Su “Acqua viva”, di Clarice Lispector

Enrico Macioci



Acqua viva di Clarice Lispector (uscito nel 1973 e oggi edito da Adelphi) è un’opera peculiarissima. Chi sostiene che assomigli ai romanzi di James Joyce e Virginia Woolf a mio avviso sbaglia. Joyce e Woolf costruiscono ancora, sebbene per vie ardite, delle narrazioni romanzesche, mentre Acqua viva è un ininterrotto dialogo dell’autrice con sé stessa e anzi con l’altra parte di sé, la metà oscura che quasi nessuno ha il coraggio o la capacità di guardare in faccia. Lispector poi, al contrario di Joyce e Woolf, possiede un temperamento mistico. Per lei la scrittura è una deminutio rispetto alla “sacra” condizione del silenzio – culla del vuoto e quindi della verità dell’essere; tuttavia si sente costretta a scrivere proprio attorno al silenzio poiché esso va stanato, esplorato, indagato, poiché occorre gettare barbagli di luce in quel pozzo buio e sapiente. Potremmo paragonare Acqua viva a una ciambella di cui l’unico aspetto davvero importante sia il buco: “Dunque scrivere è il modo di chi si serve della parola come esca: la parola pesca quel che non è parola. Quando la non-parola – quello che è fra le righe – abbocca, qualcosa è stato scritto. Una volta che si è pescato quel che è fra le righe, ci si potrebbe sbarazzare con sollievo della parola. Ma lì finisce l’analogia: la non-parola, abboccando, ha incorporato l’esca. L’unica soluzione allora è scrivere distrattamente.”
Correlate al tema del silenzio – in Acqua viva non incontriamo eventi bensì ipotesi, incubi, miraggi – appaiono le riflessioni sul tempo e sull’identità.
Il tempo è percepito come un raggiro, ciò che Einstein avrebbe definito un “inganno ottico della coscienza.” Lispector, acutamente consapevole del nostro scivolare sul sempiterno nastro delle ore, dei minuti e dei secondi pretende, tramite l’uso sciamanico della scrittura, di bloccare il flusso cronologico per coglierne (schiuderne) il senso. Ma l’abisso del tempo, e quindi della morte, è sempre pronto a ingoiare le fulminee epifanie che Lispector scorge ovunque – nella persona amata, negli animali, nelle cose (“Gli oggetti sono tempo fermato?” si chiede a un certo punto, memorabilmente; e altrettanto memorabili risultano le analisi sulla stranezza ontologica degli specchi).
L’identità viene vissuta da Lispector come un altro drammatico inganno. Il nostro io ci separa da un Tutto vivo e pregno, umido di colori, odori, suoni. La scrittura dovrebbe consentirci di attingere a piene mani dall’infinito serbatoio nel quale, simili a gusci ciechi, nuotiamo; ma di nuovo le percezioni sono tanto forti quanto brevi. Lispector vi si attacca e sugge con l’avidità di un bimbo al seno materno, riportando sulla pagina estatici frammenti: “E’ una vita di violenza magica. E’ misteriosa e ammaliante. In essa si allacciano i serpenti mentre le stelle tremano. Gocce d’acqua cadono nell’oscurità fosforescente della grotta. In questo buio i fiori si intrecciano in un giardino fiabesco e umido. E io sono la sacerdotessa di questo baccanale muto.” Oppure: “E sogno lussureggianti grandezze sprofondate in tenebre: tumulto dell’abbondanza, dove le piante vellutate e carnivore siamo noi che siamo appena sbocciati, acuto amore… lento svenimento.” Oppure: “Aria, steli verdi, la distesa del mare, il silenzio della domenica mattina. Un uomo esile con un piede solo ha un grande occhio trasparente in mezzo alla fronte. Un essere femminile si avvicina carponi, parla con una voce che sembra provenire da un altro spazio, voce che risuona non come la prima voce ma come l’eco di una voce prima…”

Se si cercano i predecessori di Acqua viva occorre riandare a Simone Weil e Arthur Rimbaud. Non so se Lispector lesse Una stagione all’inferno; fatto sta che Acqua viva richiama la Stagione non solo per i temi ma per il ritmo, il respiro, talora la fraseologia. I temi collimano: il carcere dell’io, il tentativo disperato di evadere dalla coscienza ordinaria attraverso un deragliamento volontario, rischioso ma latore di enormi ricompense estetiche e cognitive; la ribellione alla norma materiale e morale, sociale e individuale; la concezione della scrittura come un mezzo anziché come un fine. Ecco invece le somiglianze stilistiche: la perpetua contraddizione rispetto a ciò che si è appena affermato, gli scatti, le ellissi, le esclamazioni, i puntini sospensivi, le frasi interrotte, una sintassi franta tesa a rendere l’idea della lotta dello spirito. Se Lispector intesse volutamente un dialogo col ragazzo francese le va riconosciuto un coraggio eccezionale, perché nessun testo è ambiguo ed elusivo come il capolavoro di Rimbaud. E il dialogo funziona: leggendo queste due opere – scritte a distanza di un secolo esatto – una di seguito all’altra, si percepiscono armonie ed echi metafisici. Sembra che Rimbaud e Lispector si chiamino a gran voce nell’antro sconfinato del silenzio.
Due, però, le differenze. La prima consiste nella neutralità di Lispector rispetto al pensiero cristiano, laddove Rimbaud si agita e freme contro il Cristo, “eterno ladro di energie”, per poi cercarlo senza tregua (“aspetto Dio con ingordigia”). Il supplizio di Rimbaud è cristico, e cristica è la sua figura; al di là di ciò che credeva o non credeva, e al di là dell’anticlericalismo di superficie, per Rimbaud il problema dei problemi lo incarna proprio Gesù. “Ho detto: Dio. Voglio la libertà nella salvezza. Come ottenerla?” Su tale perno, ad oggi attualissimo, ruota la giostra vertiginosa della Stagione all’inferno. Lispector concepisce invece un Dio/panico, un dio/cosmo, una sorta di utero totale; per lei il problema non consiste nella morte e resurrezione di Gesù, nella “salvezza” biblicamente intesa; lei vorrebbe solo abbracciare la divinità senza morirne.
La seconda difformità è di natura espressiva. Lispector viene dal racconto e dal romanzo, Rimbaud dalla poesia. Ciò scava un solco fra Acqua viva e Una stagione all’inferno che nemmeno l’audace bravura di Lispector riesce a colmare. L’opera di Rimbaud è più breve e repentina, giunge con più immediatezza all’essenziale. In certi brani della Stagione uno sente di toccare la Verità, letteralmente, pur senza comprendere cosa sia. Nella caccia all’assoluto, ritengo, la poesia batterà sempre la prosa, e la musica sempre la poesia.
Entrambi gli autori comunque, per chiudere il cerchio, pendono sul crepaccio del silenzio. Rimbaud esclama: “Io non so più parlare!”, mentre Lispector nota: “Scrivere mi sta solo offrendo la grande misura del silenzio.” Lispector è meno radicale, o più fiduciosa nei poteri della parola; e se Rimbaud tace a diciannove anni, eseguendo proprio le consegne della Stagione all’inferno, Lispector continuerà a scrivere fino alla morte, sopravvenuta nel 1977 all’età di cinquantasette anni. Si tratta di scelte, di percorsi psicologici ed esistenziali; ma si tratta anche, credo, della risposta alla prossimità del fuoco. La salamandra evocata da Lispector, che sopravvive dentro la fiamma, né Lispector medesima né Rimbaud possono imitarla. Lispector non si lancia nel fuoco, Rimbaud sì; e non gli resta che la cenere del silenzio.








pubblicato da e.macioci nella rubrica libri il 11 aprile 2017