I giornisti e la dappertuttologia

Tiziano Scarpa



Come succede a tanti autori e autrici (e attori e attrici, sportivi, registi, chef, studiosi, architetti, cantanti, eccetera) è da quando pubblico libri che vengo interrogato sulle questioni più svariate per fornire un’opinione ai giornali. Succede così: ricevo una telefonata, un giornalista mi riassume la notizia e mi chiede un breve commento a voce. Che va a finire, tra virgolette, in un articolo farcito di opinioni di altre persone, tutte "qualificate" e più o meno pertinenti al tema in questione. A volte il giornalista è scrupoloso nel riportare ciò che dici, altre volte travisa totalmente. Il giorno dopo, compro il giornale per leggere che cos’ho detto…

Qualche anno fa mi è stato fatto dire che ritenevo le colossali opere di intervento per contrastare le alte maree nella laguna veneta "lavori di ordinaria amministrazione": un’imbecillità madornale, che nemmeno un bambino di sei anni. Qui nella mia città ci si picchia tra chi approva e chi avversa il Mose, le paratie mobili contro l’acqua alta: sono pronto a farmi picchiare anch’io, ma almeno che sia per quel che penso, non per lo strafalcione di un giornalista. Per di più, oltre a comparire nell’articolo, quella frase era stata scorporata e messa in evidenza sotto una mia foto.

È stato l’unico caso in cui ho scritto a un giornale per smentire, e ho dovuto aspettare due settimane per vedere la mia precisazione pubblicata nella rubrica delle lettere, con tanto di risposta piccata del giornalista. Dopo quella brutta esperienza mi sono detto: ma allora, quando leggo i giornali, e in particolare le dichiarazioni fra virgolette, che cosa diavolo sto leggendo?

Mi era passata la voglia di rispondere a queste domande a bruciapelo, e così ho fatto per qualche tempo. Poi succede che ti chiama il giovane precario che deve "portare a casa il pezzo", sta facendo un giro di telefonate per raccogliere opinioni, e ti rendi conto che, rispondendogli, nel tuo piccolo gli stai dando una mano.

Va detto pure che a volte scrivo ai giornalisti ringraziandoli per come hanno reso il mio pensiero. Capita che le mie dichiarazioni ci abbiano guadagnato, scorciate e sintetizzate in maniera impeccabile, o rese più nitide di come le avevo abbozzate al telefono.

Immaginate la scena: sei in coda al supermercato, ti squilla il telefono, ti chiedono un parere sul diritto all’adozione delle coppie omosessuali.

Si potrebbe fare uno studio di sociologia della comunicazione, sulla circolazione delle opinioni "d’autore" – per brevità, le chiamerò ODA – nell’era del telefonino, in cui puoi chiedere a chiunque in qualsiasi momento che cosa ne pensa su un tema, dovunque egli sia: si è passati dalla tuttologia alla dappertuttologia, ovvero a prendere posizione su n’importe quoi mentre si è immersi in una situazione completamente diversa, che non giova alla focalizzazione. Attenzione: non sto giustificando l’eventuale scarsa qualità delle opinioni concepite in tali condizioni; sto descrivendo un fenomeno, e sto puntando il dito sul fatto che per i giornali questo non faccia problema.

Manganelli raccolse i suoi articoli per i quotidiani in un libro intitolato Improvvisi per macchina da scrivere: titolo che ammette sì l’improvvisazione, l’impromptu, la reazione a caldo, ma accanto a questi, nota bene, nomina pure la macchina da scrivere, e dunque una sedia, un tavolo, una stanza, forse uno studio, con volumi alle pareti a portata di consultazione, e una certa quantità di tempo – seppur contenuta – per raccogliere le idee e soppesarle. Il formicolio delle ODA oggi non proviene più da questa stanza separata, ma dalla dislocazione, dallo sparpagliamento, dal cuore stesso dell’altrove, mentre si è in tutt’altre faccende affaccendati. È un coro di persone che stavano in coda alla cassa, in sala d’attesa dal dentista, sedute sulla tazza del gabinetto, a letto con l’amore della loro vita, davanti alla tomba della madre, a bere un caffè con un amico…

Tutte queste cose i giornalisti le sanno. Conoscono il modo in cui vengono raccolte le opinioni, ma soprattutto sanno che le frasi pubblicate fra virgolette sono la punta di un iceberg, la liofilizzazione di quel che potrebbe essere stato un discorso articolato, un potenziale articolo di giornale compresso in due righe. Eppure, che cosa succede? Si mettono a commentarle come se fossero parodie di frammenti presocratici, galleggianti nel vuoto. Come se quella frase l’avessi scolpita nella roccia, e nella vita non avessi detto o fatto nient’altro. La cosa è divertente, se presa da un punto di vista personale, e disperante per le sorti generali della circolazione delle opinioni.

Capita per esempio che ti domandino: che cosa ne pensi dell’iniziativa di molte donne italiane, che il 13 febbraio scenderanno in piazza protestando per il comportamento sessista del presidente del consiglio? Tu ci pensi bene, chiedi tempo alla giornalista, torni a casa, le mandi tre righe di mail che lei scorcia e sintetizza ottimamente così: "Se fossi una donna sarei incazzata. E siccome sono una donna, perché come in tutti dentro di me c’è un po’ di maschio e un po’ di femmina, sono molto incazzata anch’io" (il punto chiave, che evidentemente in Italia tocca ancora un tabù, è quell’"incazzata": è che un io maschile si concordi con una desinenza in -a).

Pensi che sia un chiaro invito ai maschi, e a tutti quanti, a immedesimarsi nello stato d’animo delle donne.

E d’altronde, a che titolo sto parlando, io? Perché lo chiedete a me? Che cosa può dirvi, una persona specializzata in racconti, uno che di mestiere fa l’artista delle storie? Posso esprimere un commento non generico, che scaturisca anche dalla mia identità professionale?
Uno scrittore, e in particolare un narratore, un romanziere, è anche questo, uno che si immerge in personaggi diversi da sé, in sessi, età, addirittura in specie animali e oggetti diversi da ciò che è, non solo anagraficamente ma direi persino ontologicamente.

Ti ricordi di come Aristofane raffigura il tragediografo Agatone: abbigliato in maniera indefinibile, perché quando scrive i suoi testi teatrali si traveste da vari personaggi simultaneamente, uomini e donne, giovani e vecchi. O di come Daniello Bartoli ritrae l’animo di Euripide, popolato da decine di personaggi…

Per carità, non pretendevi che a tutti venissero in mente questi riferimenti, né che pensassero a Otto Weininger e alle teorie psicologiche sulla bisessualità dell’anima. Ti bastava che risultasse chiaro che ti stavi appellando al sentimento creaturale condiviso dagli esseri umani, uomini o donne che siano.

Leggi qualche considerazione sulla tua frase in blog dichiaratamente maschilisti, dichiaratamente di destra, e non ti stupisci.

Poi leggi un commento di Annalena Benini su un giornale: "Gli uomini, in effetti, si indignano al massimo per la nostra dignità violata, ma mai li ha sfiorati l’idea di interrogarsi sulle proprie debolezze (’La mia parte femminile è molto incazzata’, ha detto Tiziano Scarpa…)"; oltre a notare che ha smussato il tabù della concordanza in -a con un più rassicurante "parte femminile", ti chiedi se è omonima della persona che ha recensito con empatia il tuo ultimo romanzo, e che dunque potrebbe sapere che qualche altro libro l’hai pur scritto, per esempio Kamikaze d’Occidente, in cui "l’idea di interrogarsi sulle proprie debolezze" potrebbe averti "sfiorato". Pazienza, niente di grave.

Leggi anche il commento di Mattia Feltri su un altro giornale:

"Se non ora, quando?" è un romanzo di Primo Levi sui partigiani ebrei polacchi: una marginale e amara e struggente vicenda della Seconda guerra mondiale. Ora è lo slogan delle donne che si sentono violate nella dignità dal presidente del Consiglio. Le donne e anche gli uomini. Per esempio Tiziano Scarpa: "Se fossi una donna sarei incazzata. E siccome sono una donna, perché come tutti dentro di me c’è un po’ di maschio e un po’ di femmina, mi sento incazzata anche io". Scarpa, scrittore, premio Strega, si sente violata nella sua dignità di donna. Se questo è un uomo non lo dico. Ma invoco la Tregua.

Fare battute sui titoli è un livello appena sopra le battute sui cognomi: in qualità di Scarpa (Ciabatta Pantofola) ci ho fatto l’abitudine in prima elementare. Quando ti cita, il commentatore ricorda che hai pure vinto un premio Strega, e che saresti dunque uno scrittore: lo fa come aggravante, è chiaro. Peccato gli sfugga che quel premio lo hai vinto con un libro scritto per intero con la desinenza in -a, che, precisamente, si metteva nei panni di una ragazza del passato che ha sofferto la mentalità della sua epoca, una che si è sentita "violata nella sua dignità di donna". Non gli passa per la testa di domandarsi se queste cose c’entrino, se ti hanno chiamato a dare la tua opinione proprio per quello (perché nella tua opera ti sei messo nei panni delle donne, oltre a tematizzare in altri libri la condizione maschile). Figurarsi: il suo modo di commentare è tutta esteriorità, surfing di superficie, titoli di libri, premi, curricula sbirciati al volo: si guardano tre o quattro puntini, si uniscono per fare un disegnetto, come in La pista cifrata della "Settimana Enigmistica", senza chiedersi che cosa c’è davvero, lì dentro, in quella porzione di spazio, in quella costellazione tridimensionale.

Prendono la tua frase, la fanno interagire con il titolo di un libro di Primo Levi, ci mettono accanto altri titoli dello stesso Levi, ed ecco la battuta denigratoria, la ridicolizzazione. E Giorgio dell’Arti, collega di Mattia Feltri, riprende questo articolo e lo ripubblica su un altro giornale considerandolo dunque degno di nota, salvandolo dalla sua transitoria apparizione su un quotidiano, mantenendolo in circolo.

Mi sto occupando di una sciocchezza, direte. Avete ragione. Che permaloso! Alla fine, che cosa ti hanno fatto di male? Poco più di una battuta. Diritto di satira. Incassala con un po’ di spirito, e che diamine! Se proprio ci tieni, rendi pan per focaccia, ribatti anche tu con una spiritosaggine, non prenderla così seriamente. Quanto la fai lunga...

È un caso minuscolo. Proprio per questo me ne occupo e lo analizzo nei dettagli. Me ne occupo perché non sono stato offeso, e dunque posso parlare con la cognizione di causa che ti dà un’esperienza personale, ma senza stracciarmi le vesti facendo la vittima. Perché qui non si tratta di me, ma di un esempio che a me pare significativo, perché rivela una situazione generale: il conflitto per la gestione dell’opinione pubblica.

I giornalisti professionisti, i commentatori, gli erogatori di opinione che lo fanno per mestiere, secernono anticorpi di fronte alle episodiche ODA per dimostrare che le altre categorie sociali non sono in grado di proferire prese di posizioni sensate. Soltanto loro sanno fornire pareri autorevoli, brillanti, fondati, degni di circolare nei media. Sono giornalisti, ovvero – attenzione alla parola (che si presenta come uno specialismo professionale, ma contiene un nucleo etimologico che dà i brividi, essendo una scelta di campo esistenziale, politica, non solo mediatica, nei confronti della vita in quanto epoca, in quanto qui e ora pubblico): sono giornisti: sono gli specialisti del giorno, sono i gestori del presente, sono i padroni del resoconto di ciò che accade e dell’opinione che la comunità deve formarsi su ciò che accade: gestiscono in esclusiva il senso che bisogna dare alle cose mentre succedono, il movimento che compie la consapevolezza generale riguardo alla Storia che sta procedendo passo dopo passo, quotidianamente, oggi.

Gli altri non sono in grado, sono ridicoli, non sono nemmeno uomini, è bene denigrarli, chiedere una tregua: in poche parole, meglio fare a meno delle loro opinioni.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica giornalismo e verità il 7 febbraio 2011