Il bianco e il rosso

Giovanna Vanin



A me piace nero e forte e questa è acqua sporca. L’ameba bianca si stringe nelle spalle. Lei mi odia e, appena può, me la fa pagare. Lo fa apposta a darmi questa schifezza. Certo, è frustrante non contare niente e lei qui non è nessuno. Io, poi, non la vedo quasi, per me è come una piastrella del muro.
Nell’attesa apro il giornale e bevo la brodaglia. È tiepida e scipita e mi arriva nello stomaco come acido fuso. Oggi sono a pezzi. Politica, economia, sport. Le parole mi sembrano sfocate. È la stanchezza. Con la notte che ho passato. Non riuscivo a prender sonno. Appena chiudevo occhio mi svegliavo. Di soprassalto. Mi assopivo e mi risvegliavo e via così, non so quante volte. E non so neppure che ora fosse quando li ho incontrati. Mi accade ogni notte. Nelle ultime settimane. Me li trovo davanti all’improvviso. Col sangue sulle mani. Mi seguono nel buio, come ciechi dietro al mio odore. Mi sposto in bagno? Anche loro. Arrivano in silenzio. Mi sono accanto in un secondo, senza rumore. Accidenti, ho la palpebra che trema.
La guerra non c’è ancora.
Rapina in banca. Ucciso un malvivente e un poliziotto. Ok, ci siamo. Questo m’interessa e me lo succhio goccia a goccia, l’emozione si condensa nelle mani, non è sudore vero e proprio, è una patina, un adesivo che mi incolla al foglio. Mi agito sulla sedia. L’avvicino alla scrivania. La gamba di metallo graffia il pavimento. L’ameba mi fulmina con un’occhiata. Io la ignoro e distendo il giornale.
Donna con figlio si butta da un palazzo. La madre è in coma, il piccolo sfracellato. Crepa. Stropiccio il giornale. L’ameba mi tiene d’occhio. La puttana. Devo stare calmo. Sono notizie. Cosa c’entro io?
Cadavere riemerge in un canale. Non leggo il trafiletto e mi tengo il mistero. La notizia però mi sfarfalla nella pancia. Chissà da dove viene? sarà un drogato o un mafioso? una donna violentata? La morte ha occhi fradici di segreti. Li riconosco. Nei miei risvegli notturni. Occhi che cercano. Nel buio. Qualcosa, qualcuno. È un bisogno che li tormenta. Mi spingo indietro. La sedia sfrega per terra un’altra volta. Sì, cazzo, lo so, non occorre che me lo ripeta. Ci stavo solo giocando. Lo so che non si può fumare, qua dentro. Rimetto nel cassetto sigarette e accendino.
Fuga di gas, esplode un condominio. Sette morti e ventotto feriti. Il sangue inutile non m’interessa. Non c’è conflitto, la passione che fonde la vita con la morte. È una strage casuale. Per incuria. Una disattenzione che mi innervosisce. È banale, una doccia fredda sulla schiena. Il mio corpo si raffredda. Diventa muto. L’emozione sfugge, sguscia via veloce come una biscia, io cerco di afferrarla, già mi manca, ma lo sforzo cerebrale non serve e lei mi lascia, mi abbandona. Scivola nel fango, un guizzo e sparisce sotto. All’improvviso sono carne vuota, un ammasso di neuroni, un muscolo che pompa, due spugne gonfie d’aria avvelenata, ghiandole, secrezioni, essudazioni. Umori di ogni tipo. Tutti in equilibrio, su un filo di rasoio. A volte ci si taglia. Per un’occhiata fuori luogo, una spinta, un articolo sbagliato, per un niente. Rilassati, mi dico. Non ci riesco. La bilancia ha perduto il contrappeso e una rabbia che non voglio mi frusta le pareti dello stomaco che rimpicciolisce in un crampo, in assetto di difesa.
Il concetto da non dimenticare è la durata. Quanto tempo può durare? Me lo chiedo per ogni cosa. Quanto dura la rabbia? e il dolore? Qual è il tempo da concedere al piacere? e il vuoto? Per quanto resisto alla paura? Va bene. Adesso basta. Aspetterò. Aspetterò che passi. Senza sbraitare, senza prendermela con qualcuno, senza bambinate. Come l’altro ieri. Lei, l’ameba, sospetta che sia stato io. Vorrebbe sputtanarmi, ma non può dire niente. Non è del tutto certa. Lo so. È stata una ragazzata. Il bisogno di un poco di colore. Di calore. Che male c’è? Uno spray rosso, un graffito dentro al bagno. E’così bianco che sembra d’essere in ospedale. Ma era solo un’emorragia artificiale. Tutti si sono spaventati. In questo posto è diventato impossibile scherzare.
Uomo ammazza figlio a fucilate. C’è anche la foto di un corpo steso a terra. L’immagine non è del tutto chiara. Aguzzo gli occhi. È stata caccia grossa. La testa è staccata. Archivio la storia tra i delitti primordiali. Stile selvaggio, da cowboy. Di certo non il mio. L’ameba bianca dietro alle mie spalle sibila, tocca a lei dottore. Giro l’ultima pagina. È il listino della borsa. So che le interessa. Bizzarra comunanza con mia madre. Peccato! Strappo il foglio delle informazioni finanziarie. Lo piego, lo divido in due pezzi, li ripiego e ogni rettangolo di carta subisce lo stesso trattamento. Sbrano i numeri, le parole mi si spezzano tra le mani. Alla fine, sul tavolo, ammucchio i frammenti. I numeri, le frasi, non coincidono più le parole.
Sono pronto. Infilo il camice verde con l’aiuto dell’ameba. Guanti e mascherina. Perché mi chiede se ho qualche problema? Non vede, la sciocca, che sono calmo e rilassato?
Accarezzo la pelle del suo corpo. E’ tiepida e cede morbida sotto alle mie dita. Elastica e chiara. Direi bianca sotto questa luce. È come senza sangue. Che fastidio. È più di una mancanza l’assenza di colore. È un riverbero. Non riesco a vederci dentro niente. E’ un abbaglio e basta. Anima, vita, dove siete? Non lo sopporto più. Via questo bianco immacolato. Adesso, subito. Ma attento, calmo, non guastare tutto. Ecco così, procedo piano, la apro, lei si muove appena e io scivolo dentro. Delicato. Sotto di me la sua pelle si colora. Assieme alla mia. Il mio sangue accelera il flusso nelle vene. Si distende, scende a ragnatela, arriva allo stomaco, mi inonda, è una bava tiepida che va giù, più giù, giù ancora dove esplode in una miriade di dolcissimi frammenti rossi che mi colano addosso, ci colorano, mi riscaldano e ci rendono felici anche se lei non dice nulla. Entro di più, affondo dentro, nella sua carne. Il mio stomaco si rilassa, non c’è più niente che mi frusta o mi fa male e voglio che tutto questo non finisca, voglio che duri, a lungo, per sempre e niente è più dolore, il bianco è sconfitto, tutto è quiete e calore e io non voglio più venire via.
Nemmeno quando l’ameba si precipita a chiamare gli energumeni che mi strappano il bisturi di mano. Uno urla, un tampone presto, o muore dissanguata.
Lo so. Le toglieranno tutto. Le sciacqueranno via il rosso. La puliranno fino alla più piccola goccia. Lei non avrà più vita, né colore. Disinfettata, sterilizzata. Tornerà esattamente come prima. Pallida e bianca. Come morta.








pubblicato da a.moresco nella rubrica racconti il 22 febbraio 2017