Brucia la cenere

di Luca Cristiano



Atterraggio forzato del nibbio

[foto di Rossella Di Concilio]

Questa è la raccolta d’esordio di Luca Cristiano: è l’esordio di qualcuno che scrive da tanti anni e che, come tanti altri della sua generazione, si trova a esordire in un tempo di mezzo, in cui la vita è già in parte consumata mentre niente ancora è stato stabilizzato. Tra giochi che restano aperti e porte che si chiudono, tra stasi e movimento, consunzione e pietrificazione, la linfa vitale scorre sradicata, sempre a rischio di raggrumarsi e l’individuo stesso, il tempo della sua vita, è cenere che brucia ancora nel fuoco dell’irrealizzato. Se voglio vedere nella poesia di Luca Cristiano le tracce di destini più generali, è perché ci vedo un’esperienza di sradicamento e di mobilità, geografica, lavorativa, sentimentale, che posso leggere come segno di un ritardo generazionale: «i fiumi ci rifiutano/ gli squarci delle rocce/ non ci lasciano entrare.» La pietrificazione è quella onnipresente del corpo solitario quando diventa «isole d’ossa gelate» o semplice «dato di fatto», ma anche quella del mondo stesso, dell’occhio spento del burocrate, che fa rimbombare alcuni echi kafkaiani in queste poesie scritte da una Praga che «spacca le labbra» e congela le lacrime sul nascere.
In mezzo a questa esperienza che unisce “io e voi” e rende possibile la poesia, c’è la figura stessa del poeta, albatro di lontana memoria o nibbio, come nella prima poesia: sempre questo “stupido” uccello che non si sa adattare, e solo in cielo riesce a compiere l’incantesimo del tempo fermo – il nibbio è in effetti un uccello che sa rimanere immobile in aria, ad ali aperte, in una prova perfetta di equilibrio. Un sogno di leggerezza che annulla il tempo, come nella grazia dei ragazzi che giocano a pallone o nell’eleganza di Michael Jordan, ricordi che animano questa poesia sempre vicina a “qualcosa che manca/ agli uomini che si mettono al volante da soli/ alle quattro del mattino/ tutte le mattine tra oggi e oggi”, come agli altri camerieri, soldati, operai, semplici lavoratori che affollano insensibilmente le pagine di questa raccolta. Questo nibbio vive sulla terra, condivide il destino umano della finitudine, della contingenza, del desiderio fisico. Il suo “gioco gravitazionale” si svolge anche nella vita, dove viene sempre contemplata la possibilità della caduta. Accanto all’esperienza generazionale ce n’è dunque un’altra, universale, quella di uno scorrere del tempo che lascia l’individuo “avanzo di se stesso o irrealizzato”, al contempo passato e futuro, e lo forza a capire che anche i giocolieri dell’eternità, poeti o sportivi, invecchiano. Ma chi avrà mai saldato i conti in sospeso con l’eternità? È sempre lo stesso umano stupore che si rinnova, la stessa ingenuità: “invecchio quando guardo i filmati/ dei calciatori che non giocano più/ soprattutto di quelli che ho visto esordire/ è abbastanza terribile”, dice Luca Cristiano con la trivialità innocente di uno Houellebecq.
Anche la forma è a geometria variabile, il ritmo agitato da venti contrari: il verso si può scomporre, rischiare il crollo, sgranellare i secondi nel balbettio o nell’ossessione, sillabare la sua cantilena oppure scivolare nella frase colloquiale, nel linguaggio bruto del soliloquio, oscillare tra elastico e spastico. Quello che potrebbe sembrare un eclettismo (“né voce né patria né lingua né stile”) è solo l’incontro tra la sua dolcezza, la semplicità della parola piana, e la durezza dei marciapiedi sui quali risuonano “come nacchere infernali/ le caviglie rovinate dei passanti”. Il vento di classicità che comincia a poco a poco a soffiare e approda allo schema dell’ultima poesia è appaesamento: nella gabbia ritmica si scatena l’energia del ragazzo che si riscopre antico. C’è la violenza, il freddo, ma la “pietra cardiaca” pulsa forte nella cadenza dell’endecasillabo o del novenario piano, sempre più vicino alla rima. Quest’ultima poesia racchiude le tematiche principali della raccolta, il dolore, l’assenza, il disorientamento di chi (il nibbio?) si trova “senza cardine nel cielo a cui agganciare / il sogno notturno del vento», ma è vittoriosa perché contiene tutta la memoria dell’individuo, il suo battito. È approdato a un ordine vivo, organico, eppure in qualche modo terrificante, perché la sua regolarità è quella dello sbattere la testa contro il muro, e ci lascia col silenzio di un’alba fatta “chiarore congelato”.

Marie Fabre

***

il sole secca la linfa del ramo verde
spezzato espiazione parziale
parziale la vista il nibbio
mi pare un disegno di fumo
molto denso, molto denso
oggi smetto di essere giovane
il legno asciutto già sembra carbone
ogni parola è stanca del suono che la trasporta
forse il nibbio è di vapore forse
gli uomini dovrebbero restare fermi
al centro delle strade che stanno attraversando
dovebbero lasciare che le loro teste crollino
sul metallo lucente dei tavolini
fuori dai bar è di vapore
forse il nibbio è di vapore troppo
stupido, esausto, confuso, triste,
isterico, assurdo, spaesato, troppo
cauto per finire il lavoro
fare quello che devo fare quello che devo
troppo stanco, forse il nibbio è di vapore,
non di fumo, niente brucia, quello che devo
quello che devo, quello che avrei dovuto fare
da tanto, ma sono troppo sbrindellato, troppo
spesso sul punto di fermarmi
al centro della strada che attraverso
uno scemo un incapace una scimmia
che indossa i miei vestiti pronuncia
le mie frasi non sa combattere
soltanto spiegare provare a spiegare
spiegare provare a spiegare
provare provare a spiegare che
il nibbio strappato nel cielo
esala dal ramo spezzato

***

brucia gli avanzi e le decorazioni
disponiti all’oblio
brucia tutto quello che indossavi
tagliati le unghie
brucia anche quelle
magari anche la punta delle dita
e quando avrai finito di bruciare
tutto
brucia la cenere
le ciglia con cui hai guardato la fiamma
la terra che hai annerito
non è detto che funzioni
ma questo puoi fare
e nient’altro
perché la prossima volta
non ti sembri
di esserci
già
stato.

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Qui il collegamento al video di "Pessimo caffè, ottima eroina", realizzato durante la lettura praghese del 20 giugno 2017.








pubblicato da l.cristiano nella rubrica libri il 10 aprile 2017