Nick Fury, agente dello S.H.I.E.L.D.

Teo Lorini



Nata per ospitare le ristampe di quei cicli di storie che hanno segnato una tappa nella storia del fumetto supereroistico, la collana Marvel Omnibus è in realtà una terribile istigazione a delinquere il cui target – e usiamo la definizione con tutta la pregnanza del suo significato etimologico – è costituito da lettori d’età compresa fra i 35 e i 45, abbastanza fanatici di fumetto americano (e abbastanza abbienti) da dilapidare cospicue somme per rileggere le storie che li hanno incantati durante l’infanzia o al culmine della propria adolescenza.
Tra le più celebri proposte dei massicci volumi (quasi sempre tra le 600 e le 800 pagine) della collana Omnibus, si possono menzionare Gli Eterni di Jack Kirby, il Silver Surfer di John Buscema, le saghe di Warlock firmate da Roy Thomas e da Jim Starlin, le leggendarie sequenze di Uncanny X-Men di Chris Claremont, il Devil di Frank Miller. Si tratta di storie che negli anni hanno già goduto di qualche ristampa e se l’appassionato subisce la tentazione dell’oneroso acquisto è perché l’edizione Omnibus si pone come definitiva, completamente restaurata nei colori, con aggiunta di extra quali copertine originali, schizzi preparatori e vignette inedite.

L’ultima uscita della collana ha però un quid in più che la rende (malauguratamente) ancor più allettante.
Nick Fury, agente dello S.H.I.E.L.D. è infatti un ciclo di storie che ha segnato la storia del fumetto popolare ma che in Italia è avvolto da un alone di leggenda dal momento che queste storie sono apparse soltanto al principio degli anni Settanta, per i benemeriti tipi dell’Editoriale Corno.
Procedendo con ordine: Nick Fury (che al cinema è stato recentemente interpretato da Samuel L. Jackson) nasce dal duo che ha inventato l’universo Marvel. Nel 1963 infatti la premiata ditta Stan Lee & Jack Kirby inventa Sgt. Fury and his Howling Commandos, serie ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale. Concluso il conflitto e, soprattutto, chiusa la testata dei “Commandos ululanti”, il personaggio viene riproposto nel 1965 come capo dello S.H.I.E.L.D. (acrostico che ogni marvelliano di stretta osservanza dovrebbe sciogliere al volo in “Supreme Headquarters, International Espionage, Law-Enforcement Division”), ovvero l’agenzia di spionaggio dell’universo Marvel. Inizialmente realizzata da Lee & Kirby e ampiamente influenzata dall’immaginario dei film di 007, la serie dedicata a Fury annovera un protagonista senza superpoteri che però si muove in un contesto in cui abbondano personaggi ultraumani: dal vecchio commilitone Capitan America ai vari supercriminali cui Fury si oppone con tutti i gadget scientifici messi a disposizione dallo S.H.I.E.L.D. e con il coraggio e la tenacia maturati fra le trincee.
È l’epoca d’oro dei supereroi e la “Casa delle Idee” sta avviandosi a superare per vendite gli storici concorrenti della DC, l’editrice di Superman e Batman: Lee & Kirby hanno poco tempo da dedicare a una testata minore le cui vendite sono in costante calo. Limitandosi quindi a un lavoro di supervisione, i due passano la mano a una serie di collaboratori che non riescono a risollevare le sorti del fumetto.

Almeno sino all’arrivo di Jim Steranko.
Classe 1938, origini ucraine, figlio di un cavatore di antracite delle miniere della Pennsylvania, Steranko ha avuto un’infanzia poverissima, entro i vent’anni ha svolto i mille mestieri che fanno parte della biografia di ogni artista americano che si rispetti, è stato in galera per furto d’auto e rapina e ha arrotondato le sue magre entrate esibendosi come escapista alla Houdini (pare anzi che proprio le sue avventure come “maestro della fuga” abbiano ispirato tanto il personaggio fumettistico di Mister Miracle, quanto il romanzo di Michael Chabon Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay). Ha 28 anni quando esordisce alla Marvel e, di lì a poco, il burbero Stan Lee accetta di affidargli la serie di Nick Fury.
È una rivoluzione.
Non sono solo le trame a migliorare, superando la didascalica contrapposizione tra buoni e cattivi (in genere nazisti sopravvissuti alla Guerra) della avventure scritte da Stan Lee e caricandosi di ambiguità e colpi di scena. È sotto il profilo grafico che Steranko rinnova radicalmente i modelli in voga, proiettando il fumetto americano verso un’epoca nuova. L’artista della Pennsylvania, infatti, si libera prestissimo di qualsiasi residuo dell’influenza kirbyana e approccia le proprie storie con una libertà espressiva ancora ignota in casa Marvel, mettendo a frutto novità tecniche come i retini e gli effetti optical, infrangendo le classiche griglie per scomporre la tavola in una miriade di vignette asimmetriche o dilatandola con splash-pages di fortissimo impatto cinetico, aprendo il suo disegno a suggestioni surrealiste e psichedeliche: è celeberrima la tavola di Capitan America 111 in cui Steranko interpreta gli effetti di un trip allucinatorio nel corso del quale Steve Rogers rivive angosciosamente la morte del giovane partner Bucky:

Tante novità entusiasmano i fan, fanno aggrottare le sopracciglia di Stan Lee (che detesta soprattutto le sequenze d’azione prive di dialogo) e preoccupare la solerte censura americana che impone a Steranko di modificare tavole come questa (a colori la versione uscita nell’albo) ritenuta troppo esplicita per i severi canoni del Comics Code:

A parte la censura, di cui faranno le spese anche le callipigie fattezze dell’agente Valentina De Fontaine (qui a destra la vignetta incriminata), la gestione Steranko rilancia le sorti dell’intera serie. Come nel caso di Claremont con gli X-Men, di Miller con Devil, di Byrne con i Fantastici Quattro, quello di Jim Steranko con il personaggio di Nick Fury è un incontro speciale, destinato a dar vita a un ciclo di storie che rimangono nella memoria dei fan e diventano esemplari, oggetto di un culto ostinato anche a decenni di distanza.

Se ciò è vero per gli Stati Uniti, lo è a maggior ragione in Italia dove le storie di Fury apparvero in coda al Devil dell’Editrice Corno, con le brutali suddivisioni e mutilazioni connaturate all’usanza dell’epoca. Mentre infatti negli USA ciascun albo ha vita a sé, esce con cadenza mensile, in episodi di 18-20 pagine, in Italia è invalsa l’abitudine di raccogliere almeno due o tre episodi, di regola provenienti da testate diverse. Così, negli anni Settanta gli albi (che le madri chiamavano “i giornalini”) dedicati ai supereroi avevano un eroe eponimo e due comprimari. A ogni numero del ‘giornalino’ di Devil, ad esempio, si trovava una storia di Devil, una di Iron Man e una di un altro personaggio che a volte – non sempre! – era Nick Fury (tra le alternative ricordiamo, Silver Surfer, Ghost Rider e Sub Mariner). Poiché l’albo doveva ospitare anche un po’ di pubblicità e qualche rubrica, capitava spesso che a farne le spese fosse proprio il terzo episodio, che veniva senza troppi complimenti diviso su due o più ‘giornalini’, ma poteva accadere anche che un’avventura restasse inconclusa o che qualche pagina giudicata sacrificabile fosse brutalmente scorciata.
Prima però di condannare i redattori degli albi Corno, occorre ricordare che parliamo di un’epoca allo stesso tempo pionieristica e ricchissima, nella quale il fumetto produceva a getto continuo e in tutto il mondo idee e storie destinate ad assurgere allo status di classici, senza però che ancora se ne avesse la percezione. Anche il panorama americano dei comics supereroistici era un crogiuolo nel quale l’inventiva degli autori si fondeva con le suggestioni espressive – pittoriche, visive ma anche cinematografiche, letterarie, ideologiche – di una cultura in costante evoluzione. Attribuire a questo mobilissimo contesto le preoccupazioni filologiche odierne è puro anacronismo. È per questo motivo che ai lettori italiani del 1973 è capitato di incontrare tavole audacissime, come questa, solo in coda a un non indimenticabile episodio di Devil:

Abbandonata la testata di Nick Fury, sia per la difficoltà a mantenere le serrate scadenze di un albo mensile sia per l’orgoglioso rifiuto a che una serie così fortemente connotata dal punto di vista grafico fosse inframezzata da scialbi fill-in, Steranko lavorò ancora per la Marvel realizzando due episodi di Uncanny X-Men (i nn. 50 e 51) e il trittico di Capitan America che include il già citato n. 111 e in cui giungono al culmine la sua ricerca cinetica, il suo talento per le inquadrature, la fascinazione per il surrealismo e quella capacità di narrare per immagini che lo porteranno, nella seconda fase della sua carriera a lavorare per il cinema, collaborando, fra l’altro, con registi come Spielberg e Coppola.

Il costoso volume di Nick Fury, agente dello S.H.I.E.L.D. colma quindi il desiderio di fan che rimpiangevano storie indimenticate ma mai più riproposte e allo stesso tempo permette anche a nuovi lettori di accostarsi a un momento in cui il fumetto americano tradizionale ha fatto un balzo in avanti, ritagliandosi un posto nella storia dell’arte sequenziale e svecchiando repentinamente formule e motivi di un genere che mantiene fascino e capacità di meravigliare anche a distanza di un cinquantennio.


Jim Steranko, Stan Lee, Jack Kirby, Nick Fury, agente dello S.H.I.E.L.D. , Panini Comics 2012, pp. 816, 59 €








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 3 gennaio 2013