Fabrizio Valletti: il racconto di una vita

Serena Gaudino



Fabrizio Valletti è un padre gesuita.
Ha vissuto a Scampia quindici anni e si occupa di fede, di libri e di educazione.
Nell’arco della sua vita è stato un insegnante, ha avviato progetti educativi sperimentali, ha diretto scuole, fondato centri studi e università.
Nel 2001 è arrivato a Napoli per dare maggiore forza al progetto pastorale dei gesuiti a Scampia provando a realizzare una sintesi fra esperienza di fede, promozione culturale, sviluppo sociale e la grande umanità della popolazione. E iniziare a costruire una nuova comunità di cittadini più consapevoli e maturi sia dal punto di vista culturale che professionale.

Io ho conosciuto padre Valletti nella primavera del 2005.
La terribile faida tra camorristi, iniziata nel 2004, era ormai agli sgoccioli, ma le notizie su perquisizioni, arresti, retate e sparatorie continuavano a occupare le prime pagine di tutti i giornali d’Italia.
Pochi parlavano della popolazione del quartiere, che diventava sempre più emarginata. Padre Valletti era uno di questi: dalla prima pagina del «Mattino», ogni settimana, raccontava, nella rubrica Casa Scampia, il dolore di chi perdeva i propri cari, i sorrisi dei bambini, la storia di qualche famiglia uscita dal sistema, la voglia di ricominciare di alcune donne maltrattate.
Dava voce così ai tanti cittadini impegnati ogni giorno in prima linea a contrastare il male, a difendersi dalle brutture che li circondavano.

La prima volta che incontrai padre Valletti fu nel 2005, nella chiesa di Santa Maria della Speranza.
Parlavamo, lo interrogavo: ero curiosa di conoscere la sua storia, il suo percorso di vita, le esperienze che si portava addosso, come si trovava a Napoli, e più di tutto volevo capire come riusciva là, in mezzo a tanta sofferenza, a vivere la sua spiritualità.
Iniziammo a parlare e, ogni tanto, nel suo discorso comparivano brevi riferimenti alle sue imprese del passato. A quando a Bologna aveva fondato l’Università Primo Levi e il Centro Poggeschi o a Follonica la Scuola sul mare.
Di sfuggita accennò all’esperienza in Ciad, all’incontro con don Milani e con le mogli dei fratelli Berlinguer, alle sue più grandi passioni: il cinema, i libri, l’educazione, lo scautismo, i giovani e la politica.
Poi padre Valletti cominciò a raccontarmi cosa faceva a Scampia, e del lavoro che stava portando avanti per ridare vigore al progetto dei gesuiti del quartiere iniziato ormai da oltre trent’anni. Un progetto ambizioso basato sul coraggio di educare valorizzando le persone.
«Perché anche a Scampia, mi disse già quella volta padre Valletti, nonostante le tragedie che si vedono e si vivono, si può pensare, si può sognare e si può vivere nella legalità e nella libertà».
Per chiarire meglio il suo pensiero mi portò in un’altra piccola stanza, piena di libri: «Ecco, questa è la Biblioteca Le nuvole, un progetto a cui sto lavorando insieme a una giovane mamma appassionata di libri. Sogniamo una biblioteca aperta al pubblico. Sarebbe fondamentale per i bambini e per le mamme di Scampia. Potrebbe diventare, senza grandi sforzi, un importante luogo d’incontro e di scambio di esperienze per crescere insieme, anche da un punto di vista culturale oltre che sociale».
Dal 2005 padre Valletti cerca di mantenere vivo il progetto culturale del Centro Hurtado legato alla lettura e alla biblioteca ma soprattutto all’educazione a cui ha dedicato tutta la sua vita: esplorando e sperimentando nuovi metodi educativi basati sull’esperienza e la partecipazione, particolarmente adatti ai ragazzini con caratteri e atteggiamenti più difficili, o con famiglie disastrate alle spalle.

Tra l’estate del 2014 e l’inverno del 2016, in un periodo di grandi cambiamenti nel mondo della scuola e dopo anni passati insieme a confrontarci sulle varie problematiche culturali di cui soffriva il quartiere, padre Fabrizio e io abbiamo sentito l’esigenza di riflettere sul rapporto tra criminalità e di educazione perché, come lo stesso padre Valletti spesso ripete: «Il fallimento di un processo educativo porta, nella maggior parte dei casi, al fallimento di una vita». All’inizio non pensavamo di prendere appunti sulle nostre conversazioni perché quel che ci interessava era solo confrontarci riguardo la funzione dell’educazione oggi. Solo a metà del nostro percorso gli ho chiesto di registrare le conversazioni così da tenerne traccia. É nato così un lungo racconto diviso in più puntante che partendo da “chi è” Fabrizio Valletti, dalle sue origini, si trasforma in un particolare reportage da Scampia, in un gioco di sottolineature rimandi e approfondimenti. I dialoghi sono stati tutti raccolti e rielaborati da me. Qui di seguito pubblico il primo, ricostruito nel tempo grazie a ricerche, testimonianze, e alla preziosa collaborazione dello stesso padre Valletti che ha corretto le inesattezze e suggerito spunti storici da inserire nel racconto della sua vita.



Fabrizio Valletti: Il racconto di una vita

Serena Gaudino e Fabrizio Valletti


L’infanzia e l’adolescenza

Roma 1938. C’era una volta una famiglia benestante inserita nella sua ‘buona società’. Il tempo era quello della guerra che incombeva. Si viveva in un clima di falso entusiasmo per il fascismo dominante.
La realtà era più che dolorosa.
Nonostante questo, nacque Fabrizio Valletti: il terzo di sei figli. Due sorelle prima di lui e tre sorelle che vennero dopo.
Essere l’unico maschio in mezzo a tante donne da bambino lo elettrizzava e trovava divertente il fatto di essere coccolato, viziato, sempre troppo, a volte anche eccessivamente protetto. Tranne da suo padre che invece, era preoccupato che tra tutte quelle donne non ricevesse la giusta educazione.
Così a nove anni, pur di allontanarlo di casa lo mandò tra gli scout dei gesuiti al Massimo alle Terme. Il dottor Valletti, il padre, era un uomo abbastanza stimato nell’ambiente medico. Era un chirurgo pediatra, un lavoratore instancabile: si divideva tra sala operatoria e visite, nel periodo in cui all’università la sua disciplina iniziava a prendere piede e a svilupparsi. Per questo continuava a studiare e ogni intervento era come una sperimentazione. Era un uomo credente, ma rimaneva scettico rispetto alla pratica religiosa e difatti non era praticante.
Però era un mazziniano convinto e appassionato, contrario a ogni forma di violenza e di oppressione. E quindi anche alla guerra, ai fascisti e ai nazisti a cui si opponeva con azioni di contrasto personali anche abbastanza rischiose.
Un giorno, Fabrizio era ancora piccolo e ancora all’oscuro del significato vero della parola ‘fascismo’, il padre lo portò ad assistere a una parata di giovani balilla con tanto di baionette e indicandoli disse al ragazzino seccamente: «Tu questo mai!».
Più avanti, durante l’occupazione nazista a Roma, decise di nascondere nella sua casa, dove viveva con la famiglia un ragazzo fuggito da uno dei convogli diretti in Germania. E quando scoprì da un confidente che lui stesso, insieme a dei suoi cari amici, erano sulle liste di coloro che a breve sarebbero stati fatti prigionieri scappò e si nascose nella campagna romana. Ma non finisce qui perché molti anni dopo la sua morte si scoprì addirittura che nella clinica di cui era direttore sanitario, il dottor Valletti avesse simulato un intervento chirurgico a un capo partigiano, ricoverato clandestinamente con i suoi compagni. Il figlio della proprietaria della clinica, sua complice, lo seppe da sua madre e lo scrisse in un libro di memorie dedicato a lei.
È alla scuola di suo padre che padre Valletti ha imparato cosa significa impegno sociale e impegno politico e sempre alla sua scuola ha scoperto che ragazzino fosse: inquieto e somaro.

Fino a 17 anni, di studiare Fabrizio non ne voleva proprio sapere: tutti gli anni, dalle scuole medie in poi, era sempre rimandato a settembre. Ma a un certo punto successe qualcosa: per ragioni di salute fu obbligato a stare molti giorni lontano da Roma, dagli amici, da ogni attività anche sportiva. Questa cosa gli fece bene perché finalmente prese coscienza di quanto era stato pigro e, con l’aiuto di alcuni docenti molto validi, piano piano iniziò a riprendersi e ad appassionarsi allo studio, a guardare il mondo con occhi diversi. Passando dal due al nove, nel giro di pochi mesi!
Papà Valletti ne fu felicissimo. Tanto che cominciò ad andare in giro dicendo che il figlio era la prova evidente dell’esistenza dello Spirito Santo.

Nel 1957 padre Valletti conseguì la maturità classica e s’iscrisse all’Università. Ma dentro aveva una voglia pazzesca di conoscere ed esplorare il mondo: viveva con lo smoking e il sacco a pelo nello zaino.
Anche se gli interessava moltissimo e si sentiva molto portato, non scelse Medicina: gli pesava l’idea di seguire le orme del genitore. Gli avrebbe fatto certamente piacere studiare per diventare un medico ma padre Valletti non voleva che la gente gli appiccicasse l’etichetta di “raccomandato”, di giovane borghese con una professione già avviata.
Così decise di iscriversi ad architettura e di seguire la passione per l’arte e per la pittura.
Non furono solo anni di studio. Fabrizio Valletti infatti s’impegnò molto anche nella politica che era una delle sue grandi passioni. Era il tempo della guerra fredda e in molti ambienti, soprattutto cattolici cresceva la paura del comunismo. Con degli scout e degli amici comunisti e socialisti fondò un partito universitario vero e proprio in opposizione agli altri partiti universitari che erano collaterali alla politica ufficiale. Lo chiamarono Iniziativa politica e servì a promuovere delle iniziative anche di un certo spessore come l’occupazione della facoltà di architettura a Valle Giulia. Si protestava per la mancata attuazione del Piano regolatore della città, ostacolato dalle società immobiliari, dai palazzinari e dai proprietari terrieri che speculavano sulle aree edificabili.

Vangelo e politica

Intanto, nel cuore di Fabrizio Valletti cresceva il desiderio di vivere il Vangelo e di dedicarsi totalmente all’esperienza evangelica.
Decise di cambiare strada e seguire quel desiderio tanto forte da fargli rinunciare a costruirsi una famiglia tutta sua e a porre in secondo piano la stessa passione per l’arte. Ma non quella della politica, anche se fare politica al di fuori dello schieramento cattolico era un’attività ostacolata soprattutto se si aveva, come lui, una visione politica aperta al sociale e alla collaborazione con le forze della sinistra. La stessa visione che gli rese possibile coniugare esperienza di fede e impegno sociale; servizio agli ultimi e superamento della società classista.
Insomma, nel decidere di seguire la coscienza e di rispondere al richiamo «il Vangelo o tutto il resto», Valletti riuscì a dare spazio a un pezzetto di quel modo di fare politica che tanto gli piaceva.

Non fu facile parlare della decisione di farsi prete con i genitori: unico maschio, accompagnatore ufficiale delle sorelle, avviato con successo nello studio universitario, non riusciva neanche a immaginare come l’avrebbero presa. E poi il padre era riconosciuto come un anticlericale.
Nonostante questo però fu il primo a saperlo.
«Era il 9 settembre di tanti anni fa, - racconta Valletti - le mie sorelle e mia madre erano in villeggiatura, io ero rimasto a Roma per preparare un esame.
Era notte fonda.
Nella casa c’era un grande silenzio.
Mio padre, stava ancora studiando nel suo studio.
Presi coraggio.
Mi avvicinai alla porta dello studio con un bicchiere di whisky con ghiaccio tra le mani. Bussai piano. Lui mi disse di entrare. E prima di parlare gli allungai il whisky. Poi guardandolo negli occhi gli chiesi se se la sarebbe sentita di rimanere solo con tante donne in casa. Perché io, avevo pensato di seguire il Vangelo e andare via di casa.»
Il dottor Valletti guardò il figlio, posò il bicchiere sulla scrivania e disse: «Di fronte al Padreterno il padre terreno non può dir nulla!» E aggiunse: «Buona notte».
Quella notte Fabrizio dormì benissimo.
Nonostante il suo anticlericalismo, il padre di Fabrizio Valletti non si stupì più di tanto e gli dette subito la sua benedizione.
L’impresa fu più difficile con la madre. Per parlare con lei, Fabrizio aspettò la conclusione della sessione autunnale degli esami.
Sapeva che per sarebbe stato molto più difficile farle accettare la decisione. E infatti, quel pomeriggio, quando Fabrizio finì di parlarle vide sul viso della madre comparire l’ombra di un grande dolore. Lei non disse nulla all’inizio. Per qualche secondo rimase senza fiato. Ma quando ricominciò a parlare fu per chiedergli di pensarci ancora un po’: lo esortò a partire. Gli suggerì di prendersi una pausa, di andare a Londra a trovare sua sorella maggiore.
Sperava disperatamente che ci ripensasse.
Fabrizio Valletti accettò il suggerimento di sua madre.
Andò prima a Londra e poi a Parigi. Passò un mese immerso nelle Gallerie e nei Musei. Alla macchina fotografica preferì l’album da disegno per riprendere statue, quadri, ambienti. Non pensava di dare un addio all’arte, anzi. Voleva solo cominciare la ricerca di ciò che nello spirito poteva suscitare più bellezza e contemplazione. Nonostante il viaggio però non cambiò idea.
Anche la decisione di diventare gesuita venne da sé e anche questa non fu una scelta difficile. Aveva vissuto da piccolo accanto ai gesuiti: assistenti scout, molto sensibili al mondo dei poveri e ricchi di una spiritualità che valorizzava l’umanità della persona, la sua cultura e l’incontro serio e responsabile con Gesù.

Il cammino comincia

Dopo il noviziato a Lonigo, in provincia di Vicenza, Fabrizio Valletti inizia gli studi filosofici a Roma alla Gregoriana. Prende la licenza e viene mandato a insegnare nel Collegio Francesco Saverio dei gesuiti di Livorno.
«Da somaro a insegnante, c’è da ridere». Dice lui quando ricorda quel momento.
A scuola da ragazzo aveva sofferto molto, e quando diviene insegnante, proprio perché per lui era stata un tormento, pensa di fare qualcosa perché i ragazzi che gli vengono affidati la vivano al meglio.
Inventa una scuola fuori dalla scuola, con aule senza pareti: gli alunni imparano stando per strada, guardando cose, parlando con altre persone, facendo teatro, musica. Tiene la classe come un reparto scout.
Una volta, padre Valletti porta gli alunni a visitare una bananiera. L’esperienza è entusiasmante: coinvolge e diverte tutti, anche l’equipaggio e gli dà materiale su cui lavorare per un mese intero.
Gli anni passati a Livorno acquistano spessore, diventano importanti. Lì si respirava la Lettera a una professoressa di don Milani. Sul piano educativo e scolastico Fabrizio Valletti si confronta con la Scuola di Corea: un’Istituzione d’avanguardia che godeva dell’azione innovativa di don Nesi e di Alessandro Marchiori, nell’ambito dell’Opera Madonnina del Grappa di Firenze e dove si faceva una vera sperimentazione sia nel rapporto personale con i ragazzi che nella cura delle loro difficoltà legate alla condizione dei genitori.
Le famiglie, nuove nel tessuto della città, abitavano una periferia senza servizi, con la scuola come unico altro polo di socializzazione oltre alla parrocchia e una situazione lavorativa pesante, soggetta a sfruttamento e a turni massacranti.
Nello stesso periodo, inoltre, Valletti collabora con il gruppo scout guidato dal grande educatore Attilio Favilla; frequenta il presidio di operai molto combattivi e progressisti della Compagnia dei portuali e coadiuva l’attività di un confratello gesuita, animatore del centro culturale Il Grattacielo, sede di un teatro e di un cineforum.
Quando comincia a insegnare deve però lasciare la facoltà di architettura. Roma è troppo lontana da raggiungere e frequentare; si trasfersce a Pisa, più vicina a Livorno e più comoda come sede universitaria.
Qui sceglie la facoltà di Lettere Moderne, pensando di mantenere una certa continuità con quel che sta facendo, con l’esperienza di insegnamento che porta avanti.
Purtroppo però tra lavoro, impegno scout e studio non riesce a frequentare i corsi con costanza. Uno però lo segue tutto, quello di Storia e critica del cinema tenuto di sera da Luigi Chiarini. Lo stesso Chiarini fondatore del Centro sperimentale di Roma. Quel Chiarini che tra il 1963 e il 1967, era anche il direttore del Festival del Cinema di Venezia.
In quel contesto, Fabrizio Valletti si appassiona alla disciplina e frequenta il corso per due anni, stringendo un rapporto forte col professore che incoraggia gli allievi a studiare alla moviola proprio quei film che oggi vengono annoverati tra i fondamentali per la storia del cinema. Grazie a lui Valletti ha l’occasione di conoscere registi, critici, attori e di andare più volte al Festival di Venezia.
Sulla scia di Carlo Ludovico Ragghianti (autore di molti critofilm e volumi sull’arte della visione) Valletti approfondisce il cinema come sintesi delle varie arti e se ne innamora al punto che decide di laurearsi proprio con una tesi sul rapporto tra cinema e il contesto sociale-politico, la letteratura, e le altre arti. Chiarini inoltre lo avvicina allo studio di Umberto Barbaro: un intellettuale protagonista in epoca fascista, di una interessante apertura culturale controcorrente. E la tesi si intitola proprio Umberto Barbaro: dal realismo socialista al neorealismo.
All’epoca non era automatico per uomini di chiesa frequentare ambienti «fuori del recinto»: gli ambienti del cinema, del teatro e della letteratura. Però a lui, a padre Valletti fu possibile grazie ai suoi superiori che mostrarono grande apertura e libertà incoraggiandolo nello studio, autorizzando anche i viaggi a Venezia e soprattutto, in borghese.
Un altro trasferimento di Fabrizio Valletti arriva nel 1966: da Livorno arriva a Firenze Durante l’alluvione lui è qui, dove si vivono gli ultimi anni dell’esperienza di Don Milani con amici come Fioretta Mazzei, assessore allora alle politiche sociali, il sindaco Giorgio La Pira, lo scrittore Rodolfo Doni, il presidente del tribunale dei minori Giampaolo Meucci, lo scolopio Ernesto Balducci, fondatore di Testimonianze.
Firenze è un fermento di innovazione culturale e si respira, in ambiente ecclesiale la grande tensione provocata dal Concilio. L’alluvione porta, nella disgrazia, molti gruppi a immergersi nel fango, a farsi tutt’uno con quelle famiglie più povere che hanno perso la casa, le botteghe, il lavoro. É anche il tempo in cui emergono le resistenze di una parte della gerarchia a quella spinta che il Concilio aveva suggerito, specie nella valorizzazione della chiesa dei poveri e del popolo. Fanno parte delle esperienze di padre Fabrizio, che prosegue la preziosa occasione di unire alla formazione spirituale una consapevole ricerca di nuove prospettive culturali e politiche, quelle vissute con don Bensi, don Rosadoni e don Mazzi.

Nel 1967 a Pisa iniziò la lotta studentesca. Alla Marzotto gli operai facevano resistenza alle decisioni della direzione della fabbrica. Fu la scintilla che fece esplodere la lotta anche alla Sapienza per appoggiare gli operai e in favore di un’università aperta al contrasto nei confronti di una società sempre più classista. Padre Fabrizio si trova fra i due schieramenti: da una parte gli studenti cattolici e dall’altra quelli della sinistra. Alla Normale ha amici che gli chiedono di aggiornarli sul Concilio, d’altra parte i compagni della sinistra lo considerano uno di loro. É chiamato a presiedere l’assemblea della facoltà di Lettere e Filosofia. Al suo fianco c’è Carla Melazzini, un’accesa rivoluzionaria, che poi ritrova a Napoli insieme al marito Cesare Moreno, sul fronte dei Maestri di strada.
Cominciano le occupazione e anche le manifestazioni pacifiche per le strade di Pisa, con gli operai della Marzotto: per dare significato a una svolta della vita universitaria sempre più attenta alle vicende della società e di una cultura vicina alle rivendicazioni del popolo più svantaggiato.
La laurea arriva nel 1968 e dopo, Padre Fabrizio torna a Roma.
Per tre anni, fino al 1971, frequenta di nuovo la Gregoriana per completare gli studi di teologia e la formazione per diventare prete gesuita.
Sono gli anni del dopo Concilio, ricchi di speranza. L’intreccio fra lo studio della teologia, i tentativi di rinnovamento della chiesa, il movimento politico e culturale del 1968 lo portano a occuparsi di nuovo del rapporto tra fede e politica.
Quando Nixon arriva a Roma durante la guerra del Vietnam, con l’Assemblea Ecclesiale romana delle Comunità di Base, con i Valdesi e con altri gruppi, si decide di fare un’assemblea dentro San Pietro chiedendo a Paolo VI di ricevere il Presidente come penitente.
L’occupazione era simbolica naturalmente. Ma quando risuonarono le parole del prefetto della basilica vaticana che diceva: «Chi vi ha autorizzati? Chi è il responsabile?» qualcuno, tra i fedeli che si erano uniti ai giovani intenti a pregare attorno all’altare ispirati dalle parole del profeta Amos e del cantico delle Beatitudini, rispose che «per pregare non era necessario chiedere il permesso».
Il responsabile, l’unica persona legata al clero, e molto riconoscibile è proprio padre Fabrizio che viene accompagnato dagli uomini della gendarmeria in caserma. Fortunatamente non ci furono gravi conseguenze: solo qualche ora di fermo e un verbale di cui in seguito non si è più trovata traccia.
Di fronte alla preoccupazione di alcuni superiori gesuiti, perplessi per l’accaduto, contò molto la fiducia del superiore diretto di padre Fabrizio che conosceva quanto per quest’uomo fosse fondamentale prendere posizione nella direzione di una chiesa per i poveri e con i poveri.
Quelli del dopo Concilio furono anni di grande fermento che provocavano crisi e sofferenze tra gli studenti e i giovani preti decisi a mantenere la comunione con le Istituzioni, partecipando ad altri episodi non immediatamente capiti e condivisi all’interno della stessa Compagnia di Gesù.

Le prime grandi esperienze

Tra tutte le più belle esperienze vissute padre Valletti ne ricorda sempre una in particolare.
Era a Roma, verso la fine degli anni Sessanta, quando Letizia e Giuliana, rispettive mogli dei fratelli Berlinguer con una formazione cattolica, d’accordo con i mariti, lo avvicinarono per chiedergli di leggere il Vangelo ai loro figli. Così padre Valletti cominciò a frequentare casa Berlinguer: ispirandosi al catechismo di don Milani e dell’Isolotto cominciò a elaborare un metodo di lavoro tutto suo che gli permetteva di avvicinare i ragazzi con le loro famiglie, anche le più restie, alla Parola di Dio.
Il metodo prese il nome di “rotolo” da un salmo che ne parlava: «Nel rotolo del libro di me è scritto di fare la tua volontà…» (salmo 40, 8). E si trattava di cogliere il rapporto che i racconti della Scrittura avevano con la vita di ciascuno, la vita di ogni giorno. Una narrazione parallela di tanti eventi vissuti dal popolo di Israele e dei discepoli di Gesù, da una parte confrontati con le esperienze che fin da ragazzi si vivono a partire dalla famiglia e via via negli ambienti ordinari di vita.
La stagione dei grandi cambiamenti, delle nuove aperture ma anche dei grandi conflitti era alle porte. E si facevano sempre più difficili anche i rapporti con la gerarchia ecclesiastica.
Nella chiesa erano cominciati i grandi movimenti di dissenso per lo più dovuti a divergenze culturali ma anche politiche: la sconfessione delle Acli, per esempio, il movimento del 7 novembre, i Cristiani per il socialismo, la scelta religiosa e non collaterale al partito cristiano dell’Azione cattolica, le dimissioni di Giuseppe Dossetti, i primi eletti nel Partito Comunista come indipendenti di sinistra tra cui Mario Gozzini, Giancarla Codrignani (pacifista e di area cattolica più volte parlamentare), Raniero La Valle (intellettuale al fianco dei cattolici democratici). Inoltre, il rapporto teologia-politica era un filone importantissimo per i giovani che vivevano la politica così intensamente. Padre Fabrizio stesso proseguiva la ricerca iniziata dopo aver incontrato, nei Manoscritti di Marx del ’44, un umanesimo che univa l’ispirazione ebraica del-la giustizia al messaggio cristiano. Ma quanti teologi sostenevano la politica?
La Teologia della Liberazione in particolare, diffondeva il suo messaggio di giustizia e di pace nell’America Latina mentre nell’ambito europeo i filosofi della Scuola di Francoforte avevano favorito quella che era denominata la Teologia politica, con figure profetiche come Johann Baptist Metz, Jürgen Moltmann, Wolfhart Pannemberg.
Se padre Fabrizio oggi ripensa a quei tempi gli viene da sorridere: portava l’etichetta di ‘rosso’ e ‘sovversivo’ e destava preoccupazione fra i superiori della Compagnia di Gesù per la sua ammissione al presbiterato e poi alla professione religiosa.
La sua fedeltà al papa fu riconosciuta solo nel 1970, quando fu ordinato prete da Paolo VI.

Nel 1971, finita la formazione alla Gregoriana Fabrizio Valletti torna a Fi-renze.
Allora Firenze era una città in grande fermento: se anche Don Milani non c’è più, resta viva l’esperienza del cenacolo di Testimonianze con Balducci, quella dell’Isolotto con Enzo Mazzi e Don Gomiti, la presenza profetica di padre Giovanni Vannucci.
Ci torna per insegnare, e l’esperienza è meravigliosa. Per formazione, contatti, approfondimenti, studio, creazione di qualcosa di nuovo, finalmente. Qualcosa che risponde ai fermenti suggeriti dal Concilio e dalla svolta culturale degli anni ‘60.
In questo periodo Fabrizio Valletti riesce a costruire un ponte tra i giovani della Firenze bene che avevano sede alla Congre, un’antica istituzione fiorentina, che lo hanno chiamato a dirigere, e i giovani della montagna a cui fa scuola nel Mugello. Da una parte ragazzi molto stimolati e impegnati, fiorentini anni Sessanta, dall’altra i giovani del Mugello, isolati per tradizione ambientale e per le difficoltà economiche delle famiglie.
Il sostegno alle varie iniziative da parte degli amici fu importante: l’amicizia tra Valletti e Giampaolo Meucci favorì la costituzione di due case famiglia, per accogliere, in alternativa al carcere minorile, ragazzi con seri disagi comportamentali. E un po’ di tempo dopo, grazie all’intervento dello scrittore Rodolfo Doni che offrì gratuitamente per due anni una casa sua, ne inaugurarono una terza per accogliere due fratelli che avevano urgente necessità di uscire dal carcere.
«Un esempio concreto della presenza della Provvidenza» disse padre Fabrizio quando mi raccontò l’episodio, e aggiunse: «Non fu la sola esperienza a convincermi che quando si intraprende un’azione ritenuta giusta, anche la Provvidenza sta dalla tua parte”.
Un impegno così forte e una politica così indipendente dalle azioni tradizionali della chiesa furono i motivi per cui nel tempo a Firenze padre Fabrizio si accorse che la schiera dei suoi nemici stava crescendo, ma non aveva ancora capito quanto potessero essere pericolosi.
Passò poco tempo e un giorno, fu convocato dall’arcivescovo, Ermenigildo Florit che, disse, di avere nel cassetto, un mucchio di lettere anonime che denunciavano tutti gli episodi ritenuti non opportuni di lui era stato protagonista. Molti.
In quegli anni si viveva in simbiosi con i giovani del Mugello, dove insegnavo Lettere, con ritiri spirituale, campi, viaggi, servizio per i ragazzi svantaggiati. Tutto nello spirito del dopo Concilio: un clima che anche nell’azione culturale dell’Istituto Stensen, diretto dal padre gesuita Alessandro Dall’Olio, voleva dire apertura alla cultura del mondo laico e anche dei non cattolici. Le denunce si riferivano in particolare al rinnovamento delle esperienze della Congre che aveva aperto ora al mondo femminile ma anche alla decisione di accogliere all’eucarestia preti sposati e di dare l’opportunità a dei militari, contro il regolamento, di incontrarsi per opporsi al nonnismo che imperava nella caserma dei Lupi di Toscana. Ma la goccia che fece traboccare il vaso fu certamente la mia posizione in difesa della legge per il divorzio nel 1974 che mi vedeva partecipe all’iniziativa di un gruppo di preti fiorentini.
Azioni tanto contestabili che Florit cominciò a fare pressione con i superiori di padre Valletti affinché fosse, al più presto, allontanato da Firenze. E naturalmente riuscì nell’intento.

Dal Mugello alla Maremma e poi a Bologna

Maturò il trasferimento.
Padre Valletti si sposta a Follonica. Col vento in poppa.
Sospinto e sostenuto dai suoi confratelli gesuiti e da amici docenti che da tempo lavoravano nel quartiere popolare del Cassarello dove avevano fondato un doposcuola per aiutare i ragazzi del quartiere che nelle scuole del centro della città erano regolarmente isolati e penalizzati. Il sindaco, comunista illuminato, Ovidio Angeluccetti, offrì una colonia marina abbandonata sul mare.
Iniziò così l’esperienza di Follonica e della Scuola sul mare: nove anni entusiasmanti.
Con la legge speciale che favoriva la sperimentazione, si aprì una scuola a tempo pieno con due sezioni di scuola media.
Per i ragazzi del quartiere, figli di operai provenienti dalla campagna e dalla colline metallifere, fu una rinascita; avevano veramente bisogno di una scuola innovativa, alternativa insomma alle strettoie della scuola tradizionale nell’ordinamento dei programmi e delle discipline.
Il clima che si viveva lì, con docenti preparati e appassionati, si riversò nella scuola sperimentale a tempo pieno. Gli stessi genitori partecipavano alla cura della struttura scolastica e proprio dalla scuola prende il via una specie di consiglio di quartiere che vede nell’istruzione dei ragazzi l’obiettivo prioritario. Per quei ragazzi ci voleva proprio la «scuola fuori dalla scuola» che Fabrizio Valletti avevo già sperimentato a Livorno, e poi nel Mugello. «Era una scuola pubblica nel vero senso della parola!» Sottolinea padre Valletti raccontando l’esperienza: «L’impegno dei docenti stava nel curare la metodologia della ricerca, il lavoro di gruppo, il superamento dell’aula tradizionale, favorendo un’interessante varietà di laboratori. Alle materie tradizionali si affiancava la ricerca scientifica e artistica. Si producevano concerti e spettacoli teatrali, documentari, corti cinematografici. Si organizzarono laboratori specifici per aiutare i ragazzi dislessici in particolare con la musica, il ballo e la ritmica. Si era fondata una scuola che non era solo un’isola destinata ai ragazzi, ma che si estendeva anche alle famiglie, ai genitori. Dando loro opportunità culturali e di aggregazione sociale, indi-spensabile soprattutto in certe zone così svantaggiate. La scuola si apriva al quartiere e il quartiere, i suoi abitanti, sentivano la scuola aperta a tutti, anche a loro, ai grandi, ai padri, alle madri, ai nonni e alle nonne. E poi c’era il mare! Più di una volta, a maggio inoltrato, si prolungava l’intervallo e in-sieme agli alunni gli insegnanti e i genitori facevano una bella nuotata». Di fatto si realizzava una scuola speciale, basata su un progetto culturale che partiva dall’ambiente, dagli stessi genitori e favoriva la trasmissione del sapere in modo positivo, nel tentativo di rimuovere gli ostacoli piuttosto che deporli.
Anche i ragazzi erano coinvolti nella gestione della scuola, non solo gli adulti.
Molti aderirono anche alla costituzione di un gruppo scout che divenne presto numeroso e che favoriva altre occasioni di formazione e di apertura. L’impegno dei docenti aveva anche una finalità di ricerca scientifica e in questo senso due esperienze, in particolare, furono singolari. La prima riguardava la collaborazione con la cattedra di Antropologia culturale di Massimo Squillacciotti, dell’Università di Siena. Gli studenti pubblicarono una ricerca sul rapporto tra la scuola e le tradizioni culturali degli abitanti del quartiere. Fu molto utile per lo stesso aggiornamento degli insegnanti. L’altra esperienza fu diretta da Tullio De Mauro che, con un gruppo di insegnanti di varie città italiane, portò avanti una ricerca sulle competenze linguistiche da adottare nell’insegnamento della lingua italiana e nella didattica utile per ogni disciplina. I risultati della ricerca furono pubblicati in un libro intitolato Identikit linguistico.
Ci fu anche un’altra occasione di sperimentazione innovativa.
Nel 1974 era stata approvata la legge del Diritto allo studio per i lavoratori che nel corso di centocinquanta ore retribuite potevano frequentare la scuola media per conseguire il titolo di Licenza media.
Nel progetto fu coinvolta anche la Scuola sul mare e fu un successo tale che il sindacato incaricò padre Valletti di istituire altri corsi simili in altre scuole della provincia di Grosseto, favorendo discussioni e nuove e più stimolanti riflessioni soprattutto sull’utilità di aprire le scuole al territorio e di favorire la crescita culturale e professionale anche a chi, per tanti motivi veniva privato dell’istruzione.
Come in tutti i progetti sperimentali c’era chi lo appoggiava e chi, naturalmente, remava contro: se i preti della zona non apprezzavano il servizio dei gesuiti, a sostenerlo, c’era fortunatamente il Vescovo Lorenzo Vivaldo.
Lui vedeva in questo lavoro la possibilità di incontrare quella parte di popolazione appartenente al mondo operario che oramai si era allontanata dalla chiesa chilometri e chilometri, rinunciando a qualsiasi forma di dialogo. E non solo perché gli operai se ne erano allontanati ma anche perché la stessa chiesa aveva perso capacità e stimoli per avvicinarsi al mondo dei lavoratori.
Che fare, allora?
Cosa inventare per riconquistare un posto tra quella gente?
«Bisognava scegliere uno stile di vita e di presenza nuovo. Era necessario spogliarci» dice padre Fabrizio. E aggiunge: «Mi spiego: il rapporto col territorio per noi preti è importante, indispensabile. Dobbiamo, per riuscire, avvicinarci all’altro senza mostrare diversità o superiorità. Tra gli operai di Follonica, per esempio, noi camminavamo in borghese, senza mostrare alcun segno di appartenenza alla Chiesa: vestito, colletto, crocifisso. E solo dopo, dopo aver incontrato, aver ascoltato, potevamo rispondere alla domanda: «Lei è sposato, ha figli?» con serenità: «No, sono prete».
E non succedeva nulla, non mi buttavano fuori di casa, mi sorridevano e continuavano a discorrere, in tutta naturalezza. Quando il rapporto di fiducia è già avviato si è accettati più facilmente come preti o meglio, come uomini che si mettono al servizio e che non si fanno servire. Addirittura a Follonica, dove alcuni tra gli operai comunisti più anziani si consideravano colpiti dalla scomunica di Pio XII del 1949, cominciarono ad avvicinarsi alla chiesa e ai preti quando i loro nipotini arrivarono alla scuola sperimentale o nel gruppo scout. Con qualcuno diventai così amico che, in punto di morte, mi chiamavano per essere benedetti e accompagnati al cimitero raccomandandosi però di non passare dalla chiesa. E il vescovo Vivaldo lo permetteva».
Certo, non sono mancati ostacoli, riserve, censure e critiche ma dice Valletti: «Pensando a tutto quello che ho fatto negli anni, oggi provo un senso di consolazione, perché il tempo ha dato ragione a tutti quei motivi di opposizione subìta che sentivo necessari e urgenti. Un’opposizione comunque che non mi ha mai ferito, perché vissuta con coscienza e distacco. Mi conforta il pensiero che con la costanza, la dedizione e il duro lavoro qualcosa cambi e tanto altro possa ancora cambiare».
A Follonica Padre Fabrizio rimane nove anni. Nove anni di Scuola sul mare e di campi scout, di viaggi e di imprese piene di avventura.

Nel 1984 padre Fabrizio arriva a Bologna, e ci rimane fino al 2001.
Il trasferimento avvenne in seguito all’esigenza di avere qualcuno che si occupasse di pastorale universitaria.
E chi coinvolgere se non proprio questo gesuita così prezioso nel campo dell’insegnamento e competente?
I gesuiti erano presenti a Bologna da molti anni con due sedi significative: una casa di Esercizi spirituali sulla collina bolognese e una residenza in uno stabile avuto in comodato dal Credito Romagnolo proprio con lo scopo di formare gli universitari.
La loro presenza consisteva nell’ impegno nella formazione di comunità, seguivano spiritualmente famiglie, sacerdoti, persone di ogni tipo. Negli anni, a capo di questo progetto bolognese, si sono succeduti gesuiti di grande valore, fra i quali per Valletti il più significativo fu padre Poggeschi, conosciuto da giovane nel noviziato a Lonigo.
Era uomo di spirito e un artista sensibile che lo aveva incoraggiato a scoprire come l’arte si sposava con la ricerca del bello nella coscienza degli individui, oltre a come rispecchiava la bellezza del Creatore nella natura! Quando con padre Jean Darù fu inaugurato il centro di formazione per universitari, Fabrizio Valletti pensò subito di intitolare la nuova istituzione proprio a padre Poggeschi: al centro della zona universitaria, in una città che richiamava giovani da tutta Italia per il livello indiscusso dei corsi di laurea e dei dottorati, si offriva agli studenti un luogo di incontro, di confronto, di formazione.
La proposta prevedeva una formazione integrata sulla scia del Paradigma pedagogico ignaziano che tiene conto dell’integrazione proprio fra fede, cultura e giustizia. E questo permise di non accogliere solo cristiani fedeli ma di aprire le porte a chiunque, a qualsiasi fede o non fede, cultura, posizione politica e culturale.
Cominciarono i momenti di spiritualità, i ritiri, gli Esercizi spirituali, i seminari di studio, il servizio con gli immigrati e la scuola di italiano, il servizio nel carcere della Dozza, la collaborazione con la missione dei gesuiti in Ciad. Tutto in asse con quel clima del dialogo e della ricerca che padre Valletti andava cercando e professando instancabilmente.
Con Stefano Zamagni si iniziò ad affrontare seminari interdisciplinari che dall’economia e dalla politica si addentravano nelle problematiche dell’ambiente.
Altre figure erano di riferimento per la passione educativa e per la ricchezza morale e spirituale vicine al progetto furono tra le altre: Paolino Serra Zanetti, Gianni Cova, Tullio Contiero, Giulio Malaguti.
È chiaro che i parroci non gradissero queste scelte.
E non solo i parroci.
Anche l’arcivescovo di Bologna, Giacomo Biffi, cominciò ad avere qualcosa da ridire. L’azione dei gesuiti, ben diversa da quella di Comunione e Liberazione all’Università, non era considerata corretta da un punto di vista ecclesiale. CL era maggioritaria e dettava regole anche politiche nell’Università, giustificandole con la necessità di affermare la verità della fede. Ma anche l’accoglienza offerta a tutti nel Centro Poggeschi e la collaborazione con le forze politiche di sinistra che amministravano la città, procurarono a Valletti forti critiche e problemi.
Eppure lui non facevo altro che estendere cultura e dialogo, e mostrare che non aveva nessuna preclusione a promuovere occasioni di crescita della dignità delle persone. Aveva anche contribuito a fondare l’Università per il tempo libero e la terza età Primo Levi, di cui fu il primo presidente per tre anni. Impresa incoraggiata dal sindaco Renzo Imbeni e dai sindacati che a Bologna vivevano un’importante esperienza di collaborazione. «L’arcivescovo Biffi con ironia mi definiva l’asino di don Abbondio – dice Valletti a proposito - che procedeva sul ciglio del burrone, mentre a lui spettava essere il mulo nella più sicura strada della verità. Parlando di me citava anche la barzelletta del soldato che penetra nelle trincee nemiche per fare prigionieri, ma che a suo volta, non riesce a liberarsi dallo stesso nemico!»
Da Bologna comunque non c’erano motivi per allontanare padre Valletti. Solo che poi, si decise di avviare un nuovo progetto a Scampia, un quartiere di Napoli, e a dirigerlo fu chiamato ancora lui. L’uomo delle imprese impossibili che diventavano possibili.

La prima comunità dei gesuiti a Scampia nacque negli anni Ottanta da un piccolo gruppo di giovani allievi mandati dal responsabile della formazione degli studenti gesuiti della Facoltà teologica San Luigi di Napoli, per fare un’esperienza pastorale nella parrocchia della Resurrezione di don Vittorio Siciliani.
Effettivamente i giovani occupandosi dei bambini e delle famiglie, imparavano ad affrontare le numerosissime problematiche legate non solo al mondo spirituale della popolazione con cui entravano in contatto ma, soprattutto con quella quotidianità fatta di dolore, povertà e disagio sociale.
Verso la fine del 2000 i superiori della Compagnia di Gesù chiesero a Fabrizio Valletti di dare seguito a quel modello educativo che negli anni Sessanta, coinvolgendo anche l’azione sociale, prendeva corpo in una parte della chiesa, dopo il Concilio Vaticano II, quando i vescovi di tutto il mondo dettero parola anche alle comunità più lontane da Roma ma tanto spesso più vicine allo spirito del Vangelo. Il compito non era facile: un impegno sociale forte a favore dell’indipendenza economica. Soprattutto a Scampia dove sarebbe stato importante innanzitutto offrire alle famiglie opportunità di crescita sociale e culturale e dove sarebbe stato necessario promuovere la cultura del lavoro e il lavoro stesso, valorizzando però le risorse del territorio e le capacità delle stesse persone.
Quando gli proposero il trasferimento, Fabrizio Valletti lo accolse come un passaggio naturale: da Bologna a Scampia, dall’esperienza del Centro Poggeschi, dell’Università del tempo libero Primo Levi e dello scautismo universitario al quartiere definito da molti senz’anima ma che senz’anima non è.
Un richiamo a costruire un ponte tra due realtà lontane ma con problemi interdipendenti: dall’evoluzione di nuove forme di economia ai processi di migrazione interna al nostro Paese che vedevano ancora il Mezzogiorno d’Italia senza prospettive di occupazione e terra di emigrazione.
Dal 2001 e fino al 2005 padre Fabrizio Valletti ha lavorato per dare forma al progetto fondando il Centro Hurtado e dando il via a una esperienza sperimentale di avviamento al lavoro. Una delle piaghe che affligge la popolazione del quartiere.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica dal vivo il 20 marzo 2017