Tracce

di Fabio Morpurgo



Laura rovesciò la testa e, prima di rispondere, si lasciò andare ad una lunga risata.
– L’hai visto anche te, quando ci siamo baciati. Il tipo che stava bevendo al banco si è messo a ridere!
Tim, al volante, annuì senza distogliere gli occhi dalla strada che correva sotto di loro.
– Sembrava che non avessero mai visto qualcuno baciarsi, – aggiunse lei, mordendosi le labbra sottili.
– Certo, – sussurrò lui.
Laura si asciugò gli occhi dalle lacrime e si sistemò i capelli biondi dietro le orecchie.
– Non credevo avresti pagato, non serviva, e poi ti ho chiesto io di trovarci. Non avevo capito, – si giustificò la ragazza. – Ho tirato fuori il portafoglio, tu avevi la carta di credito in mano, ma la signora alla cassa non ha visto. Non che sembrasse particolarmente, come si dice, – qua si interruppe a cercare le parole. – Mansueta. Non capisco come si possa mettere una persona come lei a contatto con i clienti.
– Forse era la proprietaria.
Lei parve rifletterci su per un momento: – Forse sì, ma non fa un favore a nessuno stando là, – disse. – Cos’è che ti ha detto?
Tim sospirò: – Mi ha detto che dieci anni fa non avrebbe mai visto una cosa del genere.
– Che stupidaggine, – sentenziò. – Mi sembra un’affermazione sessista. E perché ha pensato che fossimo assieme?
_ Tim non disse nulla.
– Comunque, dopo che lo ha detto, tu hai borbottato qualcosa. Eri viola.
– Ed è per quello che mi hai baciato?
– Sì, – ammise lei. – Mi facevi pena. E poi ero stufa di sentire certe cose, – continuò. – L’ho zittita, e tu hai pagato. Il mondo ha girato come voleva.
– Dove stiamo andando? – tagliò corto lui.
La ragazza gli sorrise con aria furba; poi tolse i piedi dal parabrezza e li poggiò sopra le scarpe.
– Non la trovi una storia buffa?
Tim si agitò sul posto di guida; immaginava che nella domanda ci fosse malizia, ma dopo un’ora d’inutili conversazioni chiunque l’avrebbe trovata irritante. La strada che da Broome conduceva a Port Headland era fin troppo riconoscibile, seicento chilometri di nulla costantemente in bilico tra l’oceano e il deserto, e così sembrava ridicolo che Laura insistesse nel doverlo portare “da qualche parte”; soprattutto, Tim non comprendeva il motivo di tanta segretezza. Cercò di non pensare; con un secco colpo di tosse si concentrò sulla sottile striscia d’asfalto che galleggiava su di un paesaggio privo di punti di riferimento. La luna era alta sopra di loro, e la luce calava come una patina argentea che aveva cancellato ogni colore ma ingigantito ogni asperità del terreno. Tenne gli occhi fissi sulla strada: la osservò così a lungo che provò una vaga vertigine. Bassa sull’orizzonte, intravide una luce. Pensò a un aereo, ma poi si rese conto che era una macchina che procedeva dalla direzione opposta, rimpicciolita dalla distanza. Non riuscì a distinguere i due fari fino a che non fu vicina. La vettura, una berlina rossa, li incrociò e passò oltre. Due sagome scure nell’abitacolo si voltarono a guardarli.
– Sei sempre stato così serio, – aggiunse lei, senza dargli tregua.
– E tu sei sempre stata quella infantile, – replicò secco.
– È per questo che ci siamo lasciati, allora? Era una domanda troppo importante per essere posta in quella maniera frettolosa, e per un attimo fu tentato di non rispondere.
– No, – sentenziò a denti stretti.
_ Laura poggiò i piedi sul sedile e si abbracciò le gambe.
– Siamo stati assieme cinque anni.
– Quattro anni e mezzo, – la corresse lui.
Lei si batté la mano sulla fronte: – Ma certo, e questo fa differenza, non credi?
– Si può sapere dove stiamo andando? – chiese Tim.
– Lo sai benissimo,– disse lei di getto, e subito scoppiò a ridere. – Parigi. Non mi ci hai mai portato, ma so che gli Champs-Élysées di notte sembrano un’enorme, lunghissima passerella, – aggiunse, e con il dito indice tracciò un immaginario tragitto lungo la guancia del ragazzo.
Tim borbottò seccato e allontanò la sua mano. Non provò nemmeno, per l’ennesima volta, a capire cosa significasse quella messa in scena. A dire il vero, non era l’unica cosa che non gli era chiara. Due giorni prima aveva ricevuto una sua telefonata; con la voce rotta dall’agitazione, Laura gli aveva chiesto di rivedersi, ma dopo sei mesi che si erano lasciati non ne aveva inteso il motivo. Tim aveva creduto fosse accaduto qualcosa di grave. Si era preoccupato, ma i suoi tentativi di farsi dire di più non avevano portato a nulla. A confonderlo ulteriormente, c’erano stati i modi spensierati e spiritosi che Laura aveva sfoggiato durante la cena. Nessun accenno alla telefonata; niente riguardo a lutti o altri eventi simili. Avevano parlato a lungo della loro storia, senza avere il coraggio di chiarire il motivo per cui si erano trovati, ma neppure di aggiungere un addio a quello che già si erano già scambiati. Poi, Laura aveva accennato a un certo posto dove sarebbero dovuti andare. Tim dapprima si era mostrato reticente, ma alla fine aveva acconsentito a malincuore. Non aveva impiegato molto a pentirsene.
– Non te ne è mai importato un accidenti di Parigi, – disse lui.
Laura alzò le spalle: – Ci pensavo l’altro giorno. Magari non mi interessa davvero. O forse l’ho sempre detto perché a te non importava nulla di Parigi. Forse farò un viaggio da sola. Non ne ho mai avuto il coraggio, ma ora credo proprio che non abbia più importanza.
Per un momento parve voler lasciare cadere la frase nel vuoto; fece scivolare le dita sul finestrino, guardando fuori. Poi gli si rivolse ancora.
– Sai, credo che ci siano molte cose non ci siamo scomodati davvero a dirci in questi anni. Magari non è nulla di importante, – disse, – e forse non ha nemmeno senso vuotare il sacco adesso. Però questo non toglie che ci siano. La completa sincerità in una coppia è pericolosa; forse addirittura dannosa. Tim strinse il volante fino a far sbiancare le nocche: – Del tipo?
Lei fece un vago cenno con la mano: – Nulla di troppo importante, non credo valga la pena tirarle fuori ora, cose stupide, ma comunque piccoli segreti, – disse, mentre continuava a guardare nel buio. – Non ti ho mai tradito, se questo è ciò che ti preoccupa.
Tim arrossì: – Non l’ho mai creduto.
– Oh, invece sì, – disse Laura. – Sarebbe stato perfetto per te, per giustificare come stava andando la nostra storia. Per capire.
– Non voglio litigare.
– Litigare? – chiese lei, scoppiando a ridere: – Nessuno qua vuole litigare, Tim. Direi che stiamo godendo della reciproca presenza il più possibile. Non c’è assolutamente nulla che non vada.
– Te lo chiedo un’ultima volta, Laura. Dove diavolo mi stai portando?
– Un certo posto, ti piacerà.
– Un certo posto?

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pubblicato da l.cristiano nella rubrica libri il 12 aprile 2017