W.F.

Teo Lorini



«Quando lo cominciai» scrive Faulkner nell’introduzione del 1933 a L’urlo e il furore «non avevo piani precisi. Non stavo nemmeno scrivendo un libro. In precedenza avevo scritto tre romanzi, con sempre meno facilità, piacere o ricompensa e guadagno. Il terzo lo offrii a destra e a manca per tre anni durante i quali lo portai di editore in editore con una sorta di testarda e sempre più debole speranza di giustificare almeno la carta usata e il tempo impiegato per scriverlo. […] Un giorno fu come se una porta si fosse chiusa in silenzio e per sempre fra me e tutti gli indirizzi e i programmi dei miei editori e dissi a me stesso: Ora posso scrivere. Ora posso davvero scrivere».
Di fronte a tanta purezza, a tanta vicinanza alla ragione della propria arte (nel 1946 Faulkner aggiunse: «finito L’urlo e il furore, scoprii che esiste davvero qualcosa che si può, anzi si deve, definire con l’abusata parola ’Arte’») diventa forse più comprensibile la ben nota avversione a Faulkner che Calvino espresse velatamente a Testori (caldamente invitato, nel 1954, a emendare il poderoso attacco del Dio di Roserio dalle sue accensioni di palese ispirazione faulkneriana) e a Fortunato Seminara in termini aperti e lapidari: «Faulkner mi sta piuttosto sullo stomaco».
Purezza e intensità sono una (non la sola) delle costanti che attraversano questo volume di prose non narrative tradotte (in verità non sempre in maniera scorrevole) da Luca Fusari. La stessa bruciante sincerità con cui Faulkner rievoca la genesi del suo libro più sofferto, pulsa nell’orazione funebre per la centenaria domestica Mammy Caroline Barr come nelle lettere, indirizzate a giornali e periodici, sull’arduo tema della segregazione. Tale riflessione si allarga in Paura, un testo che è assieme denuncia e disamina dei tabù e delle oscure inquietudini che si agitano nell’inconscio collettivo del Sud sino a sovrastare ogni capacità speculativa e a lasciare i suoi cittadini preda di un furore idiota e cieco, come quello che ha guidato le azioni degli assassini di Emmett Till, il 14enne ucciso proprio in Mississippi nell’agosto del 1955 e spesso menzionato in questi Scritti. Paragonando quella furia al coraggio, alla dignità e alla capacità di sopportazione dei combattenti di un secolo prima, Faulkner si domanda: «Cosa ci è accaduto in soli cento anni? Di cosa abbiamo paura?».
E se da un lato viene ribadita la condanna per «lo spauracchio dell’incrocio di razze» e per la vergogna della segregazione (ed è eloquente il fatto che tale precisazione sia parsa necessaria all’uomo che aveva scritto un romanzo come Luce d’agosto), dall’altro Faulkner invoca prudenza, scongiurando le organizzazioni dei diritti civili e i liberali del Nord a non umiliare ulteriormente un territorio già prostrato dalla sconfitta nella guerra civile, al termine della quale il Sud aveva visto prevalere non tanto un sistema politico o una diversa visione etica, quanto e soprattutto un’idea economica. Quello è il varco – Faulkner lo scriveva nel 1956 – attraverso il quale passano le tensioni stritolanti che atterriscono l’uomo e lo riducono in una schiavitù ancora più bestiale e profonda.

William Faulkner, W.F. - Scritti, discorsi e lettere (a c. di James B. Meriwether – trad. di Luca Fusari), Il Saggiatore, pp. 322, euro 22

Una versione più breve di questa recensione è apparsa su «Pulp Libri», n. 88 (novembre-dicembre 2010)








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 6 febbraio 2011