La creazione

Giovanna Vanin



Da tempo i vulcani non esplodono con la violenza del passato. Scintille e lapilli hanno smesso di schizzare tutt’intorno. I fiumi di lava sono ridotti a stretti rivoli, brevi strisce infuocate s’impennano su rocce già formate e ricadono, si assottigliano, scivolano tra le fessure, le arrossano, si increspano sul terreno già corrugato e non arrivano più a valle. Ancora prima un forte vento aveva disperso le nebbie gassose e le ceneri. Era apparso il cielo. Carico di grosse nuvole ha sprigionato fulmini improvvisi dentro al buio che rimbombava di tuoni. Grosse gocce hanno impastato fango con polvere e terra, sempre più fitte hanno sciacquato, scavato nei fianchi le montagne, si sono moltiplicate, acqua su acqua nei ruscelli, acqua sull’acqua di fiumi che si sono gonfiati traboccando dall’argine maestro e da lì sono scivolati, defluiti, si sono allargati sulle piane e là, in fondo, si sono esauriti scomparsi tra i sassi, risucchiati assorbiti. Gli oceani, che una volta ribollivano dell’incandescente materia che risaliva il loro ventre, ora sono bianchi della schiuma di onde che in alto s’arricciano e poi si abbattono, ancora acqua su acqua, l’effervescenza di ogni cresta si spegne, si acquieta sottomessa al moto incessante di altre onde, di altra acqua. Molte notti fa sono riapparsi i fuochi bianchi nella volta del cielo e di giorno un accecante disco rosso ha prosciugato con il suo calore ogni cosa sommersa e adesso a ogni alba il mondo respira il vapore sospeso da lui stesso esalato. Stormi di uccelli attraversano e oscurano il cielo, innumerevoli branchi di animali piccoli e grandi si abbeverano ai fiumi rientrati a poco a poco nei loro letti e inseguono o fuggono, cacciatori e prede in boschi e savane , i mari pullulano di pesci di ogni specie, sulle vette la pioggia è diventata neve e ghiaccio, negli abissi degli oceani navigano le chimere e pallide creature molli senza occhi si aggirano nel buio di voragini insondabili. E oggi che ogni cosa ha preso la sua forma, che la quiete è scesa, che sono finiti i terremoti e le inondazioni, che nel cielo ogni pianeta occupa il proprio posto, solo le stelle rincorrono ancora la propria luce per non precipitare nell’orrida solitudine di chi resta invisibile per sempre, oggi, dicevo, che il canto degli uccelli riempie le foreste, quello delle balene i mari e muggiti, barriti, guaiti, bramiti e mille altre voci risuonano, oggi che frutti dorati pendono dai rami, che ogni femmina ha figliato, oggi, anche il Padre ha generato la sua creatura e la cerva, che ha perduto il cucciolo, gocciola latte dalle mammelle nella piccola bocca avida.
Hauch, dice il Padre all’aquila che vola in grandi cerchi in cielo, Hauch dormirà nel tuo nido e la cerva lo nutrirà.
L’aquila guarda il piccolo Hauch. Non convinta chiede, dov’è la madre?
Io l’ho generato, io sono il Padre e sua Madre.
Ogni cosa viva e inanimata tace e ascolta. Perfino il polline s’è arrestato sospeso nel vento fermo. Dopo, da tutto questo silenzio, si leva un brusio, un mormorio attraversa le pianure, una catena di voci sempre più chiare e comprensibili risuona dappertutto. Ogni foglia ripete, Hauch Hauch Hauch. Una brezza spira in ogni orecchio lo stesso alito rauco. Il lombrico smette di strisciare, la formica di lavorare, la farfalla di volare. Gli uccelli nel cielo, i pesci nelle acque, perfino le marmotte tra le pietre volteggiano, danzano e fischiano, Hauch, è nato Hauch.
Hauch succhia il latte della cerva, gorgoglia tra le piume dell’aquila e gattona sulla rupe sotto il suo occhio acuto. Hauch, dalla pelle liscia senza pelo, piume o squame, è aquila e cerbiatto, vive sui baratri e sotto le intemperie.

Quante volte dirà addio?
Sto qui solo un poco, il tempo di riposare e me ne vado, dice Hauch.
L’aquila ha deposto per la settima volta il suo uovo e lascia che Hauch infili le dita tra le sue piume a tastare il nuovo guscio.
Com’è tiepido e morbido qui sotto.
Perché sei qui? gli dice l’aquila. Te ne sei appena andato e già ritorni. E dov’è Aui la vecchia volpe che ti ha portato via?

Sono passati solo sette giorni da quando Hauch non dorme più con l’aquila nell’intreccio di lunghi fili d’erba dura sospeso sul dirupo. Le gambe e le braccia del bambino erano ormai cresciute troppo e penzolavano dall’orlo del nido. Anche la testa non ci stava più e ciondolava di qua e di là. Il Padre allora aveva chiesto alle volpi di fargli posto nella tana.
Perché non lo chiedi agli orsi o ai lupi ? Qui c’è poco spazio e il cibo spesso non ci basta.
Lo sapete, lui è piccolo, non tanto più grosso di voi e d’ora in avanti, oltre alla carne dell’allodola, della lucertola e del topo, mangerete le bacche, il grano, l’uovo del serpente, il miele, l’erba, il germoglio di qualsiasi stagione.
Il consiglio delle volpi valutata la proposta e considerato che era vantaggiosa aveva inviato la vecchia Aui a prendere il bambino. Aui si era affrettata per due giorni e due notti sulla piana e poi era salita sul monte, scesa nella valle e risalita di nuovo e all’alba della terza notte era giunta al nido dell’aquila. La volpe aveva avvolto la coda sbiancata sul braccio di Hauch. L’aquila aveva capito e anche Hauch che aveva cominciato a gridare.
Perché mi tiri, voglio restare, non voglio venire con te, lasciami volpe, lasciatemi qui, aquila non mi cacciare.
La volpe non tirava, lo accarezzava con la coda bianca e l’aquila lo punzecchiava appena con il becco che fino a quel momento gli aveva rigurgitato il cibo tra le labbra.
E’ tempo di andare, gli aveva detto poi e Hauch era andato. Con gli occhi gonfi e le gambe rigide aveva seguito la volpe che lo guardava da sotto in su. Se devi piangere fallo prima di… Aui non aveva fatto in tempo a terminare la frase che il bambino aveva cominciato a ululare e spargere lacrime a non finire. La volpe aveva pensato, tra un po’ si calmerà e invece Hauch aveva pianto sempre. Non aveva smesso per tutto la strada. Piangeva mentre beveva acqua da una polla, mentre mangiava, piangeva se faceva pipì, se Aui gli faceva il solletico sotto l’ascella, sobbalzava e piangeva se lei per scherzo gli tendeva un agguato dietro un cespuglio, piangeva a vedere gli aironi fermi sulla riva, uno scoiattolo che s’affrettava lungo un tronco, i tuffetti immergersi nel lago, piangeva perché c’erano la luna, le stelle, per il sole che l’abbagliava. Aveva pianto di notte e dal mattino alla sera. Aui aveva cominciato a preoccuparsi alla fine del secondo giorno e prima di addormentarsi accanto a lui, gli aveva detto, Hauch, perché sei tanto disperato? Non lo so, dice lui, ho un buco qui dentro che fa male. Lì dovresti avere il cuore, fa la volpe. Ah sì? tu lo chiami cuore, io lo chiamo buco, forse sono la stessa cosa, forse qualcuno mi ha rubato il cuore e mi è rimasto il buco. Non so. Io sento un buco proprio là dove tu dici cuore.
Aui allora aveva pensato, il ragazzino è strano. Parlava di cose che lei capiva poco, forse per la vecchiaia o forse perché lui non era come tutti gli esseri da lei conosciuti fino a quel giorno. E’ bizzarro, si era detta ancora, dalla sua nascita sono passate sei primavere, chissà se è del tutto sviluppato, forse no, a dire il vero non saprei neppure immaginarlo diverso, è la prima volta che vedo uno che cammina su due zampe come un uccello, al posto delle ali due arti inutili per volare, la pelle liscia, vellutata come il petalo di un fiore, in testa un pelo soffice che si gonfia con un niente, poi quel naso a tirare su il moccico e gli occhi, uno verde e l’altro nero. Curioso sì, uno strano tipo, e non si capisce nemmeno se è un maschio o come me. Questo aveva pensato la volpe preoccupata.
Tra gli alberi, nella radura, le piccole volpi si spintonano, mordicchiano, leccano, rotolano l’una sull’altra. Eccoci arrivati, dice Aui al bambino. Questi sono i figli dei miei figli e indicando una breccia nel terreno, e questa è la nostra tana. Hauch fa cenno con la testa di aver capito. Stremato dal pianto e dalla fatica del cammino scivola fino a terra lungo il tronco di una grande quercia, appoggia il mento sul petto e chiude gli occhi. Le piccole volpi gli girano intorno e dopo un po’, visto che il bambino non reagisce ai giochi agli scherzi e neppure agli sberleffi, lo mollano lì. Che tipo noioso, dicono, hai visto? nemmeno mostra i denti.
Al tramonto tutti nella tana. Anche Hauch scende di sotto ma il sonno non arriva. Gli manca lo spazio aperto della rupe, soffoca chiuso dentro il buio, nel calore delle volpi addormentate. Dalla breccia in alto non entra un filo d’aria. Tra l’altro gli è venuta anche fame. Che stupido è stato a non mangiare. Ma lo hanno infastidito tutti quei cuccioli, i loro guaiti, e non parliamo delle madri incollate ai figlioletti con la lingua a leccare su e giù i musi, i nasi, le orecchie, bavose e nauseanti. Così era rimasto in disparte e per cena ha mandato giù solo saliva e rabbia. Adesso la pancia vuota brontola e borbotta. In testa gli gira e rigira, come una samara che non cade mai a terra, il ricordo della cerva perduta, e più ancora a fargli male è quello del suo odore e del pulsare della gola sulla guancia quando le s’appendeva al collo. Niente di tutto questo è davvero nella sua memoria, gli risuona però come l’eco di un lontano desiderio.
Un mattino la cerva non era più venuta a dargli il latte. Hauch non rammenta quando è stato. L’aquila l’aveva cercata e dall’alto vista in preda ai lupi che la divoravano. Per tre giorni il bambino aveva urlato dalla fame e per tre giorni aveva sputato il cibo che l’aquila gli metteva in bocca. Alla fine l’aveva inghiottito e succhiato il becco duro dell’uccello come fosse una mammella. Ora c’è un singulto che cova nel profondo e prima di svegliare tutti con i suoi singhiozzi, prima che qualcuno lo chiami lagna, striscia verso l’apertura, spinge fuori la testa e si guarda intorno. Il bosco è tutto nero, nessun riflesso luminoso, non c’è un briciolo di luna a mostrargli dove mette i piedi. Non importa, pensa, è molto peggio stare sotto, e si sfila dalla tana. Tra i rami, a poco a poco, emerge un chiarore, viene giù dal cielo non del tutto scuro. Hauch va verso l’imponente ombra della quercia, dormirò lì, pensa. C’è un uccello che nel buio svolazza, s’appoggia sul ramo più basso dell’albero e gli chiede, perché non dormi? E tu? dice Hauch. Io sono una civetta e la notte è il mio giorno, risponde l’uccello. E vedi proprio tutto? anche in notti senza luna come questa? Non ho problemi, i miei occhi catturano la falena, il topo che s’avventura e molti esseri che vivono nell’oscurità. Puoi vedere anche chi mi ha generato? L’aquila mi aveva detto che si cela negli abissi senza luce dell’infinito. Senti piccolo, fa la civetta, io non sono un’indovina, frugo con gli occhi in certe direzioni, non guardo in giro a caso, come posso ispezionare tutto un cielo che non finisce? e poi, cos’è questa storia che Lui non si fa vivo, prova a chiamarlo, sei la sua creatura, mica un verme qualsiasi o la milionesima formica! E’ vero, dice Hauch, adesso provo. Di notte forse sente anche meglio. Mi raccomando tu stai zitta e non fare versi.
Padre ascoltami, dimmi dove sei, se senti la mia voce perché non parli, non mi dici niente, non ti fai vedere? Ti voglio dire che sono stufo. Tutti gli animali hanno fratelli genitori nonni. Solo io non ho nessuno che m’assomigli, o forse c’è? in qualche posto lontano che non conosco. Sarebbe bello, giocare con uno con due gambe le braccia gli occhi nella faccia le dita nelle mani nei piedi le orecchie simili alle mie senza pelo squame o penne.
Senti il vento? dice la civetta, si muovono le foglie, le cime degli alberi e le nuvole corrono più in fretta. Forse è Lui che viene a dirti quello che pensa.
Ssh, zitta, zitta civetta, sì mi sembra di sentire nell’aria una voce.
Tu sei unico e solo, come me.
Hai sentito? civetta hai sentito cosa dice? solo, sono solo, non ho un fratello né sorelle e madri solo in prestito, una cerva e l’aquila della rupe, e Lui mi dice, sei come me. Non è vero, non siamo uguali, io non sono trasparente e fatto d’aria, non parlo nel vento, non mi nascondo nel buio infinito o nella luce che non si può guardare. Se fossi davvero come Lui credi sarei solo? avrei creato non uno o due o tre ma cento mille bambini a farmi compagnia e invece, come vedi, io non posso fare proprio niente, e il bambino si strappa i capelli prende a pugni le sue gambe le braccia conficca le unghie nella pelle e si strappa brandelli dalla faccia mentre la civetta gli vola sopra, attorno, non sa che cosa fare, gli dice di calmarsi, non sarà tutto vero quello che Lui ha detto, forse vuol vedere se resisti, metterti alla prova, forse è tutto un bluff e non sei mai stato solo.
E’ l’alba quando il bambino s’addormenta e la civetta si nasconde nei rami alti della quercia. Ogni volpe esce dalla tana, i cuccioli riprendono a giocare, si rincorrono e rotolano nella radura. Nella foga uno ruzzola addosso a Hauch che si sveglia di botto e, come una saetta a ciel sereno, si avventa sulla piccola volpe, la riempie di pugni e calci, la morde sulle orecchie, le sputa sul musetto che già perde fiotti di sangue dal naso, le salta sulla schiena, poi con una pietra la colpisce sugli occhi, è una furia, la colpisce e la colpisce ancora, anche dopo che lei, immobile nell’erba, non respira più. Le piccole volpi sono scappate tutte, nascoste dove il bosco è fitto e qualcuna è nella tana e trema di paura.
Chi è stato? chi l’ha uccisa? chi ha fatto questo massacro? Lui, è stato lui. Le piccole volpi lo indicano da lontano. Hauch, con le guance sfregiate gli occhi bagnati e splendenti di luce strana le braccia le gambe il corpo coperto di polvere spruzzata di rosso, i capelli, i soffici capelli, sporchi di sangue, incollati al cranio sudato, ormai è troppo tardi per spiegare, sono tanti, sono compatti, li ha tutti contro e dicono, vattene mostro, torna da dove sei venuto, via, vattene via e lui capisce che sì non gli salteranno addosso, non lo morderanno sulle gambe né dietro il collo, non gli staccheranno la lingua con i denti, ma gli staranno dietro fino al limite del bosco, lo spingeranno nella piana e poi ancora oltre al confine tra una valle e l’altra e lo inseguiranno fiato su fiato senza che lui possa riposare o allungare il collo su un ruscello per bere e poi dovrà salire sul monte fino alla rupe e loro staranno laggiù a fare la guardia per non dargli scampo e affinché non torni indietro.

Sei strano, dice l’aquila che l’ha visto arrivare di corsa, così affannato e come sei ridotto, cos’hai fatto sulle guance? Niente, sono scivolato e finito sulla roccia. Dici una bugia, fa l’aquila. Non mi credi? dice il bambino. Tu non mi guardi in faccia, lo rimprovera l’aquila. Ecco, adesso mi vedo nei tuoi occhi, sei contenta? Smettila furbetto, dimmi cos’ è successo.
Non sono un aquilotto, quante volte avrei voluto essere una delle tue uova, ti vedevo sai come le guardavi…Adesso basta, è ora che tu dica la verità, dice lei. Sono sincero, so che non puoi amarmi come un figlio, risponde Hauch. Guarda laggiù, le vedi quante sono? mi hanno cacciato anche loro. L’aquila si alza in volo per un istante. Sì, le vedo, perché sbarrano il passaggio dal monte alla valle? Perché l’ho uccisa. Chi? Cosa hai fatto? Ho ammazzato la volpe che mi è caduta addosso. Perché, perché? Non so. Non me ne sono quasi neanche accorto. Mi ha svegliato di botto, non sapevo più dov’ero, l’ho massacrata, così, vedi? con un sasso come questo l’ho colpita, e mostra all’aquila come è successo, picchia la pietra sull’uovo tiepido appena accarezzato e colpisce una due tre volte il guscio che sotto i colpi si rompe, si sbriciola, vedi come ho fatto? e nel nido resta solo una poltiglia molle.
L’aquila gli vola contro con il becco lo graffia, con le ali lo spinge indietro fino all’orlo del dirupo e un momento prima che lui cada nel precipizio lo afferra per la testa con gli artigli, nei capelli sottili di bambino, lo solleva, lo porta in alto oltre i monti le nuvole vicino al sole, lì apre le sue zampe e lo lascia e lui cade leggero cade lento oscilla come una piuma ondeggia agita le braccia le gambe, nuota, no, vola, vola e non s’accorge quasi di toccare terra.
Peccato, dice Aui. E con le altre volpi lecca il sangue dolce del bambino.








pubblicato da a.moresco nella rubrica racconti il 21 febbraio 2017