Sono il cuore della tenebra

Jonny Costantino



Leggere la scrittrice brasiliana più pericolosa nella più pericolosa città del Brasile.

Clarice Lispector

Clarice Lispector è una scrittrice pericolosa. Basta guardare una qualsiasi foto di questo magnifico esemplare di donna fatale per capire che ogni poro della sua pelle urla nostalgia degli animali che è stata nelle sue precedenti e future vite, vite vissute attraverso una scrittura che è flusso dove rabbrividisce il mondo. Basta un colpo d’occhio per vedere in lei un continuum di trasmutazioni feline. Clarice è la gatta che mangia la sua placenta. Clarice è la pantera nera, inafferrata e ferita, con la sua sensualità gravida di terrore. Clarice è la tigre che si lecca il muso dopo aver sbranato il cervo. Ma Clarice è anche il cervo. Il figlio Pedrinho la definì «un misto di tigre e cervo». Come dire: un incrocio tra il predatore alfa che sta all’apice della catena alimentare perché non è preda di altri animali, a eccezione dell’uomo, e l’erbivoro che simboleggia per antonomasia la fecondità e la rigenerazione in virtù del rinnovo annuale dei palchi, detti impropriamente corna. In Clarice convivono due diverse bellezze: la progressione feroce e lo slancio sognante.

Io allora affermo che, se la sinistra è la pupilla della tigre, la destra è la pupilla del cervo, nella cornice di un volto, quello di Clarice Lispector, prodigiosamente corrispondente al suo stile di scrittura, e dunque al suo spirito, nella ferma convinzione, condivisa con Schopenhauer, che lo stile sia la fisionomia dello spirito. La singola pagina di Clarice provoca un effetto speculare a quello provocato dai suoi ritratti fotografici. A stordire davanti a questa fisionomia acuminata da una maturità dove il languore giovanile è stato assorbito da una fierezza sconfinante nella durezza – a stordire e abbagliare davanti a questa presenza elegante fino all’alterigia – a stordire e abbagliare e avvincere è soprattutto la cedevolezza al richiamo di un’assenza ferina che rende Clarice remota persino a se stessa.

Clarice Lispector è la più pericolosa scrittrice brasiliana. Naturalizzata brasiliana: nata a Čečel’nyk in Ucraina da genitori emigranti, Clarice è cresciuta in Brasile, bambina a Recife e adolescente a Rio de Janeiro, dove si laurea in Legge. Clarice è una pernambucana d’elezione con sangue ebreo russo nelle vene. La sua persona e la sua arte hanno preso corpo tra l’Amazzonia e l’Atlantico, col Mar Nero nei globuli e la steppa nei cromosomi. In Clarice c’è l’inclemenza dell’Est e c’è l’indulgenza dell’Equatore. In Clarice paesaggi latitudini temperature agli antipodi confluiscono in una lingua che oscilla e scintilla dal sotto zero al torrido tropicale e non conosce vie di mezzo. Una lingua spaccaossa e midollo: la lingua che ha spezzato in due la letteratura brasiliana del Novecento e l’ha lasciata annaspante in una pozza di sangue e smeraldi.

Clarice Lispector è la cantrice della violenza magica. È magica la violenza che, liberata e coltivata, in un felice anelito di distruzione genera una vita misteriosa, ammaliante. Una vita di serpenti intrecciati e stelle tremanti. Una vita grotta fosforescente dove strani fiori copulano mentre gocce d’acqua pura stillano dalle fessure. Una vita umida assetata sovrannaturale. La violenza magica è un baccanale muto di cui Clarice è la strega officiante, cattiva per natura, buona per volontà di bontà, vinta dai battesimi della dissonanza e dalla propria organica corruttibilità. Clarice regina di picche in cammino lungo i sentieri della salamandra, il genio che governa e abita il fuoco. Clarice fanciulla divoratrice di angeli che fa incantesimi nel solstizio e si dà in offerta ai morti.

Clarice Lispector è la cantrice dell’obliquità. Se la violenza magica è il suo lato tigre, l’obliquità è il suo lato cervo. Obliqua è l’esistenza percepita nel suo sotterraneo tratto sbieco. Obliqua è una convalescenza che sarebbe potuta essere terribile invece è dolce come una papaya matura. Ci vogliono grandi riserve di tenerezza per essere obliqui. L’obliquità è una realtà gracilmente sortilegica che, nel distaccarsi dai sentimenti più rozzi, non perde una virgola del suo vigore animale. La vita obliqua è una vita vissuta di sguincio, dove la luce centrale del sole non colpisce in faccia né abbronza però, fotosintetica, scalda. Se la violenza magica invoca strappi, incantesimi, canini opalescenti al plenilunio, l’obliquità pretende una vita quotidiana modesta, dove il rischio è maggiore e le minacce più insidiose, dove si punta più in alto. Ci vogliono guanti di velluto: prese brusche o frontali sbriciolano le fragili intuizioni di un’intimità altra gemmanti nell’obliquità. E bisogna sapere quando tacere per non violare l’intimità obliqua, per non ferire con parole secche quello che Clarice chiama il pensare-sentire, o pensar-sentir.

Clarice Lispector è la scrittrice della pericolosità creatrice. Pericolosa e creatrice è la vita vista dalla vita, una vita cruda crudele, impersonale fino al neutro, sospirante ispirante, ingannevolmente docile come un cobra sotto ipnosi, una vita in trance destata da morsi riottosi e baci biforcuti. Vita unghia di alluce: tensione e piroetta su un filo di saliva. Vita elettrica tremula balenante, in portoghese: tremeluz. Vita crack di ali spezzate in volo, risucchio in solitudini ancestrali, avvitamento spastico che, davanti allo scandalo della morte, sfarfalla, anzi sfalena, nel più allegro noi. Allegria è per Clarice una delle parole più belle della lingua italiana, superata soltanto da gioia, la più bella in assoluto. Pericolosa e creatrice è la vita gioiosa nelle cui profondità pulsa il grande topazio. La vita che si apre a donna come la rosa scarlatta, in portoghese: rosa encarnada. La vita truculentemente viva. Vita in stato di grazia e in grazia di morte.

Clarice Lispector è la scrittrice andata a fuoco. Clarice ha 46 anni e la mattina del 14 settembre 1966 si addormenta con una sigaretta accesa. Il suo appartamento va completamente in fiamme. Lei la scampa. Con ustioni su tutto il corpo, trascorre tre giorni in fin di vita e due mesi in ospedale. La mano destra, la mano della scrittura, è la più colpita, per un soffio non le viene amputata. Se il fuoco non l’avesse marchiata così a fondo, fuori e dentro, Clarice non avrebbe potuto scrivere dal ’71 al ’73, con la sua mano bruciata, il suo libro più bello e più radicale sulla natura del fuoco: Água viva.

Água viva: così in Brasile viene chiamata la medusa: acqua vivente che brucia, divinità velenosa che acceca. La medusa, secondo Clarice Lispector, è l’emblema dell’accecamento viatico di una visione che fluisce e fluendo si squaderna oltre la vista e dietro il pensiero, in balìa della vivificante furia degli impulsi, sotto la guida delle viscere martoriate di una voluttà che è anche intellettuale. Una visione che si eviscera in un sogno così corporeo e contundente e lacerante e riplasmante da modificare per sempre la nostra realtà, se avremo il coraggio di sognarlo fino in fondo, se avremo il fegato di farci squarciare dalle nostre urgenze come un mango che – in quella che, nel suo piccolo, è un’autentica apocalisse – si abbandona agli incisivi che lo penetrano. La visione dove Acqua e Fuoco – amanti leggendari maledetti a una separazione non meno drammatica di quella inflitta in principio a Luce e Tenebra – finalmente e felizmente si ricongiungono.

Clarice Lispector

È il 6 marzo 2017, sono le tre e dieci del pomeriggio e bevo un caffè in un bar di Fortaleza, Nordeste brasiliano, Stato del Céara. Il bar in cui mi trovo nacque come la più antica sigareria (charutaria) della città e prese il nome dalla celebre marca di sigari dominicani in vendita: La Habanera. Adesso è gestito da Dino, un cordiale palermitano di Monza, e quel che resta degli arredi del locale storico – in parte superstiti nel 2007, quando ci capitai la prima volta – è qualche habanera incorniciato e alcune foto di celebrità con enormi sigari in bocca: Orson Welles, Charlie Chaplin, Giacomo Puccini, Groucho Marx. Il bar è adesso un ibrido turistico disseminato di italianerie dove, su richiesta, Dino è ben felice di farti uno spaghetto alla carbonara o alla carrettiera. Io mi sono limitato ad annusare un sughetto fresco alle olive che ero troppo sazio per assaggiare. Posso però dire che l’espresso è buono, macchina italiana e miscela italiana, quanto di meglio puoi trovare in città. Per goderselo, basta guardare fuori.

Fuori, a poche decine di metri dal lungomare, nel punto in cui l’avenida Beira Mar si triforca in avenida Almirante Barroso, rua dos Tabajaras e rua dos Arariús, esattamente di fronte al mio naso, c’è il più impressionante edificio di Fortaleza, la rovina a forma di prua di nave dell’Iracema Plaza Hotel. Questa labirintica costruzione, che mi folgorò tanto da inserirne un’inquadratura in un mio film breve del 2010 (Beira Mar), fu inaugurata nel 1951 come il primo albergo della zona. Allora aveva il deserto intorno. Adesso è un rudere circondato da grattacieli, un relitto che per miracolo perdura perdendo cornicioni e attentando all’incolumità dei passanti, poeticamente patetico e surreale come il grugno di un transatlantico affondato e riemerso da onirici abissi. Sempre a portata di occhio, della coda dell’occhio in verità, sulla mia destra c’è una chiesetta, la Capela São Pedro, che rappresenta le Colonne d’Ercole oltre le quali si schiude, lungo l’avenida Almirante Barroso, il quartiere rosso. Restando fermo sulle mie natiche, compiendo appena lo sforzo di torcere il collo di trenta gradi, riesco a scorgere l’insegna spenta dello Zip Bar, una delle mecche dei puttanieri svernanti dell’intero pianeta. Intanto, all’interno di quel che fu La Habanera, la voce di Adriano Celentano in stereofonia fa a cazzotti con quella di Lucio Dalla proveniente dal megaschermo dove scorrono le immagini di uno special di Rai Italia sul cantautore bolognese.

Parlando con Dino, apprendo che l’Iracema Plaza Hotel non è occupato da qualche desesperado autoctono, come avevo immaginato notando col buio alcune luci accese tra le costole dalla sublime carcassa, bensì da quattro famiglie italiane accampate alla meno peggio. A Fortaleza da oltre un quarto di secolo, Dino ha rilevato La Habanera da un connazionale, circa un anno e mezzo fa. Non si può dire che le cose gli vadano a gonfie vele. È stanco e deluso dalla città e dagli italiani trapiantati. Certe volte lo prende la tentazione di tornarsene nel Belpaese, poi si ravvede dicendosi che è una stronzata, che sarebbe meglio provare altri sentieri, poco battuti. Qualcuno gli ha parlato bene del Perù. Fortaleza non è più un paradiso, quello di cui s’innamorò all’epoca. Troppo costosa per chi ci vive, troppo violenta per chiunque, è diventata un inferno.

Fortaleza non è solamente una città pericolosa: è la città più pericolosa del Brasile. Nel gennaio 2016 una ONG messicana – il Conselho Cidadão para Segurança Pública e Justiça Criminal – ha divulgato uno studio sulle 50 città più pericolose del mondo, la più recente analisi del genere, almeno che io sappia. Di queste 50 città 21 sono brasiliane e tra queste, al primo posto, figura Fortaleza quale dodicesima città più pericolosa del mondo. Con i suoi quasi due milioni e mezzo di abitanti, Fortaleza vantava nel 2015 la ragguardevole media di 60,77 morti ammazzati per ogni centomila abitanti e, per quanto concerne l’ultimo anno, tutto direi tranne che la situazione s’è tranquillizzata. Uno degli assassinati odierni è stato accoltellato alle quattro del mattino all’Órbita, una discoteca neanche famigerata a duecento metri da La Habanera, per una storia di droga, mi riferisce Dino. In realtà, come saprò l’indomani, il brasiliano è stato ucciso ancora più vicino a noi, in rua Tremembés, e non si è trattato di un regolamento di conti, bensì di un crimine passionale. Ad accoppare il poveretto è stata una donna che, armata di una bottiglia rotta, gli ha bucato l’arteria femorale per vederlo dissanguarsi in mezzo alla strada.

Il resoconto veridico lo devo alla mia amica Darlene, che lo spettacolo se l’è visto in diretta, seduta nella platea del Canudo, il bar dove le puttane vanno a farsi uno spuntino all’alba prima di coricarsi. Per Darlene era stata una brutta nottata. Verso le tre era stata allontanata in malo modo dal Mambo, la discoteca puteiro dove si guadagna il pane, perché accusata di minacce. A fare la spia col padrone era stata la destinataria delle presunte intimidazioni, Manuela. Anche Manuela è una mia amica, oltre a essere una delle più temute puttane picchiatrici del giro, una di quelle che, se non le vai a genio, può renderti la vita difficile. Manuela è un capobranco. Darlene è invece una solitaria, che però non ha paura di niente e nessuno. È del Maranhão, una provenienza che di per sé vale come attestato di durezza. Darlene e Manuela sono state amiche, hanno vissuto insieme. Poi qualcosa si è rotto, per colpa di un uomo, è sempre così, e adesso si odiano. Delle due Manuela è la più scafata e incallita. Sul groppone ha dieci anni in più di Darlene ma entrambe sono veterane che dimostrano almeno dieci anni in più della loro età anagrafica. È una vita che consuma la loro, anzi abrade, come una spugna di acciaio. Manuela al Mambo spadroneggia, è il suo regno. È una delle poche che può prendersi il lusso di ordinare bottiglie di superalcolici a credito e dirigere, intorno al secchiello col ghiaccio, la danza dei culi delle ragazzine che comanda a bacchetta e sguinzaglia a suo piacimento.

Darlene nega di aver minacciato Manuela, non è nel suo stile, can che abbaia non morde. Le credo. Mi racconta che quella notte tra loro non c’è stato niente di più che uno scambio di battute nel bagno della discoteca, uno scambio tutto sommato soft, del tipo: «Dimentica il mio nome» (Manuela), «Io ci caco sul tuo nome» (Darlene). Mettendo insieme i pezzi della serata e considerando i rispettivi temperamenti, sono indotto a credere che la scintilla incendiaria sia stata un’occhiata di Darlene, che quando vuole sa essere davvero una gatta morta, al panzone norvegese che Manuela si stava lavorando. Intercettata l’occhiata colpevole, Manuela avrà legittimamente sospettato che la sua nemica giurata stesse cercando di levargli l’osso di bocca e, senza troppi complimenti, se l’è tolta di torno. Occhio per occhio.

Qualunque sia stata la goccia, il vaso è traboccato: Manuela ha fatto l’infame e Darlene è livida di rabbia. È sbronza e ha pianto. Questa vigliaccata, l’ennesima, non ha intenzione di mandarla giù. Appostata al Canudo, sorveglia l’ingresso del Mambo: prima o poi la troia deve uscire da quel cesso di troiaio. Darlene ha qualcosa nella borsetta, è a dir poco malintenzionata. Continua a tracannare vodka con red bull e a torturare nervosamente i suoi dreadlocks. È stato allora che è successo il fattaccio, che una donna come tante ha saltato il fosso della vendetta, che il bastardo che l’aveva fatta soffrire ha iniziato a pisciare sangue dalla gamba fino a lasciarci le penne. Se quei bestioni della polizia federale e la guardia municipale insieme a tutte le puttane e i puttanieri, le ragazze da programma e i villeggianti, i buttafuori e i paninari, i beoni e gli straccioni e gli strafatti nel raggio di un chilometro non avessero intasato la rua, chissà come sarebbe andata a finire tra queste due donne delle quali conosco il cuore d’oro ma anche il pelo sullo stomaco.

Questo è solo uno dei mille episodi di vita spenzolante sulla morte violenta che questa città nordestina ogni minuto produce. In spiaggia, tra me e Darlene che bevendo birra ghiacciata rievoca la sua notte brava, c’è Ana Milana, estetista e spacciatrice. Delle due o tre cose che so di lei, so che era affezionatissima a un fratello sulla sedia a rotelle e che glielo hanno freddato durante la festa di São João: un ragazzino gli ha sparato in testa a bruciapelo, nel mezzo dell’osso parietale, per sottrargli i pochi reais appena prelevati dal bancomat. Sotto l’ombrellone accanto al nostro, c’è la piccola Denise che mangia farofa e – col muso e le mani sporche di questo piatto a base di farina di manioca – fa il pagliaccio per intrattenere un anziano canadese che ha tatuata sul polpaccio la bandiera nazionale e sul pettorale destro l’indimenticabile scritta: «I find you. I love you. I fuck you. I thank you». Denise ha undici anni, dorme in spiaggia e vive alla giornata. Nasconde dosi di marijuana negli slip e nel risvolto interno del berretto. Denise fuma e arriva a farsi dieci canne al giorno. Qualcuno mi ha raccontato che di recente le sono bastati pochi giorni per far perdere la testa a un riccone altoatesino ultrasettantenne con la malattia delle lolite e per scucirgli una somma di denaro che i suoi genitori, se da qualche parte arrancano ancora, non vedono in un anno di schiena spezzata. Denaro che naturalmente è finito in fumo.

A mangiare ostriche col canadese tatuato c’è Rosana, prostituta tra le più navigate che finge di divertirsi per nascondere un’afflizione profonda, quella per aver costretto ad abortire la figlia dodicenne. È accaduto pochi giorni fa e la bambina, incinta di due gemelli, da allora è muta come un pesce. Le ultime parole che ha rivolto alla madre sono puta e assassina. Sempre da Rosana ho appreso che il più diffuso test di gravidanza nelle favelas è qualche goccia di candeggina in un bicchierino di pipì: se la pipì gorgoglia, la donna è incinta, senza margine di errore, parola della madre di due maschi e tre femmine, la prima sfornata a tredici anni.

Rosana non è il suo vero nome. Il suo nome l’ha venduto in un periodo di disperazione e bisogno. Chi l’ha comprato c’ha realizzato una truffa bancaria di un milione di reais, quasi trecentomila euro col cambio attuale. Rosana se n’è buscata appena diecimila, sui tremila euro che si sono volatilizzati da un pezzo. Adesso non ha più un nome, per lo stato brasiliano ha smesso di esistere, è una desaparecida. Se venisse allo scoperto e denunciasse l’accaduto, finirebbe arrestata ed eliminata in carcere dagli amici di coloro che l’hanno manipolata, con un margine di probabilità del cento per cento. La vendita del nome è il business del momento in Brasile, più della tratta delle morene e del traffico degli organi, con lo zampino della Camorra che almeno da un paio di decenni in questa città fa affari d’oro. Potrei continuare a lungo, c’è almeno una mezza dozzina di storie simili soltanto nel mio campo visivo.

L'Iracema Plaza Hotel, ieri e oggi

«L’oscurità è il mio brodo di cultura», scrive Clarice e io con lei. Il Brasile che amo e stano e come una medusa perlustro natante è il Brasile dell’oscurità fiabesca. Cancerinamente uterino, candidamente tenebroso. Il Brasile stregonesco, pervaso dalle nere energie del voodoo e dell’açai, il superfrutto dell’Amazzonia. Il Brasile carnascialesco. Il Brasile dove una vita non vale niente e l’apparecchio ai denti è un must. Il Brasile fame elementare, elementale. Il Brasile occhio di tigre, il cristallo di quarzo che difende l’occhio umano dagli spiriti demoniaci. Il Brasile orbite putrefatte di cane morto, quello che i pescatori collocano nella nassa per la cattura dei gamberi che i ristoratori servono saltati all’aglio. Il Brasile oblio. Orgasmico, perforatore, dell’identità sminuzzatore. Il Brasile carezzevole, a tradimento pugnalatore. Il Brasile infantilmente infero. Acquoreo, urticante. Il Brasile latte condensato. Parambólico, anacardìaco. Il Brasile inesorabilmente vicino al cuore selvaggio della vita. «A escuridão é o meu caldo de cultura». Il Brasile è il mio bagno di carne e Clarice il mio Caronte.

«Io volevo solo guardare»: «Eu queria somente olhar». Se in italiano il verbo guardare è figlio dello sguardo, in portoghese il verbo olhar viene direttamente dell’occhio, olho. Dove lo sguardo è cultura, l’occhio è istinto intuitivo. L’io narrante di Água viva non è una scrittrice bensì una pittrice, slittamento quasi fisiologico nel caso di un’artista musicalmente plastica e visionaria come Clarice Lispector: dipingere non è questione di pennellate come scrivere non è questione di frasi, non soltanto: in entrambi i casi è innanzitutto questione di occhio. L’occhio di Clarice è un occhio bestiale e sofisticato al contempo che schifa facilità e ammiccamenti, pittoricismi e bellurie. Un occhio implacabile che ha trovato nella bruttezza e nel disordine i suoi stendardi di guerra, ma solo in quella bruttezza e in quel disordine di superficie che armoniosamente rivelano la soggiacente potenza ordinatrice di una bellezza recondita, insostenibile a occhio nudo.

«La vita è molto orientale», scrive Clarice e io, ancora, con lei. Molto orientale è, essenzialmente, la vita dell’occhio. Scrive Xunzi, filosofo cinese del III secolo avanti Cristo: «Lo studio dell’uomo meschino entra dall’orecchio ed esce dalla bocca». I confuciani chiamano «bocca e orecchio» il sapere superficiale, il sapere non assimilato, in parallelo con Eraclito che afferma: «L’occhio è testimone più fedele dell’orecchio». Il vero sapere passa attraverso l’occhio per divenire visione, visão.

Cos’è la visione secondo Clarice Lispector? La scrittrice ha abbozzato una prima definizione nel 1944, nel suo primo romanzo, Perto do Coração Selvagem: la visione consiste nel «cogliere il simbolo delle cose nelle cose stesse». Si tratta di una definizione quasi perfetta. Quasi perché non tiene in conto l’elemento temporale, come la stessa Clarice deve aver maturato nel corso dei quasi trent’anni intercorsi tra l’esordio e Água viva, dove sostiene che, in pittura come in scrittura, quel che conta è vedere l’istante, ovvero: «vedere rigorosamente nel momento in cui vedo» e non vedere con la mediazione della memoria di un istante visto in precedenza, dunque: vedere l’istante nell’imminenza che ci toglie il fiato.

Fermiamoci un istante. Il punto è delicato e non vorrei che apparisse astratto qualcosa che, per chiunque si sia votato anima e corpo al problema della visione, è invece quanto di più concreto vi sia in questo mondo, tremendamente e deliziosamente concreto. Ripartiamo lentamente con la domanda: cosa ci sta dicendo Clarice in due riprese? Ebbene, la scrittrice ci sta dicendo qualcosa che altri oltranzisti della visione ci hanno detto, chi a chiare lettere, chi tra le righe, ognuno a modo proprio. Qualcosa che io, a mia volta, impelagato nella visione non meno di nessuno e senza biglietto di ritorno, posso soltanto dire con parole mie.

Tra la visione e la realtà dove la visione prende forma c’è una feritoia spaziotemporale che non si tratta semplicemente di varcare tenendo la cosa così stretta al petto da incastonarla nel proprio cuore, come fosse parte di noi, come di fatto nel passaggio di luce la cosa diventa, parte di noi, almeno quanto noi diventiamo parte di lei. No, non soltanto, far questo è necessario ed è già tanto, ma non è sufficiente. Questa feritoia creativa e fusionale va abitata in pianta stabile e oltrepassata soltanto al momento giusto, quando noi siamo maturi per la cosa e la cosa è matura per noi, né prima né dopo, perché nella vita come nell’arte il tempismo è tutto. Il tempismo è tutto se non vogliamo spremere la cosa quando è acerba o andata a male, se non vogliamo ritrovarci impreparati al momento del dunque o, al contrario e peggio, in grado di procedere a occhi chiusi.

L’arte della visione, divenuta tutt’uno con l’arte della vita, consiste allora nell’estrarre dalla cosa l’essenza sia fisica che simbolica della cosa nell’istante preciso in cui la cosa appare o riappare con la freschezza della prima volta, palpitante nel proprio mistero epifanico. Come ha fatto La Tour con le sue candele, Géricault con i suoi cavalli, Van Gogh con i suoi cipressi, Degas con le sue ballerine. Come ha fatto Clarice Lispector con le regioni più impervie e scorticate, luminose e infartuate del suo cuore di tenebra.

"Cavallo assalito da un leone" (1810) di Théodore Géricault

Dopo aver irrimediabilmente deviato il flusso dei miei pensieri, il buon Dino se n’è andato per un’incombenza nell’altro locale che gestisce dal lato opposto dell’isolato, una pizzeria affacciata sul lungomare, invitandomi in serata a mangiare una bella margherita con sopra un filo d’olio d’oliva toscano. Io ritorno ad Água viva, Editora Rocco, il primo libro che mi sforzo di leggere in portoghese, con l’ausilio della traduzione dello scomparso Angelo Morino nell’edizione Sellerio. Ma niente da fare, non riesco più a connettermi con le parole scritte. Mi alzo e mi porto dietro la sedia verso il vano della larga entrata del bar. Poggio la testa allo stipite di legno e chiudo gli occhi. Il sole si sta addolcendo, l’angolo è ventilato. Mi appisolo, non so nemmeno per quanti minuti.

A svegliarmi è il suono sibilante di un flauto di plastica. Irresistibile e scalzo, un bambino strimpella, a mio beneficio pressoché esclusivo, il ritornello di Deu Onda, la hit virale di questi mesi, l’inno nazionale brasiliano 2017, a oggi 212 milioni di visualizzazioni su YouTube. Celentano nel frattempo è morto ma Dalla non molla e il flauto sta ora dialogando con Anna e Marco, canzone, anzi ballata, che con la sua base ruffiana e le sue metafore pacchiane («La luna è una palla ed il cielo un biliardo»), forse a causa del bizzarro mix col subdolo motivetto pop, non mi è mai sembrata tanto veracemente struggente e tanto meritevole di stare accanto a Romeo Had Juliette di Lou Reed, oltre che a profilarsi nella mia testa come il plot perfetto per una storia d’amore da ambientarsi in una favela.

Sgancio al piccolo musicista tutte le monete che ho in tasca e ritorno al mio tavolo, dove mi attendono Clarice e il mio taccuino di perle. Sebbene palesemente incuriosito, Dino non ha osato chiedermi cosa leggessi o scribacchiassi. Prima della mini-siesta avevo cominciato a portare su carta alcune frasi e locuzioni di Água viva quali fondamenta del mio portoghese in corso, o meglio a venire. So già che non onorerò l’invito di Dino. Di pizza me ne sparerò una gigante una volta in Italia e posso già prevedere che, smaltita la mia tapioca mattutina con carne del sol e formaggio croccante, per cena non chiederò altro che una picanha col grasso ben abbrustolito e grondante sangue. Ritrovata la concentrazione, riprendo a trascrivere frammenti del romanzo frammentario di Clarice Lispector, romanzo piroclastico che mi sono sorpreso a vivere, con rapimento e batticuore, vertigine dopo vertigine, come la sconcertante, tanto più perché inattesa, anima gemella del mio Mal di fuoco.

[Per non compromettere le persone di cui parlo, in alcuni casi ho cambiato nomi propri e provenienze geografiche]








pubblicato da j.costantino nella rubrica il dolore animale il 14 marzo 2017