Piera

Un racconto di Marisa Fasanella



L’uomo la guarda da dietro la scrivania di legno chiaro, di fianco alla finestra. Indossa un cappello a falda larga, un cappotto a vestaglia che scopre ginocchia ossute sfuggite all’orlo di una gonna ribelle. Sono circa le diciassette di un pomeriggio di fine estate, piove. Apre le braccia, quando parla, sembra un uccello sul punto di volare. “Lui è tornato” afferma. “Si vergogna della mia tristezza: «Prendi le tue pillole!» ordina.” Flette le spalle e le avvicina alle ginocchia, incrocia le mani sotto il mento. Così curvata, sembra un cucchiaio piegato su se stesso. L’uomo capovolge la clessidra, sfarina il tempo, sbroglia pensieri avvelenati. La donna viene una volta a settimana, fuma una sola sigaretta e torna nella stanza in fondo al corridoio. Si tortura le mani, dondola il busto. C’è un grande specchio appeso alla parete. No, non guarda in quella direzione, siede di sbieco, per metà si riflette. “Attraversa il corridoio assopito, entra nella camera: «Alzati!» e mi gira verso lo specchio e spennella polvere rosa sul pallore del mio viso, rimarca con una matita appuntita la linea degli occhi, colora di rosso la bocca, mi chiede di indossare il cappello. Non mi guardo. Tremo. Il freddo viene da dentro, non va più via. Indosso il cappotto, me lo stringo addosso, estate inverno, non c’è pace.” Punta il dito contro la parete. “Nascondi lo specchio, lo butti via, non lo voglio qui”. L’uomo scuote la testa. Dice che non può. Tira giù la gonna, nasconde le ginocchia. “Nessuno lo ferma, le infermiere mi lasciano andar via con Lui, il suo braccio abbarbicato alla mia ascella. Tutti guardano il mio cappello. Tutti sanno della mia malattia. Allungano le mani dai letti imbracati, slegano le lingue: «Come stai, mia cara?» sono miele le loro parole, le api se le contendono.” Rialza il busto, respira, il seno si affaccia tra le asole della camicetta. Inghiotte l’aria con la bocca aperta, affamata. “Ascolti…” Si alza, va verso la finestra, la musica viene dalla strada. Un vecchio suona l’armonica di là dei cancelli. Accenna qualche passo di danza, cade sulla sedia, si raccoglie su se stessa. “Le donne hanno bisogno di muoversi in uno sguardo. Non ci sono più occhi.” Abbassa le palpebre, si rialza, spalanca le braccia. “Senza le pillole, mi perdo in una stanza, le voci si confondono, non so distinguere il vero dal falso, il senno dalla follia, la veglia dal sonno. Piango su me stessa, sulla femminilità negata, sui graffi che l’anima ha buttato fuori e crescono sulla carne. Non devo mostrarli. Nessuno deve sapere. Lui urla: «Copriti!» e chiude le asole nei bottoni, controlla la lunghezza della mia gonna.” Tende il collo. Fruga tra gli alberi del parco, porge l’orecchio. “Ascolti…non suona più” dice. “La pioggia si è portato via il vecchio. L’ha trascinato con sé. Le farfalle cieche sbatteranno contro i muri e le gabbie questa notte, tornerà il silenzio della nostra casa. Gridavo il mio nome, ero viva. Nella carne, certo. Se dovessi morire, non se ne accorgerebbe nemmeno, pensavo. Svegliami domattina, gli chiedevo. Svegliami! Non rivelerà a altri quello che sto per raccontarle, vero? Questa stanza custodirà le mie parole, le vedo già, affastellate sulle pareti si spandono come muffa. Nascondi lo specchio!” Si guardano l’uno l’altro, l’uomo scuote la testa, abbassa li occhi sulla scrivania, capovolge la clessidra. “Non è mia questa faccia! Certo i miei occhi non brillavano, sono nata in una piccola città di provincia dove quando muore il capofamiglia alle donne non è permesso ridere né ricevere gli auguri del sindaco l’ultimo giorno dell’anno. Il banditore soffiava nella tromba sotto le nostre finestre e gridava alla casa di fronte: «Al signor Bellario e alla sua famiglia, un buon capo dell’anno!» Noi no, noi.” “Mi parli di suo padre.” “Non voglio parlare di mio padre, se n’è andato con ancora tutto il viaggio della vita negli occhi. Mia madre, quando le hanno tolto le carezze e gli assalti dell’amore, aveva solo trentatré anni, come il Cristo. Si è sacrificata per l’onore. La notte mordeva i lenzuoli. Lui dice che è colpa sua se sono così infelice: «Non ha saputo elaborare il lutto.» Ma lei non era sempre triste. La sera la attanagliava la malinconia e non aveva voglia di fare grandi discorsi, ma si svegliava guerriera. Ci assaltava al sorgere del sole, sbatteva le persiane contro il muro e guardava in faccia il giorno. Le stanze si raffreddavano, i nostri corpi si rannicchiavano: Ho freddo, mamma! Viaggiavamo con la littorina, partivamo la mattina presto, la città ci accoglieva ancora assonnata. Mia madre ci portava negli uffici della provvidenza. Mia sorella, aggrappata alla sua gonna, chiudeva gli occhi e mostrava la finestra nera dei suoi denti mangiati dalle carie. I sussidi li davano solo a lei, perché era la più piccola, un passerotto sfrattato dal nido. Io ero grande già a dieci anni e alta come ora. Mi portava avvolta in panni neri, afflitta, e mi ordinava di tenere gli occhi bassi sulle punte delle scarpe che erano sempre troppo leggere per la neve di dicembre. Mi vergognavo della povertà e rifiutavo i bocconi di pane con cui mia madre ci rimpinzava durante il viaggio. Mia madre rideva quando arrivavano i sussidi, tornavamo da scuola e trovavamo le banconote apparecchiate sul letto.” Gira la testa, si tortura la bocca, con un salto lo raggiunge dietro la scrivania: “Io e Lui non abbiamo fatto l’amore. Mai.” Subito si copre la faccia con le mani. Sbarra gli occhi. Fugge verso la porta. Si aggomitola su se stessa: “Non mi guardi!” Abbassa la tesa del cappello e il suo viso scompare. L’uomo cerca qualcosa nelle tasche del camice. La pipa. Pizzica il tabacco dallo scatolo e, quando l’ha riempita, la accende. “E’ colpa mia. E’ tutta colpa mia. Non sono perfetta, ecco. Le mie mammelle non riempivano neanche il palmo della sua mano. Ero magra come un chiodo. Il suo sesso rimaneva floscio tra le gambe. Ero carne bianca, ero pelle, ossa. Polpa per cani, non per uomini. Le lenzuola dell’albergo erano ancora bianche, la mattina dopo le nozze.” Si agita, vorrebbe fuggire, ma resta incollata al pavimento. “Lui entra, usa il mio corpo, sono creta, un vaso malriuscito. Mi rigira tra le mani, si aggrappa alle mie natiche, mi stringe i seni: «Non sei neanche una donna, guardati!» Nessuno vede, nessuno sente. La notte scorsa ha portato un paio di scarpe con i tacchi alti: «Indossale!» Sono rannicchiata nel letto e inghiotto lacrime e muco. Sono nuda. Mi costringe a camminare. Le mie gambe rabbrividiscono. «Muoviti!» Sono niente, sono meno dello sputo che raccolgo sul pavimento col palmo della mano. Se ne va, sbatte la porta.” “Sua madre, sapeva?” “Neanche con le mie amiche ho mai parlato di Lui. Loro avevano avuto almeno cinque ragazzi e io avevo già marito. Loro sapevano tutto sull’amore e io ero ancora intatta. Ascoltavo i loro discorsi e il cuore si chiudeva a pugno e sbatteva contro le costole. Non ho mai raccontato a nessuno di noi. Di ciò che accadeva nella nostra casa. Sono io la custode della nostra vita. Il contenitore della nostra storia.” Si alza, sventola le mani, si asciuga la fronte. “Non c’è aria qui, soffoco, rivoglio le mie pillole, presto.” “Non si agiti. Respiri.” Si è avvicinato. “Non mi tocchi.” Si riappropria del suo spazio: la sedia la scrivania il crepuscolo. Si è sentito scoperto come un filo di lana. “Niente pillole, lo so, certo.” Si riaggiusta il cappello. “Mi spingeva contro il muro, dietro la porta della nostra casa. Mi tappava la bocca. Poteva sporcarmi, ingiuriarmi. Dovevamo fare i bambini, ma il suo sesso era aria.” L’uomo distoglie lo sguardo. “La mia pelle è ruvida, guardi!” Scopre le braccia e le allunga sulla scrivania. “Si rivesta, la prego…” Incrocia le mani sulla bocca, non avrebbe dovuto chiederlo. “Mi ungo con olio d’oliva prima di fare il bagno, mia madre dice che si porta via le cellule morte, ma sotto quel primo strato, all’altezza dei gomiti, nelle pieghe, la pelle è accartocciata, sbucciata, prude. Devo grattarmi. Mi gratto fino a sanguinare. Lui entra nella camera, la notte, guarda le lenzuola: «Sei sporca!» Ha le chiavi dei cancelli, va e viene quando vuole, divora il mio corpo.” La sua voce si fa lamento, dondola il busto. “Non gliele chiedo più le carezze. Quando mi strappava le sottane e palpava il mio corpo, spasimavo per un suo bacio. Oh, quell’umida bocca! Allontanava la faccia. Si riappropriava dell’altro lato del letto. Non sopportava il mio fiato, odorava di cose passate. Mia madre comprava le radici di liquirizia e me li portava: «Profumano l’alito» diceva. Mia madre non aveva tempo per le carezze, doveva riscattarci dalla povertà e non mangiava per pagare i debiti della malattia di mio padre. Sopportava le urla di mio nonno. Era un gigante. Avevamo paura, correvamo a rifugiarci nello sgabuzzino delle scope. Mamma, ti prego, portaci via! Camminavamo aggrappate alle sue mani, aspettavamo la sera. Arriva prima nei vicoli, imbruniscono presto. Mio nonno aveva sbollito la rabbia e soffiava sul fuoco, quando con passo leggero guadagnavamo l’uscio della nostra camera. Il camino era grande come una stanza. Una sera abbiamo trovato un muro alto fino al soffitto. Ci aveva lasciato due stanze e il resto era solo suo. Se Dio non fosse Dio, quella sera avrebbe soffiato su quel muro e se lo sarebbe portato via insieme a mio nonno. Mia madre aveva coraggio. Tra lei e mio nonno, quando si fronteggiavano e gesticolavano con le mani senza toccarsi, c’eravamo noi, le orfane. Mio nonno dormiva poco, la notte si alzava e i suoi passi risvegliavano i muri. Chiudevamo a chiave la porta della stanza, tutte e tre nello stesso letto.” Si muove verso lo specchio, rimane in piedi, con il cappello schiacciato sulla testa e le mani strette sul grembo, le gambe larghe. L’uomo può guardare il suo viso. “Non li volevo i bambini. Riempivo le valigie e fuggivo da mia madre. Mi correva dietro, veniva a riprendermi, lo seguivo come una pecora. Si lamentava dei miei capelli: «Le donne sposate non si coprono il culo con i capelli.» Andai dal parrucchiere: Tagli, arricci, è il suo mestiere. Disse che era un sacrilegio ma sforbiciò fino a quando il collo rimase nudo come il gambo di un fungo. «Potrà farci un tupè, se vorrà, a ogni modo, se li porti via, non li voglio qui» disse. Camminavo svelta sui tacchi alti, e gli uomini, lungo la strada, mi lasciavano addosso i loro sguardi. Pregustavo già la gioia dei suoi occhi. Leggeva il giornale, quando entrai. Gli sfiorai le ginocchia: «E’ quasi ora di cena e il fuoco è ancora spento» disse. Sentii la paura serpeggiarmi nelle gambe. Andai in cucina e mi legai un fazzoletto intorno alla testa. Lui me lo strappò, mi afferrò per il collo: «Guardati, sembrano nidi di vespe.» Ogni mese spiava le mie mutande. Se c’era sangue, gli spariva il sorriso. Non ero buona neanche per avere figli, diceva. Diventava sempre più violento. Arrivava a casa e strofinava il suo sesso appassito contro il mio. Con gli occhi chiusi. Senza carezze. Dovevamo avere un bambino, la gente chiedeva tutti i giorni. Eravamo sposati già da sei mesi, troppo tempo. Cominciò a portarmi dai medici. Tu lascia parlare me, ordinava. Puzza ancora di latte, dicevano, e gli vendevano preparati miracolosi che mi gonfiavano la pancia. Se gli avessi dato il bambino che voleva, mi avrebbe lasciato in pace, pensai. Trattenevo il suo seme nelle cosce e pregavo Dio di esaudire il suo desiderio.” Tace. Ritorna verso la scrivania. Chiede una sigaretta. L’uomo apre il cassetto. Sono sigarette sottili, lunghe. “Quante ne restano? Farebbe bene a darmi le pillole rosa invece di costringermi a grattare i muri.” L’uomo si muove a disagio, chiude il cassetto. “Non mi fa accendere?” Allunga la mano e lei si avvicina, la sigaretta brucia. “Il dolore è malattia. Ho perso tutti i peli del pube, è diventato bianco e liscio come quello delle creature. Non ci sono più occhi. Se mi perdessi, non saprebbero cosa cercare. Una donna. Ha i capelli corti come quelli di un uomo. Hanno sforbiciato la sua nuca, le hanno scoperto la fronte, denudate le orecchie. Guardateli i fianchi, sono larghi e ossuti, spuntano come ali. Il mio pube lo accarezzava la mia amica. Quando era rosa e polposo. Quando ancora non sapevo. Ci trovavamo nel suo terrazzino, il pomeriggio. Faceva caldo e gli adulti si ritempravano con un sonno leggero, spesso accompagnato da un assalto d’amore. Infilava la mano sotto la gonna, tirava giù la mutanda e lavorava nella carne. Voleva che facessi lo stesso con lei. L’hanno mandata via. Non so dove. Giravo intorno alla casa, volevo quelle carezze. Il prete mi guardava dall’alto della finestra della canonica. Il prete non dormiva. Le confessioni erano diventate un supplizio. Un giorno mi disse di salire su, nelle stanze della canonica. Era pomeriggio presto. Assolato. Mi aspettava in cima alle scale. Mi spinse nella camera e chiuse la porta. Vicino all’inginocchiatoio c’era il letto, sul comodino un piatto di leccornie. Era così povera che ci lasciai lo sguardo. Si aggrappò alle mie ginocchia e il suo respiro affannò. Cadde riverso sul letto come colpito da un fulmine. Mi riempì le mani, quando rinvenne. Scesi le scale come una folata di vento, inciampai, caddi e mi rialzai, raccolsi il mio prezioso bottino. Il portone era aperto, me lo chiusi alle spalle. La strada era il luogo più sicuro della terra. A casa, quando mia nonna vide tutta quella grazia sparsa sulla tavola, e mia sorella che se ne saziava, mi ordinò di pregare per la mia anima. «Questa non è carità» proferì. Il suo schiaffo odorava di minestra. Non mi fu più permesso giocare. Niente salti sulla corda. Il seno era cresciuto e ballava sotto la camicetta. Mia nonna minacciava di fasciarmelo. Il prete non si è più affacciato alla finestra della canonica.” L’uomo allunga lo sguardo, sgrana le pupille. “Non mi guardi!” Allenta il nodo alla cravatta, si passa le dita nei capelli. “Mia nonna urlava: «Dio ti punirà, vedrai…» Non le si poteva nascondere nulla, aveva l’occhio di un rapace. Dio si è portato via mio padre e subito dopo è venuto a prendersi mia nonna. Ha lasciato in vita mio nonno. Non ha soffiato sulla casa. Le orfane sono terra di nessuno, Lui ha scelto me. Ero la primogenita. Mia madre era contenta. Era così educato, non mi metteva mai le mani addosso. Mi rispettava. Così diceva. Il mio cuore è un pugno chiuso. Sono i rifiuti. Il mio cuore non urla più. Il mio cuore batte solo perché ha paura. Il mio cuore è una collina senza alberi, un prato rastrellato, una notte senza alba.” E’ quasi sera. L’uomo la guarda. E’ forma. Ombra che gesticola sulla parete di fronte. Dovrebbe accendere la lampada. Dovrebbe… “La gente ci guardava. Ci osservavano attraverso i vetri delle finestre, Lui diceva: «Abbassa le persiane, puttana!» Le ha mai guardate le case la sera? Con le luci accese sembrano tutte uguali. Il mattino dopo, scopri che il vicino ha ucciso la moglie. Nelle case abitano i mostri. Nelle case cresce la gramigna. Tu la estirpi e lei ricresce. Non sono sicure le case.” L’uomo guarda l’orologio. “Sa che ore sono?” “Non voglio sapere.” “Manca un quarto alle otto.” Stringe forte i manici della borsa. Si alza. L’uomo accende la lampada, fuori è buio pesto. Nasconde il corpo nel cappotto. La stanza ha un odore. Non è un profumo. E’ presenza. L’uomo abita quella stanza. Va verso la porta. Oltrepassa la soglia. “Venga dentro.” La sua voce si fa insistente. Sono ritornati nella stanza.L’un l’altra si guardano. “Mi parli di sua madre. Quando tornava a casa e Lui veniva a riprenderla, non le chiedeva da cosa stesse fuggendo?” “Mia madre?” Un pensiero fugace le attraversa lo sguardo. Si rabbuia. Allunga la tesa del cappello. L’uomo vede solo la punta del naso, il mento. “Le sue occhiate distratte prendevano forma in certi giorni, gli occhi grigi diventavano fessure. «Amara chiddha casa ca cappieddhu ‘un ce trasa» diceva, e guardava il cappello di mio padre ancora appeso.” L’uomo si alza, va verso la finestra, guarda il cielo spoglio di nuvole. “Non piove più” afferma. La donna vede ciò che l’uomo guarda. Si spoglia del cappotto, lo getta via. L’uomo vorrebbe raccoglierlo. Vorrebbe... “Lo lasci lì, nell’angolo.” “Parlava di sguardi prima, le donne hanno necessità di camminare in altri occhi, ha detto.” La donna annuisce. Allarga le gambe, butta indietro la testa e con le mani regge il cappello. È bella, l’uomo la guarda. “Nella casa mi mancava l’aria. Nella casa, quando Lui taceva, le voci venivano a parlarmi. Glielo dicevo che non eravamo soli. «Sei pazza come tuo nonno» rispondeva. Aspettavo che uscisse per fuggire. Non erano i piedi a muovermi, ma l’aria del mattino fresca di vento. Il viale, senza marciapiedi, profumava di tigli. Le macchine sfrecciavano veloci. Mia madre disse: «Non dovresti passeggiare su quel viale, non si incontra mai nessuno. Se ti investono nemmeno sapremo chi è stato.» L’auto rallentò, si fermò proprio vicino alle mie gambe. Accelerai il passo. Mi raggiunse. Il mio amante sapeva di buono. Respirava il mio fiato, assaggiava la mia lingua. Amava il mio corpo lungo, la mia magrezza, veniva sussultando e si aggrappava alla mia carne. Mi lasciava a un angolo di strada e tornava nella sua casa. Lui spiava le mie mutande. Un giorno disse: «Puttana, non ti sei accorta che il sangue non è venuto?» Il cuore bussò alle costole, ma il mio amante mi tranquillizzò, quando glielo dissi: «E’ solo un ritardo, non pensarci più.» Mia madre venne a trovarci. «Ti sei arrotondata» affermò. Tutto il peso della mia colpa ricadde sulle sue spalle. Tutto sarebbe andato perduto: la casa. I fiori nascono anche nel deserto, ricoprono i letti degli uadi. Alcuni durano solo un giorno. Il bambino è vissuto più a lungo. Mi svegliò all’alba e mi ordinò di orinare nel pitale. Avrei voluto le ali per volare, ma avevo solo due gambe che si piegarono e liberarono urina calda e fumante. Uscì. Poi tornò. Verso mezzogiorno il suo cellulare squillò. «Una buona notizia, dottore, avremo finalmente un figlio!» disse, a voce alta. Il suo piede affondò nel mio ventre. Soffocai un grido. Chiuse le finestre e mi saltò addosso, mi parlò nell’orecchio: «Sono sterile» disse. La mattina dopo, il bambino non c’era più. Il mio corpo ardeva. Deliravo. Lui spiava il mio sonno. Chiedeva: «Chi è stato?» Gli rispondevo: Dio. Mia madre strizzava le pezze nel catino e me le premeva sulla fronte: «Stringi i denti, figlia, che i sogni ingannano e parlano a voce alta» diceva. L’alba cresceva dietro i vetri della finestra, nuvole cremisi cavalcavano il cielo e si sentivano lontane le voci dei banditori e il rumore dei camion e delle cassette di legno, le saracinesche del mercato generale che si aprivano al nuovo giorno. La casa aveva un odore disgustoso. L’odore del suo corpo spogliato dei vestiti, del suo fiato, delle sue viscere. Apri mamma, spalanca le finestre, chiedevo. Dormiva sulla sedia, con la testa che le penzolava sul petto. I muri erano la sua casa.” “E’ mai venuta a trovarla?” “Mi parla attraverso il filo del telefono, mi chiede di affacciarmi dietro le cancellate, di là del parco guarda la finestra della camera. Si vergogna di me. Tutti hanno visto. Tutti sanno.” “Cosa?” Bussano. La donna si accovaccia sotto la scrivania. Le voci sono tornate. Sua madre urla: «Lo hanno visto sottobraccio a una forestiera, devi riprenderti il tuo posto nella casa.» Si tappa le orecchie. Scuote la testa. L’uomo guarda la clessidra, la sabbia è tempo rovesciato. “E’ solo l’infermiere” dice, e gira la chiave nella toppa. La donna rimane lì, ferma, come un animale nella tana. “Mi racconti di quella notte, di quando sono venuti a prenderla” chiede. Si graffia i polsi. Rivuole le sue pillole rosa. L’uomo le afferra le mani. Le tiene strette tra le sue mani. Scivolano sul pavimento. “Lo scirocco soffiava da giorni. La casa bolliva, i pioppi si spogliavano e i fiori lanosi entravano dalle finestre aperte. Le lenzuola si incollavano al corpo e il corpo sudato trovava refrigerio nelle risate delle donne che nella strada si rinfrescavano i piedi nelle fontane. Lasciami uscire, gli chiesi. Lui spinse la poltrona contro la porta. «Prendi le tue pillole» rispose. Corsi verso la finestra del salotto e metà del mio corpo penzolava nel vuoto: Non toccarmi, urlai. Gli lessi la paura negli occhi gialli. Alzò il braccio pronto a colpirmi e si fermò a mezz’aria. Il bambino della casa di fronte pianse. Sua madre gridò dalla strada: «Non guardarla!» disse, «non guardarla…» e si coprì gli occhi. Si approfittò di quell’attimo di debolezza. Mi saltò addosso e mi trascinò nella casa, mi piantò il piede nel fianco. «Mia moglie è impazzita, correte!» gridò, e subito spalancò la porta. Le donne salirono dalla strada e lasciarono le impronte dei loro piedi sul pavimento. Ero carne esposta, marchiata. Parlavano di me come se non ci fossi già più. Si muovevano nella casa, rovistavano nei miei cassetti, contaminavano la mia biancheria. Il lamento della sirena si avvicinava. «Se la portano via» dissero. Gli infermieri salirono, mi legarono le braccia e le gambe a una lettiga e giù per le scale con gli aghi nelle vene che spruzzavano sangue.” Emette un lamento, si lecca le ferite delle braccia. “Mani di legno e bocche fornaci si affacciarono nelle mie pupille. «Ricorda il suo nome?» Chiesero. «Quanti anni ha? Sa che giorno è oggi?» Risposi: Il mio nome è Piera. E loro ancora… «Come si chiama?» Non risposi. «Il suo nome?» Gridai il nome di mia madre. Lena, mi chiamo Lena, dissi. Avevo le farfalle nei capelli, quando mi risvegliai, le vertebre incrinate e le viscere bollenti. Mia madre, la voce stanca, disse: «Non importa, prendi le tue pillole rosa.» Oltre i cancelli…” Sfrega le mani contro le cosce, poi tramesta nella borsa alla ricerca di un rossetto rosso scarlatto con cui tingersi la bocca. Ha perso il suo cappello. Lo rivuole indietro. Lui lo chiede, vuole che lo indossi, grida.








pubblicato da l.cristiano nella rubrica racconti il 8 aprile 2017