabile innalziamo
di schiuma luminosa quello che
sempre sopraggiunge come un
avvenimento rivolgiamo ai morti saluti
amichevoli con gesto tenero li avvolgiamo di parole
confortanti non siamo noi
uguali in piedi sotto una stessa forca estranei
però gli uni
agli altri che portiamo zavorra
di silenzio.




NOI SIAMO ANDATI SIAMO
andati incontro a noi stessi non temendo né la fatica né
le prove cerchiamo un asilo per i nostri esili interiori ripiegamenti
strategici attraversando notti più notturne della notte tale
che cammina e dispiega il passo abbiamo visto
le fabbriche in disuso visto
le industrie petrolchimiche fabbriche di gas centrali elettriche reattori nucleari visto
l’addomesticamento degli esseri il controllo dei flussi migratori l’asfalto
ci brucia le suole respirare sola nostra virtù respirare
non una rinuncia no respirare
senza urti senza strappo del tempo alcuni
aspettavano la promessa di nuovi
possibili ma nessuno mai
è venuto nessuno
ha scattato l’allarme.




NOI TENTAVAMO DI TENDERE l’orecchio
al tempo e di farlo sentire immaginavamo
delle finzioni per travestire il reale per
non essere perseguitati dalle nostre ombre che cullavano
il nostro infinito cercavamo di catturare la vita nei nostri libri ma
come tenere a memoria un abbaglio c’erano solo
parole che si aggiungevano ad altre parole la voglia disperata d’eternità e d’assoluto che
sconvolge i nostri cuori una polvere alla fine cosparsa
su ogni cosa
e
anche questo non era che una forma di torpore uguale
a quelle ferite che sono anteriori a noi ma
reggere bisogna accettare lo splendore del sensibile perché
quanto è grande il mondo
agli occhi dei nostri ricordi
quanto è piccolo il mondo e tuttavia
pieno di grazia e
come vacilla.








NOUS N’ETIONS RIEN qui
pourrait dire le sol fumant les neiges écarlates l’air
ocreux ni tout à fait serein l’odeur
noire des rêves éparpillés doucement nos mains
doucement frôlaient les hémisphères et aucun temps aucun
nom volontaires aux silences si étroits comme si
les murs les muscles les
syllabes comme si nous les avions soudain choisi
quel froid circule dans les vertèbres quelle
lumière soudain branlante où nous marchions plus vieux et pourtant et de vies
si nombreuses éphémères et pourtant pourtant si bien dressés les uns
contre les autres reste
que nous prenions nos rires pour de l’acide de minces filets
d’orgueil à nos squelettes
pendus.




NOS GESTES ETAIENT de pierre nous avions
appris nos douleurs par coeur nos silhouettes tournaient tournaient où
sommes-nous que sommes-nous
devenus maintenant peut-être
eut-il fallu plier l’échine l’époque est à son comble la guerre
guette mais nous sommes inlassablement sur la piste de ce que nous supposons
être habiter le présent nous remplissons
de notre légère existence les objets que nous touchons mais nous ne savons
pas ne savons pas
quel territoire défricher quel
horizon donner
à nos espoirs.




NOUS ECRIVIONS sur des murs
de prisons parlions à travers les canalisations à d’autres
comme nous incarcérés rien
n’est perdu saisissant l’insaisissable nous bâtissons
d’écume lumineuse ce qui
survient toujours comme un
événement nous adressons aux morts des saluts
amicaux d’un geste tendre nous les enveloppons de paroles
réconfortantes ne sommes-nous pas
égaux debout sous un même gibet étrangers
cependant les uns
aux autres portant fardeau
de silence.




NOUS SOMMES ALLES sommes
allés au-devant de nous-mêmes ne craignant ni la fatigue ni
les épreuves nous cherchons asile pour nos exils intérieurs des replis
stratégiques traversant des nuits plus nocturnes que la nuit tel
qui marche et déploie son pas nous avons vu
les industries pétrochimiques usines à gaz centrales électriques réacteurs nucléaires vu
la domestication des êtres le contrôle des flux migratoires le bitume
brûle nos semelles respirer notre seule vertu respirer
non pas un renoncement respirer
sans heurts sans déchirement du temps certains
attendaient la promesse de nouveaux
possibles mais personne jamais
n’est venu personne
n’a déclenché l’alarme.




NOUS TENTIONS DE TENDRE l’oreille
au temps et de le faire entendre nous imaginions
des fictions pour travestir le réel pour
ne pas être poursuivis par nos ombres berçant
notre infini nous cherchions à capturer la vie dans nos livres mais
comment garder mémoire d’un éblouissement il n’y avait que
des mots qui s’ajoutaient à d’autres mots l’envie désespérée d’éternité et d’absolu qui
bouleverse nos coeurs une poussière à la fin répandue
sur toutes choses
et
cela aussi n’était qu’une forme de torpeur pareille
à ces blessures qui nous sont antérieures mais
tenir il le faut accepter la splendeur du sensible car
que le monde est grand
aux yeux de nos souvenirs
que le monde est petit et cependant
plein de grâce et
comme il vacille.








pubblicato da m.fabre nella rubrica poesia il 27 aprile 2017