Alcune cose che ricordo di F.F.

Simone Menegoi



Ringrazio Simone Menegoi (e l’editore Mousse, che ha pubblicato per la prima volta questo testo in Flavio Favelli, a cura di A. Salvadori, Milano 2013), perché mi ha dato il permesso di riprodurre qui questo suo bellissimo racconto-ritratto di un grande artista italiano. Gliel’ho chiesto perché secondo me va molto al di là della critica d’arte, è un esempio vivo, vivace, vissuto, di che cosa significa andare verso qualcuno, incuriosirsi e poi appassionarsi alle cose che fa (e a volte anche dissentirne), fare congetture su di lui, sentirne parlare dagli altri, vederlo di persona, ascoltarlo, conoscerlo per quanto possibile. Volutamente ho evitato di inserire link e immagini dentro il testo. Lasciatevi condurre dalle parole, immaginate volti e opere d’arte suscitate dalle descrizioni. Alla fine dell’articolo troverete comunque molti link a siti che contengono immagini dei lavori di Flavio Favelli. [T. S.]


Ho visto la mia prima mostra di F.F. nel 2002, a Milano, in una galleria che oggi non esiste più. Di lui, prima di allora, avevo visto soltanto qualche immagine sulle riviste. Negli articoli, il suo lavoro era descritto come “autobiografico” e “crepuscolare”.

Fra le opere, ricordo delle lunghe annotazioni in una grafia minuta, regolare e illeggibile. Non ricordo esattamente su che materiale fossero state scritte o incise; mi sembra che si trattasse di vecchi ritagli scoloriti di stoffa, forse seta, esposti in una vetrina. C’era anche un abito blu, in tutto simile alla divisa dei ferrovieri, chiuso in una teca verticale poco profonda. Sul taschino, ricamata con filo dorato, si leggeva la scritta FLAVIO FAVELLI ARTISTA.

Il pezzo centrale era un vecchio lettino da ambulatorio medico, con il panno polveroso, le gambe scrostate. Non un oggetto che avrei toccato volentieri. Dal piano imbottito spuntava una lampadina. Accanto, sulla parete, c’era una grande fotografia che raffigurava una ragazza seduta sul medesimo lettino, nuda dalla vita in giù, a gambe aperte, con la testa coperta da un collant. Nell’inquadratura, la lampadina si trovava esattamente davanti all’inforcatura delle gambe. Era accesa, e il bagliore impediva di vedere i genitali della ragazza. Ricordo anche un’altra foto, più piccola, che ritraeva un ragazzo. Anche di lui non si vedeva il viso, anche lui era nudo dalla vita in giù; ma in questo caso i genitali erano esposti. Rimasi colpito dal fatto che aveva un anello d’acciaio stretto intorno al pene e ai testicoli. Avevo sentito parlare di quel genere di oggetti e del loro uso, ma non ne avevo mai visto uno.

Me ne andai pensando che la mostra era stranamente fuori contesto. Associavo quel luogo, quella galleria, a un gusto raffinato e un po’ calligrafico, che all’epoca mi piaceva molto. Non immaginavo che potesse presentare opere come quelle. Pensai che non avrebbero sfigurato nella galleria di Luciano Inga Pin, lo storico gallerista milanese della body-art, con il suo programma centrato sul denudamento dei corpi e del loro vissuto. Avevo ancora in mente la sua mostra di Franko B. di qualche anno prima: la performance in cui l’artista si era presentato nudo e insanguinato, i vecchi lavelli di metallo, tagliati con la fiamma ossidrica, esposti in galleria.

Non credo di aver mai saputo il titolo della mostra. O forse l’ho dimenticato. In ogni caso, si intitolava Sentirsi Vergogna.

* * *

Tempo dopo, nominai F. in una conversazione con una conoscente di Bologna. Mi disse che era stata a casa di lui, nell’abitazione che aveva ereditato dalla nonna e che aveva poco a poco arredato e ristrutturato a suo gusto. Mi descrisse molto vividamente una sala decorata con delle cariatidi; le statue erano state murate, lasciando emergere solo alcune parti del corpo. Lo raccontò con un’aria allusiva, come se i corpi murati fossero stati quelli di donne vive. Con lo stesso tono aggiunse di aver saputo che Favelli dormiva sempre con la testa avvolta in un pezzo di stoffa, una vecchia t-shirt o qualcosa del genere. Immagina che razza di personaggio deve essere.

Non prestai troppa attenzione all’aneddoto. Era una ragazza maliziosa, a cui piaceva far colpo.

* * *

Conobbi personalmente F. nel 2006, alla cena in occasione dell’inaugurazione di una mostra.

Ci ritrovammo per caso allo stesso tavolo; lo riconobbi e feci in modo di sedermi accanto a lui. Ero molto curioso di fare la sua conoscenza.

F. fu molto cordiale. Parlammo tutta la sera, trascurando un po’ i nostri compagni di tavolo. Mi raccontò di non aver fatto studi artistici. Era arrivato all’arte in modo un po’ casuale e al tempo stesso, si poteva dire a posteriori, ineluttabile. Si era laureato in lettere orientali, con una specializzazione sulla poesia persiana. In seguito, grazie a un annuncio visto su un giornale, si era iscritto a un “laboratorio per la lavorazione artistica dei metalli” – si chiamava così – tenuto da Arnaldo Pomodoro. Era il nome più incongruo che si possa immaginare, in rapporto alla sua opera a venire; ma del resto, all’epoca non sapeva granché di arte contemporanea. I suoi interessi artistici si concentravano soprattutto sull’archeologia. Alla fine del seminario produsse una grande scultura astratta in metallo. Non so se esista ancora, e che fine abbia fatto.

Alla fine della cena, intorno a mezzanotte, si congedò per ritornare a casa. Fui abbastanza stupito: abitava, così mi aveva detto, in un piccolo paese in provincia di Bologna, ai piedi dell’Appennino, a circa quattrocento chilometri di distanza. Sarebbe arrivato a notte fonda. Gli chiesi perché non avesse deciso di fermarsi per la notte in un albergo dei dintorni, come avevano fatto tutti gli invitati che venivano da lontano. Mi spiegò che la mattina seguente si sarebbe tenuto nel suo paese un mercato antiquario di cui era un cliente assiduo, dove acquistava gli oggetti – mobili, per lo più – con cui realizzava le sue sculture. Voleva essere là di primo mattino a contrattare con i venditori. Il viaggio notturno gli sembrava ben poca cosa, paragonato al rischio di perdere qualche pezzo speciale, che forse non sarebbe mai più riuscito a ritrovare. Aggiunse che avrebbe fatto anche il doppio di chilometri, se necessario.

* * *

Anche se non lo avevo mai incontrato prima, quella sera riconobbi F. dal modo in cui era vestito: abiti militari mescolati a pezzi di abbigliamento maschile dal gusto rétro, un cappellino militare di tela verde dalla piccola visiera quadrata, occhiali dalla montatura spessa. Qualcuno me lo aveva additato tempo prima a un’inaugurazione; non ricordavo il viso, che avevo visto di sfuggita, ma mi era rimasto impresso lo stile. Mi ricordava quello dei ragazzi che frequentavano la scena musicale alternativa di Bologna, negli anni in cui vivevo in quella città come studente universitario. F. aveva studiato negli stessi luoghi pochi anni prima. Faceva parte del collettivo che gestiva un noto centro culturale indipendente. Era lì aveva realizzato una delle sue prime opere permanenti, un bar effettivamente funzionante. Credo sia stato smantellato quando il locale cambiò sede.

Nell’arco di dieci anni, e molti incontri, non ricordo di aver mai visto F. vestito diversamente; non ricordo, in particolare, di averlo mai visto senza occhiali e senza cappello, in nessuna circostanza. Quattro anni fa trovai alcune immagini di una performance del 2004 chiamata La vetrina dell’ostensione, in cui passeggiava fra mobili e oggetti del suo repertorio a testa scoperta e senza occhiali. La testa era rasata di fresco. Sembrava una persona molto più giovane, e comunque completamente diversa da quella che conoscevo. Mi fece un’impressione molto strana, come quando vidi delle fotografie di Joseph Beuys a torso nudo, senza cappello di feltro né gilet di tela.

In entrambi i casi, non riuscii a riconoscere la persona ritratta: solo le didascalie mi assicuravano che si trattava di lei.

* * *

Andai a trovare F. l’anno successivo a quello del nostro primo incontro, nel piccolo paese in provincia di Bologna in cui era ritornato, a dispetto dell’ora e della distanza, la notte della cena.

Prima della visita andammo a pranzo in uno dei ristoranti preferiti di F. nel paese. Era una locanda ferma nel tempo, sembrava che niente fosse cambiato dagli anni Sessanta. Bevemmo del vino rosso che mi lasciò un po’ stordito. F. mi parlò dell’evento traumatico che aveva spezzato in due la storia della sua famiglia: la malattia psichica di suo padre. I sintomi della malattia si erano manifestati abbastanza presto, ma per un certo tempo la situazione era sembrata sostenibile. La vita quotidiana, in qualche modo, proseguiva. Una normalità precaria, che precipitò quando il signor F., senza preavviso, se ne andò di casa portando con sé il figlio. La moglie segnalò la scomparsa dei familiari alla polizia. Li ritrovarono in un hotel a Firenze. Il padre era armato. Fortunatamente tutto si risolse in modo incruento, il padre non oppose resistenza. In seguito, mi raccontò F., fu internato in una clinica. La sua custodia legale era ora affidata a lui. Erano questi fatti, mi spiegò, ad aver determinato la sua ossessione per gli ambienti in cui si era svolta la sua infanzia e adolescenza: la casa dei genitori e quella dei nonni, la casa delle vacanze a Pavana, sull’Appennino. Luoghi che si erano stampati nella sua memoria in ogni dettaglio, definitivamente, e che continuava a rivisitare negli ambienti che allestiva in musei e gallerie.

Mi diceva queste cose pacatamente, con un distacco non privo di sfumature ironiche. Mi diede l’impressione di averle già raccontate molte altre volte.

* * *

Nel 2003, quando non lo conoscevo ancora, F. espose in una galleria di Torino. All’epoca abitavo in quella città e andai all’inaugurazione. Sulla soglia incontrai un amico dal temperamento saturnino. “Com’è la mostra?”, gli chiesi. “Per me è troppo” mi rispose uscendo, più serio del solito.

L’illuminazione ordinaria della galleria era stata sostituita da pochi tubi al neon, le opere erano quasi in penombra. Ricordo alcuni tappeti realizzati cucendo fra loro dei rettangoli ricavati da altri tappeti da pochi soldi, del genere di quelli che una volta i marocchini vendevano porta a porta. Mi sembrarono oggetti autenticamente tristi, inconsolabili. Accanto ai tappeti, sculture composte con parti di vecchi mobili e lastre di marmo. Una di queste mi colpì. Era una specie di pedana rialzata, la cui parte superiore era pavimentata con quelli che sembravano pezzi di vecchie lapidi. Si leggevano date e frammenti di nomi. Al centro, fra due specie di ringhiere di legno, era collocata la tazza di un gabinetto, nuda, senza tavoletta né coperchio. Mi sembrò un accostamento brutale, forse di cattivo gusto. Mi venne in mente all’improvviso il malessere che avevo provato da bambino scoprendo che il cimitero del mio paese era dotato di un gabinetto. Un fatto ovvio, ma a cui non avevo mai pensato prima. Fui costretto ad un tratto ad associare l’idea dei morti a quella delle deiezioni, gli uni e le altre ugualmente immessi nella terra.

Benché ne abbia un ricordo abbastanza vivido, la scultura non esiste. È così: si tratta di un prodotto della mia immaginazione. Quando, anni dopo, parlai della mostra con F., e accennai al mio turbamento per quell’opera in particolare, restò stupito. Mi assicurò che nessuna scultura del genere era stata esposta a Torino o in un’altra sua mostra; e che del resto si sarebbe guardato bene dal realizzare un oggetto simile. Ma non c’era dunque a Torino una scultura in cui erano stati utilizzati dei pezzi di vecchie lapidi? Certo: si chiamava Piancito, era appunto una pedana rialzata pavimentata con vecchi marmi da cimitero, con una specie di ringhiera di legno su due lati. Nient’altro.

Ho cercato le immagini, ho controllato: è vero. Nessun vecchio sanitario in ceramica faceva compagnia alle lapidi.

* * *

Visitai la Sala d’attesa di F. nel cimitero della Certosa di Bologna in una giornata d’estate del 2008, con un caldo soffocante. L’opera era già stata aperta al pubblico da qualche tempo, ma io, che avevo mancato l’inaugurazione, non l’avevo ancora vista. Non avevo nemmeno voluto guardare delle fotografie, per non diminuire l’impatto della prima visita. Avevo grandi aspettative. Che io sappia, sono molto pochi gli artisti che negli ultimi venti, trent’anni hanno progettato o arredato luoghi destinati ad accogliere la sofferenza: ospedali, cliniche psichiatriche, obitori. E che un artista, anziché ricevere una commissione per un luogo del genere, la solleciti, anzi, che si faccia promotore del progetto, è un fatto abbastanza eccezionale.

L’idea di addobbare il Pantheon, la sala dei funerali della Certosa, era venuta a F. alcuni anni prima. Aveva deciso di essere sepolto in quel cimitero e, con la stessa determinazione con cui aveva ristrutturato e arredato in ogni dettaglio le due case in cui aveva vissuto da adulto fino a quel momento, aveva voluto prendersi cura della sua dimora finale. Un aspetto, in particolare, gli importava. Desiderava un funerale senza simboli religiosi; aveva chiesto perciò di poter visitare il luogo dove si tenevano le esequie civili. L’impressione era stata deludente. Una grande sala ottocentesca a pianta ellittica, abbastanza spoglia. A parte gli affreschi sul soffitto (anch’essi ottocenteschi, pesantemente rimaneggiati in seguito) l’unico elemento degno di nota era un grande crocifisso collocato di fronte all’ingresso. Quando il commemorato era un laico, ci si limitava a tirare una tenda davanti alla croce.

La sua idea per la nuova sala era affidata a poche righe: “Vorrei una stanza con tanti lampadari, come certe moschee, come certe chiese ortodosse o certi saloncini da ballo; con delle stoffe rosa, del tono cipria, come le ortensie della casa di Pavana”. Aveva negoziato con funzionari pubblici e persuaso mecenati privati, aveva modificato il suo progetto quanto bastava per adattarlo alle norme di sicurezza e ai vincoli storico-artistici, infine l’aveva realizzato. Con lampadari di cristallo e tendaggi rosa, come da programma; e anche, come potevo finalmente vedere, con un pavimento di marmo, e specchi, e una doppia tribuna per i partecipanti, a destra e a sinistra, rosso lacca cinese, con nicchie ricavate nello spessore dei gradini, e nelle nicchie vasi di vetro e ceramica illuminati da lampade nascoste. Tutto fastoso e tutto, come nel gusto di F., decadente. Il pavimento di marmo era un mosaico di centinaia di vecchie lastre riciclate, alcune delle quali probabilmente provenienti da un cimitero, dato che su di esse si poteva ancora leggere un frammento di nome e una data. I lampadari erano messi insieme con pezzi scompagnati di altri lampadari. Gli specchi erano segnati dal tempo. E i vasi, quelle specie di urne! Pezzi di cineserie, di piatti di porcellana, perfino di vasi per la frutta sciroppata, tagliati e incollati insieme.

Mi piaceva, non mi piaceva? Difficile dire. Ancora oggi, non lo so. È di gran lunga una delle opere più belle, più personali di F. Ma guardandola pensavo all’uso a cui era destinata e non riuscivo a persuadermi. Di fronte alla morte, sentiamo ancora il bisogno di aggrapparci a superstizioni come Autenticità e Durata. Tutto, in quel luogo, faceva invece pensare all’effetto del tempo sulle cose. E tutto era spurio, una mescolanza calcolata di lusso e di povertà, di bellezza e rozzezza. (Ricordo che il materiale di cui erano fatte le due tribune era un truciolato di cui la pittura rosso scuro non si curava di nascondere la grana irregolare). Non potevo impedirmi di pensare – l’idea mi colpì all’improvviso – che non avrei voluto vedere mia madre per l’ultima volta lì, fra quelle tende e quegli specchi, in un luogo così connotato dai ricordi e dalle ossessioni di qualcun altro. Al tempo stesso, ero pieno di ammirazione per l’impresa di F. Ammiravo senza riserve la sua volontà ostinata di dare dignità estetica alla morte – la propria, quella altrui – in un momento storico e in una parte del mondo in cui tutto ciò che si chiede alla morte è di scomparire, di diventare invisibile.

* * *

La casa di F. era fuori dal paese, lungo una stradina che sale verso gli Appennini. Una costruzione squadrata, di un anonimo color marroncino. (Per ragioni “paesaggistiche”, mi spiegò F., l’amministrazione locale si era fermamente opposta alla sua richiesta di dipingerla di rosa cipria). L’unico altro edificio nei pressi, che io ricordi, era una pieve gotica. La giornata era limpida, si poteva vedere la valle sotto di noi. F. mi raccontò che d’inverno la nebbia poteva essere così fitta che guardando dalle finestre del primo piano sembrava di essere nella carlinga di un aereo che volava fra le nubi. In una di quelle giornate di nebbia, mi raccontò F. con aria sorniona, aveva accompagnato in visita alla casa una signora milanese, all’epoca molto attiva nell’ambiente dell’arte contemporanea. Arrivarono quando la luce cominciava a declinare. L’aria era fredda e umida, il silenzio era alto. Ad un tratto le campane della pieve cominciarono a suonare con la cadenza lenta che tutti conoscono; il portone della chiesa si aprì e ne uscì un corteo funebre. Era senz’altro il fascino delle atmosfere crepuscolari il motivo che aveva portato la signora da Milano fino alla porta di F., in quel minuscolo paese emiliano; ma lo spettacolo era stato davvero troppo per lei, abituata com’era a ben altre, “solari” atmosfere. (Sfoggiava tutto l’anno una uniforme abbronzatura artificiale). E se lo lasciò anche sfuggire: “Ma questo è troppo!”, protestò, come se il sinistro benvenuto fosse stato organizzato da F.

La visita della casa richiese, se ben ricordo, non meno di due ore. F. mi mostrò sia il laboratorio al piano terra, sia l’abitazione al primo piano. Ricordo solo una parte dei mobili, degli oggetti, delle rifiniture dell’abitazione, ma quel che resta nella memoria è già troppo per essere raccontato in dettaglio. La casa di F. è forse la sua opera più bella; è anche, per assenza di tempi di consegna e di limiti precisi di budget, la più ambiziosa, in perpetua evoluzione.

In tutte le stanze, tende tirate e imposte chiuse contro la luce del giorno. Luce artificiale ovunque. Nel grande soggiorno aleggiava un chiarore tenue e freddo, da acquario, che si rifletteva nelle molte vetrine piene di oggetti, nei soprammobili di cristallo, nei ripiani neri e lucidi di un enorme scrittoio a due versanti. (Proveniva, mi spiegò F., da un vecchio ufficio postale). Di un massiccio piedistallo di legno su cui era appoggiato un vaso cinese, F. mi disse che aveva sostenuto, per decenni, un Boccioni. In cucina mi fece notare un singolare armadio a due ante in acciaio. Sull’anta di sinistra era scritto a lettere cubitali “VELENI”, su quella di destra “EROICI”. Aveva fatto parte dell’arredo di una farmacia. Il tavolo da pranzo poteva accogliere sei persone, ma F., quando era in casa, preferiva mangiare da solo, seduto sempre allo stesso angolo. Per i pasti conviviali, sceglieva piuttosto i ristoranti. In generale, mi disse, non amava dividere la casa con nessuno. Avrebbe ammesso la presenza di domestici; ma a patto che fossero vissuti nella casa da sempre, anzi, aggiunse ridendo, che vi fossero nati, come un tempo presso le grandi famiglie aristocratiche.

La parte più interessante dell’abitazione si trovava oltre un breve corridoio introdotto da un sopraporta neogotico di legno dipinto. Conteneva la stanza da letto e le due stanze da bagno. Anche qui, nessuna luce naturale. La stanza da letto era fiocamente illuminata da applique e da un lampadario di cristallo. Alle pareti, carta da parati rosa e violetta, a righe verticali; sulla carta, in vecchie cornici, fotografie in bianco e nero. Ricordo un’immagine del Mausoleo di Teodorico e fotografie di bambini. Chiesi se erano foto di famiglia. No, erano state comprate, non sapeva chi fossero le persone ritratte.

Il bagno degli ospiti era nero, rivestito per intero, pareti e pavimento, di un mosaico di tasselli di ardesia ricavati da vecchie lavagne. Il lavandino era di metallo dorato. L’altro bagno era invece interamente bianco, rivestito di tasselli di vetro di varia provenienza – piastrelle di vetrocemento, ritagli di lastre da finestre. La tazza del gabinetto, senza coperchio né tavoletta, si trovava in una nicchia rivestita di piastrelle bianche, illuminata dalla fredda luce bianca di un neon. Sul muro al di sopra della tazza era appeso un annuncio funebre, chiuso in una cornice dorata. E questa volta fu il mio turno di protestare “Ma è troppo!”. F., sorridendo, mi invitò a guardare meglio. Lo spesso bordo nero era quello degli annunci di esequie ma, dove avrebbe dovuto esserci il nome del defunto, campeggiava invece il logo di una nota stilista britannica, diventata famosa per aver portato in passerella le provocazioni del punk. Il foglietto dalla grafica macabra era la ricevuta di una delle sue boutique per l’acquisto di un giubbotto di pelle. Souvenir, mi spiegò F., di un viaggio a Londra negli anni Ottanta.

Ripassando per la camera da letto, notai sul lenzuolo una T-shirt ripiegata. Mi ritornò in mente una conversazione con una ragazza fatta anni prima. “È la maglietta che ti avvolgi intorno alla testa per dormire?”, chiesi, in tono neutro. F. si girò verso di me, sorpreso. “Come fai a saperlo?”.

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Fra il 2003 e il 2005 andavo regolarmente a Roma. Avevo una fidanzata e qualche amico. Uno di essi era un ragazzo di origine veneta che lavorava part-time in una galleria, una persona di cui ammiravo l’intelligenza. Fra le mostre recenti della galleria, c’era stata una personale di F. Chiesi al mio amico se l’avesse conosciuto. (A me non era ancora capitato). Certo, mi disse, aveva passato un po’ di tempo con F. E che impressione se n’era fatto? Era davvero il personaggio crepuscolare e un po’ misterioso che si diceva, o era una posa? “C’è, o ci fa?”. L’amico intelligente ci pensò sopra, poi rispose, serio: “C’è; e ci fa, anche”.

Mi sembrò una risposta definitiva. Non chiesi altro.

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Questo testo è stato pubblicato per la prima volta in Flavio Favelli, a cura di A. Salvadori, Mousse Publishing, Milano 2013. Si ringrazia l’editore.

Alcune immagini delle opere di Flavio Favelli si possono trovare qui (in ordine sparso):

https://risorsedidatticheartecontem...

http://www.flashartonline.it/2015/1...

http://atpdiary.com/favelli-grulli-...

http://www.artribune.com/tribnews/2...

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http://atpdiary.com/exhibit/flavio-...

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pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 20 febbraio 2017