La Pece – parte seconda

Tobia Iacconi



La Pece è un romanzo iniziato nel 2009. Allo stato attuale delle cose viene pubblicato a puntate su Il primo amore, senza scadenze precise, con ardore infantile e perpetuo scriterio.
Le puntate pubblicate finora:


La Pece – parte prima
La Pece – E torneremo a dibattere, a tempo debito, di Eutanasia
La Pece – A.R.S.P.O.E.T.I.C.A.

Le illustrazioni sono di Matteo Berton: un disegnatore di una bravura quasi fastidiosa, un essere umano straordinario e un grandissimo amico – nel senso più alto e nobile della parola.


La Pece – parte seconda Fuori dal Sogno e dentro il Racconto, fuori dal Racconto e dentro la Vita: HannaH si è addormentata e il Tempo sembra dormire con lei. La guardiamo sonnecchiare e anche gli atomi che compongono il mondo non sono che Tempo condensato: vibrante, pulsante, certo: ma anche fissato: materico: fermo. Le scostiamo le lenzuola dal corpo nudo e, senza svegliarla, le sfioriamo la pelle attorno alla fica. Ci siamo sempre domandati come si sia procurata quei tatuaggi di belacqua che la fanno sentire così speciale. HannaH non ci ha mai raccontato niente: quello che sappiamo di lei lo sappiamo perché lo abbiamo vissuto. Conoscemmo HannaH ai tempi gloriosi dell’Università Sabbatica Dolce Far Niente. Allora eravamo tutti belli e giovani e magri e in perfetta salute, gli zigomi caucasici coperti a malapena da uno strato di pelle tirata e tagliente, i capelli folti ed elettrici, le tasche piene di soldi e la testa piena di merda americana. Ce ne andavamo in giro per le città degli uomini come modernissimi sgronfi berlinesi, eravamo contrari ed eravamo a favore del mondo, eravamo voci rabbiose fuori dal coro – ed eravamo il coro, pudico, innocuo e angelicamente intonato. Avevamo tutti un paio di bar in cui bere caffè e avevamo tutti un paio di pub in cui bere birra. Avevamo tutti un paio di spacciatori da cui comprare le droghe del giorno e avevamo tutti un paio di esseri umani con cui scopare. Conoscevamo un paio di africani ai quali, se si dimostravano diligenti abbastanza da ricordarsi i nostri nomi di fronte ai nostri amici, davamo pochi spiccioli in cambio di un accendino o di un braccialetto, o anche solo di un’edulcorata stretta di mano postcoloniale a suggello del nostro evidente antirazzismo. Vivevamo nel turbine dolce di una supernova comunicativa: intasavamo i cineclub, i teatri occupati, andavamo ai concerti, ai live-set, alle mostre di pittura, ai vernissage di fotografia, andavamo alle presentazioni di romanzi e ai reading di poesia; giravamo cortometraggi, mettevamo in scena atti unici sperimentali, suonavamo in gruppi indie, componevamo musica elettronica, dipingevamo con tratti tormentati i corpi nudi dei nostri coinquilini, sviluppavamo le nostre foto in bianco e nero, scrivevamo gli incipit di romanzi che non avremmo finito mai e riempivamo di piccole poesie ermetiche i nostri piccoli moleskine neri. I professori erano di due tipi: i Professori Vati, che oracolavano con parole argute, e i Baroni Rampanti, che insegnavano l’arte del compasso. I ricercatori laureati e i dottorandi, custodi dei segreti della candeggina, apprendevano il nobile mestiere del bidello. Coi tepori primaverili i fine settimana si allungavano e allora i nostri simili implodevano in manifestazioni pornografiche, si depilavano gli obelischi e li mostravano alle città in orgiastiche parate promozionali. L’Università era il nostro Torpore e il nostro Utero: l’Arte era la nostra Docile Tenebra. Non poteva e non doveva durare. In un momento imprecisato di quei noiosi secoli vedemmo HannaH per la prima volta. Estraeva chicchi da un melograno squarciato e ricopiava 9691 di Georges Perec sul retro di un volantino di un centro sociale. Fumava con timore una sigaretta di tabacco e aveva pallidi occhi di fuliggine che non ricambiavano nessuno sguardo. La prima cosa che le chiedemmo fu il perché di quel tatuaggio che le ricopriva tutto il corpo: una specie di pianta rampicante nera, squallida e morta, tremolante e incerta come inchiostro soffiato. Lei si limitò a fissarci con odio senza proferire parola. Non sapevamo ancora che aveva paura di parlare poiché aveva paura del Tempo, credeva che scorresse in entrambe le direzioni contemporaneamente. Per ovviare a questo inconveniente aveva imparato a memoria una quantità incredibile di parole e frasi palindrome – in un grande numero di lingue e dialetti – e si esprimeva solo attraverso quelle. A causa dei suoi evidenti problemi di comunicazione ci mettemmo un po’ a comprendere la natura della sua malattia, una sorta di aibofobia di segno contrario. Una volta compresa ci offrimmo di curarla. Una volta curata lasciammo tutto e tutti e andammo a vivere nella Stanza. Nella Stanza, adesso, la guardiamo sonnecchiare e flettere il Tempo a sua immagine e somiglianza, chiedendoci come sempre come e dove si sia procurata quei tatuaggi di belacqua che la fanno sentire così speciale. La verità è che non ce lo racconterà mai. HannaH emette un gemito, la fica le si sta inumidendo velocemente. Le ricopriamo il corpo con le lenzuola. Fuori dalla Vita, dentro il Sogno. Certe domande non hanno risposta. E certe malattie, semplicemente, non hanno cura.

Nostro padre era un montone di smalto verde lucente. Zoccoli d’acciaio e una salute di ferro, mani di quercia e polmoni di catrame industriale. Non parlava mai con il Cristo A Ventosa Di Legno Giallo, non credeva nei boschi e nei torrenti, non credeva nelle montagne in generale. Prima del suicidio dei nonni non credeva nemmeno nel Contagio, sosteneva che fosse tutta un’invenzione dei Comici per fomentare i rotocalchi informativi e giustificare una svolta autoritaria – cosa che però, a nostro padre, andava più che bene. Ma, persino dopo quel tragico avvenimento, aveva continuato a sostenere che i nonni questo fantomatico Contagio se lo fossero andati a cercare: sempre a leggere, a curiosare qua e là, sempre a nutrire la loro intelligenza e la loro sete di Comprensione, sempre arroventati e incendiati in quel loro bizzarro gioco di vedere storie ovunque, dentro le cose, fuori di esse, sotto e sopra i tappeti, sopra e sotto la Pelle. Nostro padre odiava le storie e non ce ne ha mai raccontata una. Le arti lo irritavano: la Bellezza lo lasciava indifferente: la Dolcezza, semplicemente, lo terrorizzava. A colpi di bavero s’era fatto una posizione lavorativa, a schiaffi e cordiali una reputazione nelle chiacchiere da bar. La caserma lo aveva plasmato a sua immagine e somiglianza, i concetti goliardici di nonnismo, di confraternita e di camerata lo divertivano con nostalgia. Nelle fredde mattine domenicali le finestre dovevano essere spalancate per permettere alle stanze di arieggiarsi e tornare asettiche, rami di brina entravano e ci accoltellavano nel sonno. Le brande dovevano essere in ordine, il tubetto di dentifricio doveva essere strizzato rigorosamente dal fondo e arricciolato man mano che si svuotava, le scarpe andavano sostituite all’ingresso con pantofole bianche. La vita, per nostro padre, era una semplice trinità imperativa: studiare, eccellere, vincere. Negli occhi e nel cuore gli ardeva la stupida convinzione, tutta maschia e virile, di essere parte dei buoni di quella storia, come di ogni altra, nonostante sapesse bene di non aver mai fatto niente di buono. Gli bastava essere certo, per sentirsi uno dei buoni, di non aver mai fatto alcunché di particolarmente cattivo. Si sbagliava. Durante il mercoledì di Coppa e quando raggiungeva l’orgasmo nitriva alla stessa maniera, irrigidendosi tutto. Amava lo sport, le bistecche di gallina gronde di sangue e, a giudicare dalla cronologia delle sue visite notturne sul web, le dodicenni asiatiche con la topina piccina picciò.

HannaH sputa fumo di sigarette di tabacco e si passa la lametta sulle gambe affrescate. È ossessionata dalla depilazione. È ossessionata da tutto ciò che le ricordi d’essere, in fondo, sostanzialmente, un animale. La sua bellezza è quasi fastidiosa, con i suoi occhi giallo fuliggine e la pelle invasa da quella stupida belacqua, la libertà beffarda e scanzonata di chi non indossa le mutandine, i capelli corti corti, neri come una parrucca nera, quei capelli finti, verniciati d’una tinta industriale, quei capelli chiusi e soffocati dallo stesso petrolio che riveste le opere dormienti delle navi mercantili. Quando contempliamo la sua bellezza non possiamo fare a meno di chiederci se sarebbe così bella persino senza trucco e smalto nero, senza quella belacqua incisa ovunque sulla pelle – se sarebbe bella anche con gli avambracci, la vagina, i contorni del buco del culo, le caviglie e le ascelle pelose, i lunghi capelli sfibrati sporchi e appiccicaticci, un accenno di peluria attorno alla bocca, una decina di peli lunghi e contorti al limitare delle areole. Non riusciamo a non chiederci se sarebbe bella anche in quanto animale, concepita e nutrita dalla sola Natura, come una mera e semplice addizione biologica. Ci chiediamo cosa sia rimasto di animale nell’essere umano. Ci chiediamo cosa sia rimasto di animale in HannaH.

Nostra madre era una brocca di acqua limpida, paranoica, borghese, irrimediabilmente cattolica. Giocava col vino e ne traeva sollievo. Non l’abbiamo mai vista sbattere le palpebre, non l’abbiamo mai vista nuda. Aveva pelle secca e polvere, mani leggere e fianchi di carestia. Stretti occhi celesti che nessuno ha notato mai e piccoli piedi di neve fredda. Aveva pochi peli schifosi e diveniva trasparente se attraversata dai raggi di Sole, nessuno riusciva a vederla ed era come essere senza una madre – fortunatamente il Sole, un grossolano lampadone tozzo a risparmio energetico, si accendeva solo pochi minuti ogni interminabile ora, al termine dei quali un confortevole grigiore tornava a delineare i confini delle cose e di nostra madre. A volte la spiavamo mentre parlava con il Cristo A Ventosa Di Legno Giallo. Lui non le rispondeva mai. Secondo nostra sorella non le rispondeva anche perché nostra madre usava sempre dei nomi sbagliati, alcuni dei quali sarebbero potuti persino risultare offensivi: lo chiamava Pastore Di Qua, Salvatore Di Là, Figlio Di Io, Immacolata Concezione, Agnello Di Io. Ma quale Figlio Di Io e Figlio Di Io, ci chiedevamo sorpresi, quello è il Cristo A Ventosa Di Legno Giallo! Una notte, mentre il resto del mondo taceva, sentimmo che pregava. Voleva che il Cristo A Ventosa Di Legno Giallo convincesse nostro padre a farle usare il suo computer, anche solo per poco, per pochissimo, per poco. Nemmeno a nostra madre era permesso usare il Sabbiatore. Gli disse ti prego, gli chiese per favore, per cortesia, per carità e tutte le galanterie del caso. Lui tacque come tacciono i morti. Gli spiegò che voleva solo cercare la verità sul suicidio dei nostri nonni, che aveva solo bisogno di sapere più cose sul Contagio e sulla scomparsa della Luna. E lui, ancora, tacque come tacciono i morti. Gli chiese, con le mani giunte e gli occhi tristi, se non avesse anche lui una madre, gli gridò, provò a gridargli almeno, con voce soffocata dalla vergogna e dalla paura, gli gridò sottovoce che non si lascia una figlia senza risposte, gli gridò senza voce, che non si lascia una figlia. Anche nostra madre era una figlia, e nessuno di noi, fino a quel momento, ci aveva mai pensato. Era solo una figlia che voleva scoprire la verità sulla morte della propria madre. Il Cristo A Ventosa Di Legno Giallo continuò a fare lo gnorri, e a nostra sorella parve di vederlo fischiettare come quando si fa finta di niente. La verità era un’altra: quel pusillanime doveva avere una paura matta di nostro padre e delle sue sberle. Meglio rimanersene al sicuro lassù, tutto giallo e tronfio in quel mare di vetro celeste, a mezza parete, assicurato a quelle stupide ventose. Ogni tanto nostra madre piangeva ma, essendo fatta d’acqua, credevamo si sforzasse di farlo il meno possibile: se avesse pianto troppo sarebbe scomparsa, evaporata dal pavimento in pochi giorni. Non era dato sapere cosa le piacesse così tanto del vivere da farle decidere ogni istante di continuare a farlo. Il fatto di essere viva, per la verità, non sembrava procurarle la benché minima soddisfazione. Cucinava molto e mangiava poco, cuciva molto e indossava poco. Il suo sorriso impaurito, col passare degli anni, si era assottigliato fino a diventare nient’altro che un sottile e cicatrizzato squarcio nel volto.








pubblicato da t.iacconi nella rubrica racconti il 26 aprile 2017