La Pece – parte prima

Tobia Iacconi





Andrà tutto bene. Abbiamo immaginato una Città di petali leggeri, di vetro soffiato, di morbida pelle. Di acque fertili. Di vino balsamico, di tende fruscianti. Abbiamo disegnato una Città ascendente e materna. Una Città di cascate di foglie e vortici di calma. Di nuvole. Di nuvole. Le abbiamo dato nome: HannaH. Abbiamo dipinto l’unica donna che avremmo mai potuto amare, ammesso che ciò significhi qualcosa. Abbiamo scelto per lei le più pregiate tonalità pallide dell’avorio, il nero lucido della pece, l’antica sobrietà della fuliggine. Le abbiamo affrescato la Pelle con preziosi intarsi rampicanti, le abbiamo disegnato occhi lunghi e intelligenti e appuntiti e splendidamente tristi. Poi le abbiamo dato nome: HannaH. Le abbiamo ingiallito i denti e fatto tremare le mani: l’abbiamo esposta al dolore e fatto assaggiare il fervore del nostro Odio: ma, ancora una volta, le abbiamo dato nome: HannaH. La creta calda è fluita fra le nostre mani e abbiamo architettato un giovane mondo iperuranio, lo abbiamo infettato con i sogni e gli incubi e gli eroi dei nostri giorni più freschi e innocenti: un mondo nuovo di soli ricordi artefatti: senza realtà alcuna: più vero del vero: gli abbiamo dato nome: HannaH. Abbiamo prelevato dal centro delle pupille l’inchiostro più viscoso e nero col quale abbiamo riempito il calamaio; poi, con penne di piume di delfino, con mani inesperte e malferme, abbiamo scritto un racconto albino, timido, epidermico: gli abbiamo dato nome: HannaH.

La Placenta, dopotutto, è stata la nostra prima Pelle: non si può forse sostenere che, alla medesima maniera, il Ricordo sia la prima delle narrazioni? E come si può negare che sia, per la maggioranza di noi, la sola e unica? Di certo, perlomeno nelle sue manifestazioni aneddotiche, essa è la più comune, la più popolare; difficile negare che sia la più accessibile: basta, per lo più, lasciar sgorgare i ricordi e ascoltarli al buio. Poco importa che escano precisi, ordinati, cronologicamente esatti e stilisticamente appetenti: a ben vedere, nemmeno noi lo siamo. E poco importa che siano reali o inventati di sana pianta: non abbiamo lo stesso dubbio su noi stessi? Non rappresentiamo forse lo stesso vortice, lo stesso contrasto, la stessa persuasione? Diverranno veri qui dentro, nella voce di carta, nel Teatro Di Klein. Tutto quel dolore nero, il lontano rombare di altri universi e uteri siderali, oscuri, fecondi, la vita e la poesia nasceranno allo stesso modo: il ventre di HannaH, alla fine di questa storia, si schiuderà come un fiore di belacqua. Ne uscirà un amalgama abortito di pece colante e canditi colorati, una meravigliosa macchia di Rorschach: una vita finirà e una morte nascerà: dal loro sacrificio germoglierà un Mondo: un Ricordo: un Racconto. Lasceremo fluire i nostri ricordi futuri e le nostre memorie passate: ricordiamo niente delle nostre vite: delle nostre morti ricorderemo tutto.

La chiave fa sfoggio di suoni meccanici e gira gira nella serratura. Entriamo nella Stanza e accendiamo il Sole, un grossolano lampadone tozzo a risparmio energetico. Si accende a fatica, singhiozzando elettrico. Chiudiamo il portone dietro di noi. Il portone, come imposto dal Coprifuoco, è a tenuta stagna e chiudendosi diviene solida parete, tiene lontani il Freddo e il Buio di Stato. Posiamo le buste della spesa sulla moquette damascata e gli occhi di HannaH brillano di qualcosa che è molto simile al concetto di giallo. Si toglie il soprabito e il vestito, i capezzoli sottili e taglienti, la belacqua giovane arrampicata sul suo corpo di crema, si accende una sigaretta di tabacco ed estrae dalle mutandine un piccolo involucro di carta da zucchero azzurra. Sappiamo già cosa contenga senza aver bisogno di sentirlo da lei. Ci domandiamo piuttosto dove abbia preso quelle mutandine che prima non indossava. HannaH si toglie le mutandine, si mette la vestaglia da notte e dice sono stata dal Presbiteriano. Noi fingiamo di ignorarla e le chiediamo come vuole che le cuciniamo i petti di anatra. HannaH ripete sono stata dal Presbiteriano. Ho preso qualche dose di Ostia. Preferisci che li cuciniamo all’arancia o con miele e aceto balsamico? Ho preso qualche dose di Ostia, ripete lei. Con miele e aceto balsamico, risponde infine. Ho fatto male? Preferisce che li cuciniamo con miele e aceto balsamico. Ho fatto male a comprare l’Ostia? Lo sapevo, non avrei dovuto. Quei soldi sono tuoi, le diciamo recitando un copione, puoi farne ciò che vuoi. HannaH si getta sul letto e si addormenta. Lentamente, con ostinata e perversa precisione, cuciniamo i petti di anatra con miele e aceto balsamico. Usiamo, nell’ordine, dei succedanei chimici di ciò che un tempo sarebbero stati: olio extra vergine di oliva, teste d’aglio, salvia, alloro, vino bianco, succo di arancia, ginepro, bacche rosa, petti di anatra, miele di castagno, aceto balsamico, senape in grani, scorze di arancia, sale nero. Nel silenzio rotto solo dal respiro meccanico della ventola apparecchiamo come ci hanno insegnato i ristoranti lussuosi in cui non siamo mai stati. Accendiamo persino una candela bianca e affusolata che da anni tenevamo in serbo per un’occasione, come si dice, o si diceva, speciale. Tagliamo e impiattiamo in modo esteticamente appetibile, euclideo. Questo è ciò che rimane. Svegliamo HannaH con dei baci sulla fronte. La cena è servita, signorina, le diciamo. Ecco qua, madame, i suoi magret di canard al miele di castagno e aceto balsamico, le diciamo con simulato accento francese, strascicando le ci e scatarrando le erre. HannaH si toglie il sonno dagli occhi con i pugnetti chiusi, guarda la tavola imbandita e, per un attimo, sembra felice. E questo odore di arancia?, chiede. Abbiamo usato anche l’arancia, le diciamo. HannaH arriccia il naso e ridacchia, come a voler dire che sapeva già che avremmo fatto di testa nostra e che avremmo usato anche l’arancia. Il naso le funziona ancora, pensiamo con velato disprezzo, quell’aspirapolvere del cazzo le funziona ancora, pensiamo con disprezzo. Poi avviene che HannaH vede la candela e rimane a bocca spalancata. E quella? Da dove viene quella? La tenevamo in serbo per un’occasione, come si dice, o si diceva, speciale. È il tuo compleanno. È un’occasione speciale. La fiamma pallida della candela le si specchia negli occhi gialli e nessuno, nessuno, in nessun tempo e in nessun mondo ha mai visto qualcosa di più bello. Solo noi. Ora. La facciamo accomodare e le versiamo un vino artificiale nei calici da vino buono dopo averlo inutilmente versato in un decanter. HannaH non ha mai capito niente di vino ma le è sempre piaciuto atteggiarsi da grande intenditrice. Come se esistesse ancora l’uva. Come se esistessero ancora l’agricoltura, i contadini, la pioggia. Mangiamo petti di anatra con miele e aceto balsamico. E la maledetta arancia. Dopo cena HannaH ha voglia di essere scopata e non tarda a esplicitarlo. Apre la vestaglia, allarga le cosce, si lecca due dita e se le infila nella fica. Buon per lei. Buon compleanno. Scopiamo nelle posizioni universali dei missionari e delle pecorelle smarrite. Non ti abbiamo fatto nessun regalo, le diciamo subito dopo. Come no? La candela, dice HannaH passando le dita sulla fiamma tremante, la candela è il regalo. Il più bello che abbia mai ricevuto. Erano anni che non ne vedevo una. HannaH esita e poi dice: è bellissima. Le chiediamo se c’è qualcos’altro che vorrebbe in particolare. HannaH ci sputa addosso fumo marcio di sigaretta di tabacco e dice il silenzio per almeno un paio di minuti. Poi annuisce e dice qualcosa che non ci saremmo mai aspettati. Non da lei, almeno: ci chiede di raccontarle la storia della nostra infanzia. No, diciamo noi. Perché? Perché odi le storie e quindi non rovineremo la tua festa raccontandotene una. Solo metà. La metà di una storia non è una storia? La prima metà di una storia è solo l’inizio di una storia. Mi piacciono gli inizi delle storie. Mi piace immedesimarmi nell’inizio di una storia per poi poterla mollare sul più bello. Proprio nel momento in cui ogni altra persona avrebbe più necessità di continuare. E poi c’è questa candela. Questa candela cambia tutto. Non è vero? Non sappiamo rispondere a questa domanda. HannaH, la sua bellezza innaturale, lei sputa fumo morto di sigaretta di tabacco, manda giù un sorso di vino, si avvicina all’interruttore e spegne il Sole. La Stanza, illuminata solo dalla candela, diviene un luogo completamente diverso. Tremulo. Liquido. In qualche modo, materno. Per il suo compleanno acconsentiamo a raccontare a HannaH l’inizio di una storia: l’unica che conosciamo: la nostra.

Abitavamo una casa di vetro dove tutto era finestra. Eravamo talmente visibili al resto della Città, che era per lo più costruita con pece colante e canditi colorati, da imparare a riporre i segreti altrove. Non sul volto, non nello sguardo. In cucina dei quattro fornelli elettrici ne funzionavano solamente due, quello in alto a destra e quello in basso a sinistra. Il bagno, senza porta, era sospeso tra questo mondo e quello del vapore. Dal cesso la notte sortivano quattro anguille di iuta e nervi arrotolati. Passando dalle orecchie ci venivano a trovare nei sogni e noi, in cambio di protezione notturna dalla Noia, le pulivamo dai residui di escrementi che gli rimanevano appiccicati ai nervi e alle fibre durante il loro viaggio nelle tubature. In fondo, dicevano loro sorridendo, si tratta pur sempre della vostra merda. Tutto quello che sapevamo sulla storia della Città e della Valle ce lo avevano raccontato le anguille di iuta e nervi arrotolati assieme con nostra sorella: le loro storie erano avvincenti e meravigliose e narravano degli eroi e delle creature leggendarie che abitavano i grandi boschi pensili di belacqua, le immense e oscure foreste che si ergevano ai lati della Valle; grazie ai loro racconti i nostri sogni erano eterni e stellati, dovevamo solo addormentarci e – dopo aver aperto, come ci aveva insegnato nostra sorella, un altro tipo di occhi – attendere che lo spettacolo avesse inizio. Inoltre nostro padre, per quanto si sforzasse, non riusciva mai a entrare nei nostri sogni e rovinarli - cosa che invece gli riusciva benissimo per tutto il resto della giornata. La notte era la parte più bella della vita: l’unica interamente nostra: l’unica felice. In casa non v’erano quadri o specchi perché non potevamo bucare il vetro. L’unica cosa appesa alle pareti era un cristo a ventosa di legno giallo, che noi chiamavamo Cristo A Ventosa Di Legno Giallo. Era vistosamente strabico e non sembrava soffrire in maniera eccessiva – ci si aspetterebbe un grado diverso di dolore per quella tortura infernale, le frustate, i chiodi di tetano, la corona di spine e tutto il resto. Una volta il Cristo A Ventosa Di Legno Giallo, vuoi per l’umidità vuoi per porre fine a quella drammatica e secolare sofferenza, si staccò dal muro e rovinò a terra troncandosi un polso; nel raccoglierlo potemmo finalmente analizzare da vicino il piccolo cartiglio posto in vetta alla croce, proprio sopra la sua testa cinta da spine, troppo in alto perché avessimo mai potuto leggerlo: era una sorta di acronimo di quattro lettere: I.K.E.A. La mano gialla gli venne rincollata con del bostik anch’esso giallo e nostra madre e sua madre sospirarono. In casa ci era vietato: bestemmiare; ruttare; scoreggiare; chiuderci a chiave; dipingere i nostri corpi; fare il bagno tutti assieme; strizzare i foruncoli; balbettare; cincischiare; dormire nudi; schioccare la lingua; tamburellare con le dita; dare da mangiare ai sogni; rivolgerci al cristo come Cristo A Ventosa Di Legno Giallo; scaccolarci; dare ospitalità notturna alle anguille di iuta e nervi arrotolati; usare, e persino toccare, il Sabbiatore. Il Sabbiatore era il computer di nostro padre. La stanza più grande e mostruosa della casa era la sala del Sabbiatore di nostro padre, pulitissima e rarefatta. In quella stanza di vetro sabbiato potevamo entrare solo di rado, sempre di giorno, sempre in presenza di nostro padre. Non potevamo, ad ogni modo, toccare il Sabbiatore. Nonostante gli sforzi di nostra madre, che si adoperava per mantenere quella stanza pulitissima e rarefatta, la tastiera puzzava di sborra. O perlomeno questo era quello che sosteneva nostro fratello. Quella stanza, dopo aver spiato una notte, iniziammo a chiamarla Stanza Di Padre Con Cazzo In Mano. Il cazzo di nostro padre era un triangolo isoscele imponente e affilato. Le numerose televisioni, al contrario del Sabbiatore, potevamo e dovevamo usarle. Avevano quattro canali: dentro al primo stavano le facce sorridenti, dentro al secondo i colori alienanti, dentro al terzo i discorsi da grandi e dentro al quarto le tette enormi. Li avevamo chiamati: Dolce Vita, Vertigo, Cemento e Tette Enormi. Un’altra cosa che ci era vietata era parlare di suicidio. Questo perché tutti e quattro i nostri nonni si erano suicidati dopo aver contratto il Contagio. Persino il nostro cane si era suicidato. Il nostro cane. Nostro padre e nostra madre lo chiamavano Buck, ma loro non conoscevano la verità: il cane da passeggio Buck, fedele e ammaestrato pantofolaio pusillanime, era solo una dozzinale copertura. Dietro la maschera sociale del docile Buck si nascondeva, e noi lo sapevamo, il famigerato Capitan Degenero, signore del divertimento e nemico giurato della Noia. Eravamo molto attenti a non insospettire nostro padre, se solo avesse scoperto la verità Capitan Degenero se la sarebbe vista brutta: ci dovevamo limitare a stare al gioco, chiamarlo Buck e fargli fare i soliti stupidi giochi da cane – ma ogni volta che ne avevamo l’occasione gli facevamo l’occhiolino come a dirgli puoi dormire sonni tranquilli Capitan Degenero, conosciamo la tua identità e il tuo segreto con noi è al sicuro. Una volta dovemmo partire per tre giorni e nostro padre lo volle lasciare chiuso in casa. Per un contrattempo che aveva a che fare con la malattia di nostra madre finimmo per stare fuori due settimane. Quando rientrammo in casa il piano lungimirante di Capitan Degenero, e con esso la sua vera identità, si palesò persino agli occhi stretti e stupidi di nostro padre: il Capitano, il suo corpo squarciato ed esploso, giaceva senza vita al centro del salotto. La bocca un tempo obbediente era serrata in un aspro ghigno di sberleffo. Il condottiero era morto, il condottiero era libero. Dal ventre dilaniato erano esplosi litri e litri di escrementi sia rappresi che mollicci, di sangue zampillante, di urina calda. Avevano imbrattato le pareti di vetro, i divani di ricotta, le televisioni ultrapiatte, i telecomandi intelligenti, i tappeti morbidosi, i fiori di plastica. Ma, cosa più importante, gli schizzi erano riusciti a raggiungere il Cristo A Ventosa Di Legno Giallo. Il Capitano, mostrando un ardore e una disciplina senza uguali, doveva essersi trattenuto così a lungo dall’urinare e defecare da arrivare a farsi esplodere come un eroe kamikaze. Nostra sorella, commossa, alzò il pugno sinistro e iniziò a intonare La Ballata Di Capitan Degenero. Nostro padre per tutta risposta la prese per l’interno della bocca e la alzò da terra di diversi palmi. Nostro fratello corse in sua difesa e sferrò a nostro padre un potente e preciso calcio nello stinco. Nostro padre non amava gli ammutinamenti: per tutta risposta lo colpì sulla gola con le grosse nocche nodose, lo afferrò per i capelli e gli strusciò a lungo il grugno sul pavimento, laddove il sangue, la merda e la pipì del glorioso Capitan Degenero, immolatosi per la gag, avevano formato una meravigliosa macchia di Rorschach.


Le illustrazioni sono di Matteo Berton. Un altro leggendario Capitan Degenero.

Appartengono allo stesso universo narrativo, un lungo romanzo iniziato nel 2009, anche questi due racconti:

E torneremo a dibattere, a tempo debito, di Eutanasia

A.R.S.P.O.E.T.I.C.A.








pubblicato da t.iacconi nella rubrica racconti il 16 febbraio 2017