Educazione e criminalità: piedi cuore testa mani

Serena Gaudino





La Casa degli esercizi spirituali è a Cappella Cangiani, sul ciglio di un bosco sulla collina vomerese.
Da quassù la città sembra un grosso animale che dorme.
Di lato, a sinistra, tra alberi e aiuole c’è una specie di salottino con le panchine di ferro, i tavolini di pietra. Faccio un giro intorno. Mi spingo fino alla fine del recinto e torno indietro. Aspetto che mi raggiunga padre Fabrizio che da ieri è qui in ritiro.
Quando arriva ci sediamo sulle panchine, al fresco.
Oggi parliamo di scuola e di educazione.
Ci confrontiamo sulle nostre esperienze di insegnanti e educatori. Proviamo a trovare un filo rosso che le lega, dei punti di contatto o qualche profonda differenza; cerchiamo di metterle in relazione.
Poi però ci accorgiamo, fin da subito che entrambi amiamo lo stesso tipo di scuola. Quella con gli insegnanti che sanno creare un dialogo con la famiglia, che sanno tessere reti, che accolgono. "Non è semplice, lo so ma è indispensabile: la scuola deve creare scambio, condivisione di esperienze, deve provare ad abbattere i pregiudizi, le sovrastrutture, deve essere accogliente e di tutti, per tutti". Dico questo. E poi mi accorgo che considero due parole basilari nel processo educativo:
Ascoltare: è la più semplice forma di altruismo.
Educare: significa donare il proprio sapere agli altri, e mettersi al loro servizio.
Dico anche che se l’ascolto fosse messo veramente al centro del processo educativo la vita a scuola cambierebbe radicalmente: niente più lezioni frontali, niente più banchi, niente più aule; il percorso verrebbe fuori secondo le esigenze dei ragazzini, dei giovani, in riferimento al contesto in cui vivono.
Padre Fabrizio annuisce, si vede che è d’accordo. Allora io continuo: "Molte volte sento dire che ai giovani oggi non interessa più il nostro passato, non interessa più conoscere i nostri ‘pilastri’ culturali di riferimento. Io invece credo che li vediamo così perché non siamo ancora in grado di lasciarci andare, di accettare il fatto che i loro riferimenti oggi sono diversi dai nostri, da quelli su cui abbiamo costruito la nostra conoscenza: il loro mondo è altrove rispetto a quello in cui pensiamo di vivere noi. E per questo, dovremmo semplicemente seguirli e da dietro illuminare la loro strada. Rinunciando a imporre il nostro modello educativo, quello che un qualsiasi insegnante si è costruito nel tempo e che non ha più voluto cambiare.
I ragazzi di oggi non sono superficiali, ma spesso lo sembrano perché non hanno le parole per esprimersi, usano un linguaggio non adeguato per parlare di sentimenti, stati d’animo. Tante volte non sanno descrivere con le parole la paura, la gioia, la felicità, la tristezza. Per farlo hanno bisogno di immagini, di far riferimento a qualcosa di concreto. A qualcosa che dentro di loro produce il sentimento. Per questo la paura è un fantasma, la gioia una risata, o un drappo nero è la tristezza.
I ragazzini oggi, e i ragazzi pure, vivono quasi totalmente nel presente e a tratti solo sono proiettati verso il futuro. Mostrano poco interesse verso le proprie radici, il proprio passato, verso il mondo prima di loro, quello da cui provengono, dalla cultura dei padri e delle madri. Ma questo non significa che sono peggiori dei ragazzi che siamo stati noi. Sono solo diversi, perché il mondo in cui vivono e che gli abbiamo consegnato noi, è diverso. É un mondo in cui l’informazione e il sapere si muovono in senso orizzontale. Dove l’approfondimento è affidato, il più delle volte, a una macchina, a una memoria esterna, e elettronica, che può essere interrogata in qualsiasi momento e che immediatamente dà la risposta giusta, senza faticare. Un mondo che necessita di persone che sappiano usare il pensiero globale ma che abbiano anche una buona capacità di affondo e di sintesi. E questa diversità è la materia con cui i ragazzi dovranno imparare a costruire il proprio futuro. Al di fuori degli schemi che comunque ancora impone oggi la società e le istituzioni. Non ancora libere, entrambe, dalla zavorra rappresentata dalla consuetudine.
Compito della scuola è di dare gli strumenti giusti per aiutare gli alunni ad acquisire una visione più ampia delle cose. Se la scuola cedesse a una visione fintamente innovativa, come sta succedendo con l’ultima riforma, e se con la scuola cedesse pure la famiglia, già oggi di per sé instabile, i ragazzini sarebbero destinati al fallimento e con esso a vedere aumentata la probabilità di imboccare una strada sbagliata.
Allora, mi viene in mente il libro di Franco Lorenzoni I bambini pensano grande (Sellerio, 2014): se tutte le aule scolastiche fossero come quelle di cui parla l’autore non ci sarebbero i carceri minorili. E mi chiedo se esista davvero un rapporto tra carcere e scuola. E se sì, cosa possiamo fare? E come? Mettendo insieme le buone pratiche? Ragionando sui concetti d’inclusione, integrazione, accoglienza?
E a cosa serve la scuola? A vivere in questo mondo o a provare a cambiarlo? Qualche giorno fa mi è capitato di parlare con dei ragazzini — io insegno in una scuola elementare, quest’anno in una quinta — di libertà, libertà di scegliere. Abbiamo fatto degli esempi, abbiamo discusso su fatti reali e alla fine abbiamo convenuto tutti insieme che la cosa più importante nella vita è conservare la libertà. Il modello impositivo che segue ora la scuola è fallimentare: il sapere è calato dall’alto invece di essere coltivato all’interno del gruppo, il concetto di esperienza è tralasciato.
E a Scampia come in qualsiasi altra periferia disagiata e arretrata, il problema della scuola, anche in relazione al carcere, è molto sentito. Per questi ragazzi, il progetto educativo che parte dalla scuola dovrebbe essere contemporaneamente nuovo e rivoluzionario. Rivoluzionario nel metodo soprattutto e coraggioso nell’invenzione. Mi viene in mente la storia di V.

V. è stato un ragazzino sfortunato.
Il suo papà e la sua mamma sono in galera.
Lui vive con la nonna da diverso tempo, va a scuola, ha dodici anni e un sogno: andare a vivere con i suoi genitori via da Napoli, magari al mare o in una città del Nord. Ci pensa spesso. Non vede l’ora che escano dalla galera.
Dopo sarà tutto più bello.
Anche per questo gli piace la scuola, gli piace studiare, fare i compiti, impegnarsi.
Andare bene a scuola e riuscire a prendere un diploma è l’unica possibilità che ha per vivere una vita diversa da quella del padre. L’unico modo per costruirsi una vita onesta.
A un certo punto però succede qualcosa.
Qualcosa che sconvolge la vita di V., nel bene e nel male.
A Scampia arriva la ‘televisione’.
Il regista cerca un ragazzino che interpreti sullo schermo il fidanzato di Gelsomina Verde, la ragazza assassinata per ritorsione, e sciolta nell’acido ai tempi della faida del 2004.
V. fa il provino.
È perfetto, lo prendono.
Cominciano le riprese e V. non va più a scuola.
Finiscono le riprese ma V. a scuola non ci torna.
Quello che ha vissuto lo ha galvanizzato, forse ha pensato che della scuola ora poteva farne a meno, ora è un attore.
Dovrebbe essere bocciato ma il preside lo cerca, lo aiuta, sa che per lui lo studio rappresenta la salvezza. Le insegnanti anche decidono di non abbandonarlo e lo ammettono alla classe successiva.
A settembre però V. ancora non si vede.
Passano i mesi.
Qualcuno si dimentica di lui.
Fino al giorno in cui sui giornali compare una notizia di cronaca: Tre ragazzini minorenni hanno aggredito e accoltellato un ragazzo nei pressi della fermata della metropolitana di Scampia. Uno di questi è V. Lo portano in un Istituto e V. smette di sognare.
È singolare che mentre siamo qui a parlare di educazione, vita e carcere, padre Valletti stia guidando un corso di esercizi spirituali. Penso a quanto sia vero quello che dice Papa Francesco: «Non c’è evangelizzazione se non si cura la cultura e la giustizia sociale. Lo spirito non può essere indifferente alla crescita della dignità umana. Solo una coscienza matura può godere anche della forza che un’ispirazione religiosa può donare».
«È quanto lo stesso Sant’Ignazio — aggiunge Fabrizio Valletti — pone come obiettivo all’essere contemplativi nell’azione.»


Avvio il mio registratore e poi nel tempo, sempre con la collaborazione di padre Valletti, riscrivo e rielaboro la nostra conversazione.

Educazione e criminalità
una conversazione con Fabrizio Valletti
di Serena Gaudino

La storia di V., il ragazzino che, per inseguire la notorietà, perde la strada dell’impegno e della crescita culturale personale, è emblematica per chiarire il rapporto, secondo me fortissimo, che c’è tra il carcere e la scuola: tra il fallimento di un processo educativo e l’aumento della criminalità. Le probabilità che un ragazzo senza diploma diventi un delinquente sono indubbiamente più alte di un suo coetaneo che invece si diploma.
Scampia è un quartiere nato su un’area destinata negli anni Sessanta a edilizia popolare. Il suo degrado però comincia intorno agli anni Ottanta quando, dopo l’avvento infausto del terremoto, furono deportate qui migliaia di persone provenienti da altre zone deprivate della città colpite dal sisma.
Questo fenomeno ha determinato la formazione di una popolazione stratificata con famiglie semplici, di impiegati e professionisti da un lato e famiglie poco abbienti, poco scolarizzate dall’altro.
Ai bambini che nascono in un ambiente più ricco, con genitori che lavorano, sono offerte occasioni stimolanti, di crescita attraverso viaggi e esperienze di socialità che vanno oltre la scuola; a casa hanno la televisione ma anche i libri e ogni sera vedono qualcuno che li fa parlare, che racconta loro delle cose interessanti per stimolare la fantasia e organizzarla finché diventi essa stessa pensiero.
Per i bambini che invece nascono in un ambiente più povero – che sono la maggioranza, con almeno un genitore in carcere o seriamente compromesso con la giustizia – le occasioni di crescita culturale destinate a loro sono pochissime. Non hanno nulla, se non la televisione e, purtroppo, non riescono ad andare oltre la soddisfazione dei propri bisogni. Sono ragazzi che possono essere salvati solo dalla scuola.
Tutti gli episodi che nel tempo i reclusi mi hanno raccontato, durante i nostri primi incontri, quelli in cui ci si studia, ci si riconosce, la dicono lunga sul rapporto che ognuno ha avuto proprio con la scuola.
La maggior parte di loro infatti è senza un diploma, senza una qualifica, a parte quella di saper delinquere.
Quando affrontano l’argomento, raccontano che l’esperienza scolastica spesso l’hanno vissuta male: a scuola ci andavano controvoglia, spesso si rifiutavano di studiare, disturbavano le lezioni, prendevano in giro gli insegnanti e i loro compagni. Qualcuno però ha anche confessato che nessuno mai tra i professori ha avuto la pazienza di soffermarsi sull’importanza dello studio, mai nessuno che cercasse di seminare in loro passione, voglia di scoprire e capire se stessi, l’ambiente e la società di cui i ragazzi facevano parte. E oggi, diventati adulti, nessuno di loro conosce i propri diritti e neanche i doveri, la propria dimensione sociale; neanche conosce la posizione che gli si chiede di occupare nella società, né cosa significhi essere un cittadino.
La scuola allora dovrebbe dare a tutti le stesse opportunità e combattere contro grandi difficoltà come l’abbandono scolastico che qui raggiunge il 30 per cento e la resistenza al cambiamento che mostrano gli insegnanti. Spesso ingessati nelle loro metodologie, nelle loro programmazioni che non tengono conto delle esigenze e dei bisogni dei ragazzi. Un modo di insegnare che invece di appassionare, soprattutto gli alunni difficili e con difficoltà di apprendimento, a superare gli ostacoli diventa la causa del loro allontanamento e li lascia senza un alfabeto.

Gli alfabeti che aiutano a vivere

L’alfabeto è uno strumento che serve non solo a comunicare parole in una lingua specifica, ma anche a passare dalla percezione della realtà alla sua comprensione e dopo, all’elaborazione del pensiero. E’ costituito da un insieme di codici che aiutano le persone a vivere non solo d’istinti, di percezione, di bisogni primari e di emozioni improvvise, ma anche a formulare i desideri.
L’alfabeto è indispensabile per comprendere la vita e le condizioni in cui la si vive, per individuare e raccontare i sentimenti e per capire se stessi. Faccio un esempio: se mostriamo a un bambino un film muto o con il sonoro, possiamo stare certi che per lui non ci sarà alcuna differenza. Perché ciò che catturerà la sua attenzione non sono né le parole né i suoni, quanto piuttosto sono le immagini e la luce. Due elementi che, per trasmettere significato, dovranno essere decodificati dal bambino che a sua volta avrà dovuto imparare a elaborare gli stimoli, a dare un senso a quel che vede, che sente, che prova.
Quando insegniamo a parlare, a usare un alfabeto dovremmo anche insegnare a usarlo con senso. Come ben diceva Benedetto Croce: Non c’è separazione tra forma e contenuto. La bella parola è accompagnata da un buon contenuto, una bella frase deve saper raccontare un bel fatto. Ed ecco allora, grazie agli insegnanti, che esperienza e parola si saldano insieme. Ma non tutti ci riescono perché non tutti sanno lavorare contemporaneamente con il sapere e con l’affettività.
E se la scuola non riesce a far fronte a questa emergenza continuerà a essere una scuola per pochi e a fallire una delle sue principali missioni che consiste nel modificare l’immaginario simbolico dei moltissimi ragazzi di Scampia. Un immaginario di violenza in cui prevale il bisogno di conquistare potere e una superficialità che è prossima all’incoscienza.
Se invece riuscirà nel suo intento, la scuola rivaluterà le persone e le relative famiglie, con i loro legami affettivi e i loro conflitti, ma soprattutto modificherà questo immaginario o addirittura lo sostituirà con altri aspetti simbolici che si trovano nella creatività, o nel dialogo, nella musica, nel viaggio, in una relazione felice con gli amici, negli affetti vissuti in modo sereno.

Gli insegnanti e gli educatori, per favorire il processo di apprendimento e l’autosufficienza culturale in un quartiere con le caratteristiche e le problematiche sociali che presenta Scampia, dovrebbero assicurarsi che i ragazzi, soprattutto quelli con un codice linguistico particolarmente ristretto, durante tutto il loro percorso riescano ad acquisire almeno le più importanti capacità di base come parlare, ascoltare, leggere e scrivere. E nel tempo poi, per saper cogliere la realtà delle cose, leggere le emozioni e spiegarsi le sensazioni che provano, imparare a formulare delle idee personali e dei giudizi.
La situazione però è molto complessa: non è facile entrare nel deserto linguistico in cui si muovono questi i ragazzi. E la scuola parla un linguaggio troppo alto: il linguaggio dei libri e del sapere. Un linguaggio che perde forza davanti ai bambini e ai ragazzi che per comunicare usano un codice di massimo trecento parole.
Se il metodo attuale di insegnamento produce analfabeti e disagio, l’insegnante dovrebbe avere la prontezza e lo spirito di passare a un metodo improntato sulla ricerca, ma ancora di più sull’esperienza. E costruire una scuola che oltre a fornire l’occasione di fare esperienza, intervenga per recuperare le abilità strumentali degli alunni e generare in loro interesse anche con la collaborazione degli insegnanti in grado di guardare al percorso degli alunni nel suo insieme, anche e soprattutto in relazione all’emotività e al loro rapporto con la famiglia. Anzi, la scuola dovrebbe fornire un’esperienza educativa che non prescinda dal contesto in cui il ragazzo vive e favorire una rieducazione collettiva inserendo, proprio nella programmazione didattica, anche un percorso affettivo aperto all’intero nucleo familiare.

Piedi cuore testa mani

Se la scuola a Scampia non è un’isola felice, possono renderla tale le piccole realtà che nel corso degli anni, grazie al fatto che il quartiere con i suoi problemi permette una riflessone sull’educazione a livello anche nazionale, hanno proposto interventi interessanti e la sperimentazione di tecniche d’insegnamento di grande spessore.
Oltre al Centro Hurtado e alla Scuola Popolare ci sono molte altre realtà che si occupano di educazione: il Centro territoriale Mammut per esempio ma anche la Cooperativa L’uomo e il legno, la Cooperativa Obiettivo Uomo, la Cooperativa Occhi aperti, il Centro Insieme nelle Vele, la ludoteca Mille Colori di Celus, sono solo quelli che gli vengono in mente subito.
Se da un punto di vista economico e politico non c’è stata partecipazione della città con investimenti a lungo termine e imprese produttive o commerciali per favorire lo sviluppo del lavoro, c’è stato un forte interesse culturale e di animazione sociale, grazie soprattutto alla spinta di coloro che provenivano da altri quartieri e che come la comunità dei gesuiti, da subito, hanno capito l’importanza della questione lavoro. Perché l’uomo deve produrre e la scuola deve preparare l’uomo alla produzione.
Se ci fossero i mezzi a Scampia si potrebbero mettere in atto azioni educative rivoluzionarie capaci di estirpare le radici del male e della sofferenza: da una periferia urbana ed esistenziale potrebbero scaturire nuovi motivi di indagine culturale e di progettazione politica. Scampia, in questo senso, potrebbe essere considerata un luogo speciale, un vivaio in cui l’esperienza didattica diventa esperienza culturale.
Purtroppo però il crollo degli investimenti sulla formazione degli insegnanti, a cui non basta dare dei soldi per vederli formati, sulla crescita culturale della popolazione e sul mantenimento di associazioni importanti del territorio che progettavano e realizzavano ponti tra le famiglie e la scuola e il carcere, non ha permesso nel tempo una progettazione di lungo respiro.
Un solo metodo in un ambiente come questo funzionerebbe veramente ed è quello che ho sempre applicato con gli scout. L’ho chiamato il metodo Piedi Cuore Testa Mani e si può applicare a tutti, soprattutto ai ragazzi svantaggiati, a cui vengono offerte meno occasioni di innamoramento.
Per insegnare con questo metodo bisogna partire dai piedi.
Quando ero giovane – racconta Fabrizio Valletti – mio padre a volte mi diceva, interrompendo il flusso di un mio pensiero o, subito dopo aver ascoltato una mia opinione: «Tu, figliolo, ragioni con i piedi!» E io gli rispondevo: «Sì. Devo per forza ragionare con i piedi, papà, se voglio vivere, provare emozioni, infervorarmi per qualcosa. Perché se io non so dove sto e non cammino e non mi muovo, io non acquisisco coscienza della realtà che vivo. Per questo parto dai piedi a commuovermi e a ragionare». I piedi non devono stare né nelle pantofole, né fermi. Devono muoversi e muovendosi mostrare. Mostrare cose che producono meraviglia, stupore, commozione.

Se una maestra porta dei ragazzini che hanno sempre vissuto, per esempio a Scampia, a fare una passeggiata, e li immerge in una realtà appassionante che può essere rappresentata da un’opera d’arte, un film, ma anche e soprattutto un luogo in cui non sono mai stati, una stalla per esempio, una stalla in una fattoria, lontano dalla città, con delle mucche che allattano vitellini appena nati, i ragazzini restano sbalorditi, sorpresi, affascinati. Ma perché l’emozione si trasformi in senso ci sarà bisogno della parola dell’insegnante che dovrà fornire ai suoi alunni gli strumenti necessari per leggere e interpretare la realtà mostrata ma, dovrà anche dare ai suoi ragazzi un alfabeto nuovo col quale ognuno potrà poi descrivere le cose che vede e le emozioni che prova in fondo al cuore. Grazie a cosa avranno fatto questo primo passo? Grazie ai piedi. Che hanno permesso loro di arrivare fin lì, di entrare nella stalla, di calpestare la cacca, di sentire con il naso quell’odore acre, forte, misto al profumo di fieno.
Una bella differenza con il nulla che vedono normalmente a Scampia. Se solo l’esperienza incolla la realtà al cuore gli educatori e gli insegnanti dovrebbero fornire ai bambini e ai ragazzi occasioni continue per fargliele fare, per fargliele collezionare. Così non si avrebbero più davanti piccoli saccenti senza capacità critica, ma bambini e ragazzi maturi in grado anche di gestire un processo creativo.

Ed ecco che dai piedi il processo educativo arriva al cuore, da dove nascerà l’amore per la vita. L’amore per vivere anche in situazioni difficili: col genitore depresso o in carcere, violento oppure assassino. Un processo che si concretizza solo se si sarà ripristinato precedentemente, e a Scampia su questo si sta ancora lavorando, quel tessuto affettivo che, nel processo cognitivo, fa da colla tra l’interesse e la logica.
Ma se la logica senza interesse diventa meccanica, l’interesse fa sì che la logica si trasformi in capacità di ascolto, espressione e rielaborazione personale di qualche esperienza, consentendo, se se ne avesse il coraggio, la trasformazione radicale della scuola in ambito di umanità. Dove tutti, anche coloro che non sono normalmente a scuola, possano raccontare fatti di altre vite, altri luoghi, altre persone. E realizzare ciò che Fabrizio Valletti chiama «pratica dell’innesto»: un’esperienza che rappresenta l’integrazione fra il nuovo e il vecchio: il vecchio albero sciupato, viene innestato e poi rinasce con un nuovo germoglio, simbolo di speranza.
Un’attività educativa necessaria per andare avanti: l’esperienza ha acquistato senso e si è trasformata in emozione e in amore.

L’emozione sentita con il cuore, ora, nella testa si trasformerà a sua volta in pensiero. Un pensiero che servirà a capire e ad articolare altri pensieri, sempre più complessi e parole nuove che non vengono più solo dall’esterno, ma da dentro l’individuo. Parole che sono anche significato e che riportano all’ascolto e alla comprensione del messaggio ricevuto. Il passaggio dal cuore alla testa è fondamentale per elaborare un progetto ma anche per riuscire a trasformare quei bisogni, che in molti sono già diventati legge da rispettare e assecondare (abbiamo fame? Mangiamo; siamo sporchi? Ci laviamo…) in desiderio. Desiderio di avere qualcosa di più vasto però, qualcosa che esiste oltre la propria cerchia sociale e che permette alle persone di crescere, di uscire fuori dal sé, di diventare migliori. Ma tutto parte dalla scossa emotiva. Perché è quella che fa nascere le domande sulla povertà, sulla mancanza di lavoro e che quindi porta alla nascita di un interesse, alla voglia di mettersi in gioco per fare qualcosa, di lavorare insomma, visto che proprio dalla testa parte quel processo di ‘ricreazione’ che diventa la spina dorsale di una vita intera.

Che sia un lavoro scientifico, artistico o assistenziale, poco importa; l’importante è che non sia associato a quell’unica valutazione che la società capitalistica ne fa, ovvero alla produzione di ricchezza. Perché il lavoro se da un lato esprime la capacità dell’uomo di provvedere a se stesso, dall’altro è chiamato a rinnovare e perpetuare il percorso della creazione. Le mani invece rielaborano le idee, le mani creano, ricreano, impastano, disegnano, costruiscono. Le mani lavorano.

Quando ho iniziato l’esperienza alla Scuola sul mare, a Follonica, ho creato insieme ai colleghi, un modello di scuola formante che partiva dalla realtà che vivevano gli alunni. Che non erano ragazzi più o meno fortunati dei ragazzi che vivono oggi a Scampia. L’approccio però non avveniva tramite il banco, il libro o il quaderno; la sua aula non aveva banchi non aveva cattedra.
Per insegnare con i piedi, con il cuore, con la testa e con le mani la scuola deve diventare la strada, il quartiere e la vita stessa.
La scuola comune invece oggi non è più formante, bensì performativa e tende a sfornare solo competenze, che però non formano alla vita.
Il progetto educativo della scuola è elaborato sulla base di una forbita riflessione fatta da un ristretto gruppo di borghesi ricchi – aggiunge Valletti – che costruiscono una scuola pronta a rispondere alle loro esigenze, pronta a supportare le eccellenze, a premiare il merito e la competizione, indispensabile a entrare alla Bocconi o nelle università di Boston e Oxford.
La realtà delle scuole di Scampia purtroppo vive una situazione difficile e lo conferma l’abbandono degli alunni che arrivati a sedici anni, qualsiasi sia la loro condizione, escono dalla scuola senza alcuna capacità critica o di scelta, senza aspettative, desideri.
Ragazzi pronti, però, ad abboccare più facilmente di altri all’esca del guadagno facile, a entrare in qualche famiglia camorrista e a incontrare il boss, una specie di padre padrone con un territorio da mettere a disposizione, un potere e naturalmente i suoi strumenti preferiti: una moto, un’automobile, una pistola, una donna. Così anche gli sfigati diventano persone nuove, finalmente accettate dalla società, anche se è quella sbagliata.
Quale altra reale opportunità potrebbero avere, del resto, senza un mestiere, un po’ di cultura e la capacità di vivere da cittadini riconoscendo e rispettando le regole?

E. aveva visto spesso i carabinieri nella zona dove lui spacciava. Aveva capito chiaramente che lo tenevano d’occhio, che l’avevano notato e che non aspettavano altro che prenderlo con le mani nel sacco. Però lui si sentiva protetto perché apparteneva a un clan forte.
E. aveva smesso di andare a scuola prima ancora di finire la terza media. A soli diciannove anni aveva avuto già due figli da una giovanissima ragazza infatuata dal suo fascino di giovane boss.
L’ho ritrovato a Poggioreale.
L’ho visto in mezzo a tutti gli altri e ho sentito una fitta al petto: in quel momento mi sono reso conto di quanto è debole la proposta di modelli alternativi a quelli dell’illegalità. Ma soprattutto non sempre i ragazzi hanno le capacità di progettare il loro futuro, anzi. In genere si limitano a cercare il denaro per vivere, insieme al potere e al lusso, ricorrendo a vie di rassicurazione deboli o compromettenti o addirittura rifugiandosi nell’illegalità.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica dal vivo il 4 aprile 2017