Il tedesco è per me come una zia

Franco Stelzer



Ho cominciato a scrivere in Germania. Seduto nella freschezza ombrosa di un Biergarten, oppure intento a addentare un improbabile Würstchen in qualche infimo chiosco di stazione metropolitana.
Non credo sia stato un caso.

La mia eroica carriera scolastica mi aveva miracolosamente preservato dai pericoli dell’apprendimento, sicché mi ero ritrovato, a vent’anni, pressoché stupefatto, al cospetto di un sapere sterminato che, con il sussiego di una donna bella quanto altera, mi scopriva poco a poco il suo corpo meraviglioso.

In particolare, le lingue. E, soprattutto, il tedesco.

Ne ero talmente attratto che, nel corso di un soggiorno a Monaco, nonostante avessi ancora qualche difficoltà a fare la spesa o a sostenere una conversazione sensata su di un qualsiasi argomento poco più che banale, avevo già cominciato a tradurre Rilke. Lo Stundenbuch, le Duiner Elegien... mi sembrava che quella lingua così intensa, così relativamente semplice, eppure così «fondante», così «iniziale», fosse l’accompagnatrice ideale della mia situazione di quel momento, vale a dire di quello stato di paradisiaca, difficile beatitudine in cui si trova chi sta imparando una lingua. Leggevo, ammaliato, parole come queste… «Das ist das wundersame Spiel der Kräfte, dab sie so dienend durch die Dinge gehen»... e mi pareva di condividerne la delicata, misteriosa potenza, di trovarmi anch’io in uno stato di sospensione, in una dimensione quasi ipnotica che mi poteva dischiudere l’oscura dimensione «servente», «dienend», di queste forze. Mi alzavo ogni giorno e nominavo il mondo. Dicevo «Brot» e mi sembrava di crearlo, di infondere vita ad una materia che, altrimenti, avrebbe mantenuto la grigia anonimità del «pane». Ero estasiato dall’intensità straodinaria della «semplicità» di certi versi. «Siehe, die Bäume sind; die Häuser, die wir bewohnen, bestehn noch»…. Li potevo capire immediatamente, senza vocabolario, e mi pareva fossero stati scritti per sfidare, chiunque li leggesse, a trasferirli in un’altra lingua. Perché si esprimevano in un codice talmente raffinato da essere assolutamente semplice, distillato - «Ich glaube an Nächte»… - in una lingua che solo chi ha già vissuto può parlare e non ha bisogno di entrare nel dettaglio, di spiegare: la lingua di chi possiede già un mondo dentro di sé - «Ich habe Hymnen, die ich schweige» - e si apre ad un altro, ne ricrea un altro.

E dunque godevo di questa dimensione virginale, «mattutina» del mio sguardo sul mondo. Mi ritrovavo a nascere, a nominare le cose. Proprio quel termine, «mattutino», mi era tornato in mente, dopo averlo letto a proposito dello sguardo medico, del grande clinico, che raggiunge i più alti livelli della propria capacità diagnostica, nel momento in cui riesce, in un certo senso, a vedere il paziente come non avesse mai visto nessun altro, spogliandosi, per un minuscolo attimo, di tutto il proprio sapere, per recuperarlo più tardi, nel momento in cui la diagnosi, per essere emessa, necessita di immergersi in un sapere codificato. Mi sentivo di essere un uomo nuovo, un uomo che torna alla vita, un uomo – per riprendere la metafora medica – che «guarisce». Che cosa c’è infatti di più bello e «filosofico» del guarire? Ci sono, nella nostra vita, momenti più gradevoli di quel magico risveglio, da bambini, all’indomani di un intenso stato febbrile? Quando la stanza in cui ci destiamo, la fronte ormai fresca, la finestra socchiusa, la luce che penetra gaia nella stanza, la consapevolezza di essere guariti, ma non ancora pronti per uscire, ci assicurano che trascorreremo ancora qualche magnifica ora tra le cure indulgenti e provvide dei genitori? E allora il primo sorso di spremuta, la prima acqua fresca sul viso, ci sembravano essere i primi sorsi, il primo ristoro, la primigenia freschezza del mondo!

C’è un passo della mia prima raccolta di racconti, che sembra testimoniare in modo quasi letterale di tale processo, della concentrata sospensione che ho vissuto in quegli anni, e che ricorda, oltre che la dimensione della guarigione, quella dell’innamoramento. Anche quando amiamo, soprattutto quando cominciamo ad amare, noi fondiamo un mondo e inventiamo una lingua, se pure una lingua di due soli parlanti.

«I loro incontri si snodano come canzoni interrotte.

Lui comincia con un’onda lenta.

Lei si stropiccia gli occhi, che si imbevono di luce.

Le specchiere si illuminano. Si gonfiano le tende. Le parole tracimano dal petto. Come lei dicesse tavolo. Come dicesse stanza. E questa fosse invasa di vapori. Come dicesse gambe. E la investisse un’aria confortevole. E le sentisse lunghe. Fresche. E le premesse contro quelle di lui. Come dicesse tu».

Trascorso qualche tempo, ho fatto un altro incontro che avrebbe segnato il mio rapporto con la lingua e con la scrittura, quello con Robert Walser.

Se esiste un autore che scrive sempre come stesse «guarendo», quello è lui. Naturalmente, ero attratto anche dalla sua biografia, così incredibilmente «stereotipo» da essere quasi stucchevole: la stima e l’ammirazione dei grandi, da Kafka a Musil, l’insuccesso di pubblico, la rottura progressiva dei rapporti col mondo, fino all’internamento in manicomio. Vent’anni passati a passeggiare, ritagliare fogli di carta e scrivere in una lingua cifrata e solo a lui comprensibile. Troppo, troppo anche per un fervido ammiratore come me. Ma se ben presto ho cominciato a provare fastidio per quella ingombrante biografia, che così pesantemente si intrecciava – o veniva fatta intrecciare - alla scrittura, non ho mai smesso di leggere e rileggere, estasiato, pagine e pagine dei «Fratelli Tanner», o di «Jakob von Gunten», forse le sue cose più belle.

Anche lui appoggiava le frasi sulla carta con un gusto così accurato e insieme appassionato ed ebbro, da suscitare in me una sorta di stupore. Ecco qualcuno che scriveva come io pensavo bisognasse scrivere… un tavolino in un grazioso gazebo, una bella carta solida e pulita, una penna scorrevole, l’anima appena dietro la fronte, pronta a inumidirci gli occhi, a riempirli di luce trasfigurata. L’anima di chi ha ritrovato il mondo.

C’è un passo dei Geschwister Tanner che amo articolarmente, perché restituisce in modo estremamente lineare il suo rapporto con la natura, la vita e, aggiungo io, con la scrittura.

Simon, stralunato e picaresco protagonista del romanzo, conosce un giorno una persona, un infermiere italiano, col quale si intrattiene su vari argomenti, ivi compreso quello del viaggio. Simon non viaggia, non può viaggiare, in primo luogo, naturalmente, perché è povero in canna, ma la cosa straordinaria è l’argomentazione che usa per motivare questa sua impossibilità. E la sua dialettica della rinuncia diviene anche una sorta di manuale di poetica:

«Ich bleibe und werde wohl bleiben. Es ist so süß, zu bleiben. Geht denn die Natur etwa ins Ausland? Wandern Bäume, um sich anderswo grünere Blätter anzuschaffen und dann heimzukommen und sich prahlend zu zeigen? Die Flüsse und die Wolken gehen, aber das ist ein anderes, tieferes Davongehen, das kommt nie mehr wieder. Es ist auch kein Gehen, sondern nur ein fliegendes und fließendes Ruhen. Ein solches Gehen, das ist schön, meine ich! Ich blicke immer die Bäume an, und sage mir die gehen ja auch nicht, warum sollte ich nicht bleiben dürfen? Wenn ich im Winter in einer Stadt bin, so reizt es mich, sie auch im Frühling zu sehen, einen Baum im Winter, ihn auch im Frühling prangen und seine ersten, entzückenden Blätter ausbreiten zu sehen. Nach dem Frühling kommt immer der Sommer, unerklärlich schön und leise, wie eine glühende, große, grüne Welle aus dem Abgrund der Welt herauf, und den Sommer will ich doch hier genießen, verstehen Sie mich, mein Herr, hier, wo ich den Frühling habe blühen sehen. Da ist zum Beispiel dieses kleine Wiesen- oder Rasenbord. Wie süß ist das im Vorfrühling anzusehen, wenn der Schnee eben unter der Sonne darauf zerronnen ist. Aber um diesen Baum und um dieses Bord und um diese Welt handelt es sich: ich glaube, ich würde an anderen Orten den Sommer nicht bemerken».

E in italiano, nella traduzione di Vittoria Rovelli Ruberl:

«Io resto qui e certo ci resterò. E’ così dolce restare. Forse che la natura va all’estero? Vanno forse in giro gli alberi per procurarsi da qualche altra parte foglie più verdi e poi tornare a casa a pavoneggiarsi? I fiumi e le nuvole ci vanno, ma è un andar via diverso, qualcosa di più profondo, che non ritorna mai più. Non è nemmeno un andare, ma solo un riposare volando e scorrendo. Un simile andare è bello, secondo me! Io guardo sempre gli alberi, e mi dico: anche loro non vanno, perché io non dovrei poter restare? Se d’inverno sono in una città, ho la curiosità di vederla anche in primavera, e un albero d’inverno, di vederlo far bella mostra di sé in primavera e aprire le sue prime, incantevoli foglie. Dopo la primavera, ecco sempre l’estate, inspiegabilmente bella e quieta, salire dagli abissi del mondo come una grande e infocata onda verde, e l’estate io voglio godermela qui, capisce, qui dove ho visto fiorire la primavera. Veda per esempio questa piccola bordura d’erba. Com’è dolce a vedersi al primo accenno di primavera, quando la neve che c’è sopra si è appena sciolta al sole. Ma si tratta di questo albero e di questa bordura e di questo mondo qui: credo che in altri luoghi non mi accorgerei dell’estate…»

Quanta poesia, e quanta lieve profondità! Affidata a una prosa lineare, a un vocabolario relativamente semplice, una sintassi pacata, che sembra accostarsi al reale come lo incontrasse per la prima volta o dovesse spiegarlo a qualcuno che non vi si è mai accostato. E allora ecco frasi come «Dopo la primavera ecco sempre l’estate, inspiegabilmente bella e quieta…». Sembra che dirle sia appunto nominare il mondo, ritrovarlo, dopo che lo si era misteriosamente perso, ritornare in un flusso che accompagna, robusto e sognante, la vita di noi tutti. E l’atto stesso di scrivere viene in un certo senso celebrato in questa dimensione di ritorno alla vita. Non in termini narcisisti, di stampo d’annunziano o simile, ma scoprendo, quasi fisicamente, il momento stesso dello scrivere, segnalandolo di continuo, dichiarando: «io sto scrivendo», con la dolce, quieta, sicura esitazione di chi ritorna alla vita. Tutto questo necessita di una dimensione di sospensione quasi immobile, astratta, che si sottrae a qualsiasi altra logica di estensione puramente quantitativa della conoscenza. Come dire: abbiamo già vissuto, siamo già stati qui, tutto ciò che sappiamo riusciamo a ricrearlo solo in questo stato quasi di trance, che ripercorre incessantemente il reale, per averne ragione e ritrovarlo dicendolo nella sua forma più elementare e semplice - «credo che in altri luoghi non mi accorgerei dell’estate».

Nel corso di un secondo soggiorno in Germania ho scritto il mio primo racconto lungo, quello che mi ha aperto la strada per la pubblicazione. L’ ho scritto girando tra bar e osterie, bevendo fiumi di caffè e birra, circondato di fumo e di suoni estranei alla mia lingua. Questo contesto estraneo non mi disturbava affatto. Anzi. Contribuiva a infondere di continuo alla mia lingua madre quella dimensione di verginità. Continuavo a scrivere cercando di portare le parole sulla carta come fosse la prima volta che le sentivo, straniandole, per sottrarle all’usura quotidiana. Nonostante parlassi allora un tedesco decisamente buono, non avevo ancora perso – e non l’ ho persa tutt’ora – la tendenza a provare una sensazione di composta gratitudine nel momento in cui formulavo anche solo una frase in quella lingua straniera. Ancora mi accadeva di ordinare una pietanza in un’osteria e di avvertire il sorriso della cameriera, che aveva «capito» e si apprestava a servirmela, con stupore e profonda soddisfazione, che aumentava quanto più spesso e quanto più a lungo non venivo riconosciuto come straniero, né tanto meno come italiano. Ma, quel che più conta, la stessa gratitudine si era ora trasferita alla mia lingua, quando provavo a fissarla sulla carta. Mi uscivano frasi brevi, icastiche, tra le quali ricercavo, anche graficamente, un certo distacco. Godevo della brevità composta di un periodo, di una coppia di aggettivi, di solito usati assieme, che io smontavo per dilatarne la forza poetica. Di un verbo lasciato in sospeso, senza un complemento, quanto meno senza il complemento che ci si sarebbe potuti attendere con maggior probabilità. Insomma, mi ero costruito una poetica da «straniero», che mi sembrava si confacesse perfettamente alle mie idee in materia di letteratura. Anche perché, aumentando di molto la relativa artificialità della lingua – e qualcuno dei miei lettori s’era accorto fin da subito di questa operazione, chiedendosi se, per caso, non fossi di lingua madre diversa da quella italiana – mi consentiva di affrontare con naturalezza – una naturalezza paradossalmente straniata - anche i temi più scabrosi o comunque respingenti. Ero riuscito, nel mio piccolo laboratorio linguistico, a prosciugare la mia lingua, a toglierle tutta l’ovvietà naturale, a renderla uno strumento duttile e sorpreso, che avrebbe potuto affrontare indifferentemente – come ha osservato qualcuno – le gocce di rugiada e di sperma. Era proprio questo che volevo, indipendentemente dai risultati poi effettivamente raggiunti. Volevo ottenere una lingua che si accostasse al mondo con una apertura totale e, nel contempo, sfiorasse gli oggetti, li maneggiasse con la cura, con la rispettosa goffaggine e l’attenzione dello studioso in una terra sconosciuta. Tutto questo grazie al tedesco.

In seguito, naturalmente, gli anni e le letture hanno ulteriormente modificato il mio modo di scrivere, ma la sensazione tutt’ora vivissima che provo ogni volta che formulo una frase per iscritto, anche una semplice notazione, l’inizio di una mail di lavoro, la chiusa di una relazione scolastica – credo di dovere tutto questo all’incontro con quella lingua straniera.

Incontro che non ha mai cessato di rinnovarsi, in realtà. Per via di un’attività di traduttore, interrotta e poi ripresa, che fa sì che, per lo meno passivamente, continui a esercitare la lingua, e poi perché la prima lingua straniera in cui è stato tradotto uno dei miei libri è stata proprio il tedesco.

Ero molto preoccupato dell’incontro di un mio testo con una lingua diversa. Avevo paura, una paura sicuramente motivata dall’esperienza delle tante traduzioni sciatte che mi era capitato di leggere e che, sicuramente, avevano ostacolato in modo decisivo il mio rapporto con l’uno o l’altro scrittore di cui non fossi in grado di leggere i testi nell’originale. Ma ho avuto la fortuna di capitare nelle mani umili e forti di Marianne Schneider, che credo abbia tirato fuori il meglio dal mio lavoro. Umili nel senso di rispettose, e poi, talmente brave da non aver paura di critiche o consigli. E forti, perché non hanno abbandonato il testo finché non l’ hanno reputato veramente a posto.

Certo, a tratti ho dovuto soffrire. C’è un passo, ad esempio, in cui il narratore racconta di alcune epiche domeniche d’infanzia, trascorse nella soffocante abitazione di parenti che vivono in un’altra città. In casa, tra gli altri, una coppia di odiose, petulanti gemelle, che il narratore battezza ben presto come «gemellazze». Mi piaceva quel termine, perché riportava l’odore del lessico famigliare che tanto aveva ispirato il libro. Ma, nella traduzione, il «gemellazze» non compariva, ovviamente, sostituito da un pur accettabilissimo «widerliche Zwillinge». Atroce, sulle prime, la sensazione d’essere come mutilato di qualcosa. Ma poi, sicura, incoraggiante, la percezione di quanta ricchezza, invece, poteva arrivare dall’incontro con l’altra lingua. E allora l’immenso piacere nel leggere frasi nuove, diverse, anche se solo un poco, da come le avevo concepite io, eppure dotate di una nuova, più articolata musicalità. Più lenta, a tratti, più ostica forse, ma non per questo meno interessante. Nella parte finale di un capitolo, il narratore riflette sulla morte imminente della madre e immagina il decesso come una sorta di ultimo, estremo amplesso, e compie, come in tutto il libro, alcune bizzarre riflessioni.

«E… se ogni volta che si ama è diverso, se ogni volta il piacere si cerca percorsi diversi, se sale dalla schiena alla nuca, dallo stomaco al collo… se cresce lentissimo, insinuante, dalle cosce verso il ventre… se scende, dalla fronte ai talloni… se arriva, ma non ha mai la stessa forma, e può deludere o esaltare, essere stupido, accademico o geniale…

Se tutto questo accade, figuriamoci se, tra le nostre braccia sudate, tra ansiti e spossati inarcamenti, si trovi a essere la morte. La morte.

E si avvinghi a noi nella sera più dolce dell’anno».

Ero particolarmente orgoglioso di questo passo. Tranne che per una parola, quel «la morte», ripetuto. Nella lettura ad alta voce mi sembrava convincente, ma non riuscivo a immaginare come il lettore silenzioso avrebbe «gestito» quel rallentamento e la sua inevitabile, leggera farraginosità, legata alla struttura bisillaba del termine. E tuttavia, mi sembrava che anche quella imperfezione non potesse disturbare l’effetto del finale: particolarmente riuscito, mi pareva. E avevo paura, dunque, di che cosa potesse uscire dalla traduzione.

Ecco come risolve la cosa Marianne Schneider:

«Und… wenn das Lieben jedesmal anders ist, wenn die Lust sich jedesmal einen anderen Lauf sucht, wenn sie vom Rücken in den Nacken, vom Magen in den Hals steigt... wenn sie ungeheuer langsam einschmeichelnd von den Schenkeln zum Bauch wächst... wenn sie kommt, aber nie dieselbe Form hat, und enttäuschend oder begeisternd, dumm, akademisch oder genial sein kann...

Wenn das alles geschieht, dann stellen wir uns vor, was los ist, wenn in unseren verschwitzten Armen, in unserem Keuchen und erschöpften Krümmen der Tod ist. Der Tod.

Und sich am süßesten Abend des Jahres an uns klammert».

Temevo, in particolare, per l’ultima riga. Quindici sillabe che, mi pareva, non avrebbero mai potuto tollerare una qualche modifica. La Schneider propone nuovamente quindici sillabe, ma l’accento, la lieve sospensione, che si nota in particolare nella lettura ad alta voce, si sposta, ovviamente, dal «noi» allo «Jahres». Eppure la cosa, sorprendentemente, anche alla primissima lettura, non mi aveva disturbato. Perché, in compenso, avevo potuto godere della tagliente, oscura brevità di «Tod», nella riga precedente. Il mio testo, il testo che io avevo concepito in italiano, e che su quella ripetizione di «morte» non mi aveva forse mai completamente convinto, trovava, nella sua versione tedesca, una sua bella compiutezza.

Così va il mondo. Crediamo d’avere creato ogni cosa, crediamo che nessuno ce la potrebbe toccare in alcun modo, e poi ce la vediamo perfezionare dall’atto per definizione più approssimativo e compromissorio che esista, quello della traduzione.

E d’altronde, come stupircene. Parliamo di lingua madre e, come madri e padri, ci avvertiamo come assoluti. Certo siamo importanti, eccome, ma quante zie, quanti cugini, quanti amici di famiglia – spesso non del tutto simpatici – hanno contribuito a farci diventare quello che siamo, e faranno lo stesso con i nostri figli!

Il tedesco, insomma, è per me una zia. Ho cominciato a scrivere anche grazie a lei.








pubblicato da m.cerino nella rubrica in teoria il 7 febbraio 2011