Caterina, Roma e la sublime catastrofe degli affetti

Silvana Farina



Nell’ultimo libro (Cleopatra va in prigione, Minimum Fax, 2016) Claudia Durastanti mostra tutto il suo innegabile talento nel descrivere una città impossibile: Roma. Per la prima volta l’autrice abbandona il paesaggio americano e ci guida attraverso una città impaziente e batterica che abbrutisce solo chi non la capisce. Con un tono lucido e iridescente Claudia ricrea l’atmosfera umida e metallica delle periferie romane a partire da Rebibbia, Pietralata, Largo Preneste, Tiburtina, rimescolando l’elemento cromatico e olfattivo (dei pomeriggi a Ostia a Caterina piacciono le baracche azzurro cenere e l’odore di mattoni e sale). È la città vivida e crudele, immaginifica e sognante in cui è cresciuta: un groviglio di tangenziali e raccordi corroborato dall’abitudine e dal futuro che non arriva. Roma è una crepa in cui Caterina affonda e dalla quale tenterà con le sue forze di riemergere per appropriarsi del suo destino probabilmente nella consapevolezza che la geografia è destino (come ebbe a dire James Ellroy).
I colori della città e degli edifici verdi e ramati contagiano anche Caterina (Rosso Russia, Oppio nero, Verde milizia, Viola intifada) e i suoi sentimenti: la sua felicità diventa un bagliore dato dall’attrito del cielo contro carta moschicida di cemento. L’autrice dà vita a un unico grande protagonista che ingloba tutti gli altri, Roma, una creatura che si nutre di una quiete acida e notturna in cui l’unica luce possibile è quella degli acquari: è più facile andare in fondo se quando ti guardi allo specchio sembri una sirena- una creatura che non esiste.

Eppure Caterina è una ragazza matura e tenace: per un po’ mi è piaciuto. Mi so difendere - dice a un certo punto ad Aurelio. Come sua madre (alla quale spera di non somigliare, ma è già troppo tardi) sa difendersi dalla bruta quotidianità con le stesse doti di forza e determinazione; entrambe hanno rinunciato alla libertà di un comportamento eccentrico e non si lasciano andare a manifestazioni isteriche. Caterina ha la forza di una regina d’Egitto, l’onestà di chi accetta senza rassegnazione il proprio destino plasmandosi e adattandosi con naturalezza agli eventi (un’anca rotta, un sogno scambiato per un altro, un tradimento).
Altrettanto matura è in Caterina la rinuncia alla colpa, alla rabbia e alla persecuzione ossessiva propria di chi non sa darsi pace: per me non è colpa di nessuno – dirà al poliziotto. Caterina si sente vicina a una specie di religione della rinuncia in cui tutto ciò che serve per vivere è stato contrattato e poi abbandonato. Questa giovane donna si limita a sorridere e annuire a chi la compatisce evitando di addossare il suo dolore a qualcuno: dare la colpa agli altri mi fa sentire gelatinosa e sporca.

I suoi personaggi femminili sembrano caricarsi di un fascino ammaliante e poco pretenzioso: io e le spogliarelliste avevamo le stesse lacrime da appiccicare vicino agli occhi, ma quelle ragazze erano lisce in punti in cui neanche sapevo che fosse possibile. Tutte queste donne giovani, corrotte e bellissime manipolano i sentimenti del lettore: l’autrice possiede una netta fermezza nel descrivere la loro sensualità, una risolutezza che non ha bisogno di sublimarsi per conquistarci. Violenza, lividi, denaro, queste ballerine devono fare i conti col proprio passato e con l’impietoso presente: per molte donne la vita artificiale è la prima. Ci sono dei momenti irriducibili nella sua scrittura, delle rivelazioni che il più delle volte non hanno a che fare con la strategia, la disciplina e i dialoghi calcolati. Può esserci una frase lucidamente vuota, elegantemente assurda, languida e non necessariamente carica di significato, eppure con una lama di luce avrà illuminato una parte del nostro abisso di esseri umani.

Claudia Durastanti ha talento e ostinazione anche nel creare la rete di affetti che circondano Caterina: il suo rapporto con il padre dove conta di più ciò che non si dicono e gli oggetti e i sentimenti di cui parlano si trasmutano in una costellazione di opposti e di contrari, la duplice relazione con Aurelio e il poliziotto. Il suo attaccamento ad Aurelio, profondamente scosso dall’esperienza carceraria, la spinge a considerare il loro rapporto qualcosa di atemporale, ancestrale: quando sei stata così tanto tempo con qualcuno, i suoi fallimenti sono una corteccia che ti cresce addosso, le sue colpe diventano le tue. Infine, Caterina mostrerà davvero tutta la sua sprezzante maturità quando dirà: è la persona che ti salva che non riesce ad andare avanti. In quel gioco drammaticamente relativo che sono le relazioni umane, l’imperdonabile è sempre chi ha ricondotto qualcuno sui binari giusti della vita.








pubblicato da s.baratto nella rubrica libri il 7 aprile 2017