Sorelle stelle

Paolo Cosci, Francesco Brancati












Ogni corpo è una ferita.
Ai margini di cronache qualsiasi
sedimento il vuoto tra le costole l’obesità dei cuori.
Impressiona la geometria piana degli eventi: la storia è asfittica
la poesia no!

***

La poesia muore suicida.
Stempera i groppi più intricati
(frammentandoli solo)
definisce l’ecchimosi di un corpo ferito.

La poesia epica è parziale
il senso tragico lo scopo:
dragare a fondo pare l’urgenza più evidente.

***

L’anima ha un’andatura intermittente
certe volte coagula
certe volte si scioglie.
Nasce così la poesia:
minuscoli frammenti
che nello spazio morto della pagina
cercano unità.

***

Sono come il tonfo sordo delle pine
quando cadono immature
costretto alle miserie più contratte
non sopporto l’arroganza
di chi strofina fiero
il ventre carico di merda
disprezzo le pose refrattarie
l’abbrutimento delle maschere neutrali.
Scalcio profili neutri come il marmo.
Solco le righe gravide della poesia.

***

Sollevati cuore mio
per un ultimo slancio
strofina le ali bianche dal bitume
arpiona la prima stella
per bruciare insieme.






***


Bruciarlo è il meglio. Non lo volendo bruciare, serbarlo come un libro di sogni poetici, d’invenzioni e di capricci malinconici, ovvero come un’espressione dell’infelicità dell’autore: perché in confidenza, mio caro amico, io credo felice voi e felici tutti gli altri; ma io quanto a me, con licenza vostra e del secolo, sono infelicissimo; e tale mi credo; e tutti i giornali de’ due mondi non mi persuaderanno il contrario.
Giacomo Leopardi, Dialogo di Tristano e di un amico, Operette morali

La poesia di Paolo Cosci richiede l’adozione di almeno due accorgimenti preliminari. La prima precauzione invita il lettore che per la prima volta si appresta a conoscere la straordinaria potenza espressiva di questi versi a praticare una volontaria dimenticanza delle discussioni, recenti e meno recenti, gravitanti intorno alla vexata quaestio del rapporto fra poesia e realtà; la seconda – in verità inevitabile corollario alla prima disposizione – consiglia di accogliere e di internamente mimare il tono evangelico e asseverativo dell’autore, distante dalle posture ironico-nichilistiche e in minore di tanta poesia contemporanea. Sorelle stelle, prima raccolta dell’autore, nasce sotto il segno di una forte fiducia riposta nelle possibilità comunicative ed etiche concesse alla poesia, intesa come valore assoluto in grado di congiungere ogni manifestazione fisica, molecolare, dell’esistenza. Ma tale fideistica prospettiva non è una condizione assunta aprioristicamente dal soggetto poetico, una presenza data ingenuamente per scontata fin dal primo componimento; le condizioni minime necessarie alla sua stessa esistenza vengono altresì di volta in volta accertate e, per così dire, vagliate da Cosci lungo un discorso meta-poetico che costituisce, in filigrana, uno dei principali motivi conduttori della silloge, lungo le tre sezioni in cui essa è articolata.
È in particolare la prima sezione, Costellazioni, a contenere diversi componimenti in cui l’esperienza di scrittura poetica diventa essa stessa oggetto della rappresentazione: in una dolorosa circolarità temporale, che tanto deve alla frequentazione dei Canti leopardiani, l’io trapassa «milioni di anni decine di epoche», lungo «un viaggio a perdita d’occhio / tra le fessure d’epoche troppo trascorse», alla ricerca della sua «parola […] che non invecchia». L’assoluto rigore con cui Cosci porta avanti tale «azione sotterranea» impone, in Costellazioni, la presenza di un io lirico assolutamente centrale, dalle cadenze bibliche e monologiche, che si erge solitario al centro del discorso poetico, piegando anzi la stessa realtà a lui intorno verso una particolare forma di interrogazione etica della cronaca (A Stefano Cucchi morto di carcere), della storia (Decifrare le alchimie della memoria), della natura (Al tramonto l’orizzonte ti obbliga alla resa) e, come dicevo, delle stesse verifiche minime di possibilità di esistenza della poesia e quindi del mondo.
«La rivoluzione soffocata di un solista» di Cosci trova forma e sostanza in una radicalità di pensiero tale da indurre il lettore a una misinterpretazione della componente ideologica sottesa al discorso poetico. Lo sfondamento dei piani spaziali e temporali – «la geometria piana degli eventi» – porta infatti il poeta ad affermare che «la storia è asfittica / la poesia no!», in uno spazio «vuoto», dove «ogni corpo è una ferita. / Ai margini di cronache qualsiasi». Ma un tale giudizio di fronte alla storia, personale e collettiva, può correre il rischio di essere inteso come un ermetico ritrarsi del poeta di fronte a una realtà che rifiuta la poesia e «i suoi figli purosangue». Ritengo tuttavia che il discorso di Cosci sia in realtà proteso verso tutt’altra direzione, volto a elaborare una neutralizzazione delle consuete categorie spazio-temporali (e, si vorrebbe, a questo punto anche logico-argomentative), attraverso una disamina del male, storico e biologico, da condurre con il bisturi della poesia: «la poesia epica è parziale / il senso tragico lo scopo: / dragare a fondo pare l’urgenza più evidente». Che tale sia il principale versante lungo il quale si muove la scrittura di Cosci trova d’altronde conferma nella seconda sezione della raccolta, La donna e la bestia. È questa, a parere di chi scrive, la zona del libro in cui l’autore maggiormente dispiega la propria maturità compositiva e stilistica, attraverso l’impiego di versi dalle misure perlopiù canoniche e di un periodare paratattico e dichiarativo che intende puntellare la materia osservata con alcuni stralci di realtà oggettiva, cronachistica, secondo la prospettiva di un io lirico memore forse di quel filone della lirica europea del Novecento che, con un termine, insieme riduttivo e ridondante, si è soliti indicare come “poesia della Shoah” (Nelly Sachs su tutti).
La malattia che aveva accompagnato il soggetto poetico in Costellazioni – «anche la poesia è una forma di nevrosi» – viene adesso dilatata dall’incontro con due figure, la donna e la bestia, che non sono (questa sarebbe stata probabilmente la scelta tecnica più immediata e semplice da compiere) metafore o allegorie – secondo l’impostazione impiegata nella poesia moderna a partire dalla triade Baudelaire-Lautréamont-Mallarmé – bensì veri e propri procedimenti di impostazione figurale del discorso, tramutazione in carne del discorso poetico condotto in Costellazioni, a metà fra sapienza scritturale e gnosi teleologica. Il processo maieutico attraverso cui la poesia decifra il reale passa adesso dal corpo e dalla voce della bestia («Radici divelte argini rotti canto / trabocca canto / è il verso ottuso della bestia / s’aggira scorticando / polpa di carne e poesia»), la cui entelechia negativa raggiunge il massimo compimento quando la sua figura viene a congiungersi con quella del soggetto poetico e della donna, attraverso la fisicità bulimica dei corpi: «Con la devozione della bestia / ho celebrato il tuo corpo palmo dopo palmo / ho spalancato gli antri più ottusi / con colpo ruvido di lingua / domine dio domine dio / il tuo godimento raddoppiava il mio!».
In un progressivo movimento di sfondamento dei piani e di fusione il lettore viene guidato a conoscere, passo dopo passo, la dolorosa topografia della bestia e della donna attraverso la comparazione fra l’atto della donna e quello della bestia: «Il bacio della donna è delicato / l’eccitazione sale / lentamente / e più dell’atto in sé / è bella la carezza. // Il bacio della bestia / è un trapano che divora gole / che logora le carni / e se ne libera». In questi versi, vicini alla lingua violenta di Ivano Ferrari, Cosci riesce a evitare la palude del Grand-Guignol cabarettistico-patetico grazie a una strutturata alternanza di luci e ombre, di dolore e tenerezza, sino a giungere alla similitudine (in Quando la bestia è sconfitta) che propizia l’imminente processo di identità fra la donna, dantescamente identificata come il nucleo puro della lingua e della realtà, e la bestia, abisso e orrore, residuale e necessario alla purezza. Il momento culmine della sezione e, in fondo, dell’intero libro descrive il luogo di provenienza del dolore («C’è la donna nel cuore della bestia / è di cristallo il cuore della donna / è immobile il cuore della donna / il cuore della bestia macina») e prepara il terreno a Meteore, terza e ultima sezione della silloge, ritrovando l’impensabile-vuoto-solitudine, l’impensabile-morte-dolore e l’impensabile-amore-poesia dell’«universo immobile» nel «cuore immobile della donna» che «frammenta gli atomi / tratteggia le scie delle meteore: / vena il firmamento di costellazioni».
La terza parte del libro della memoria di Cosci definisce allora un punto di non ritorno per l’io lirico, liberato adesso dai connotati di genere e numero che determinavano il suo percorso di conoscenza e di decodifica della realtà («sono distesa sono radura buona da mangiare») e diventato esso stesso una “sorella stella”, frammento di natura e pulviscolo cosmico nella desolata solitudine spaziale: «Ha il passo breve di un orgasmo / lo slancio immaginifico dell’anima / molecole uncinate a altre molecole / per sentirsi un istante meno sole». L’annullamento dell’io lirico, tuttavia, non coincide con l’apertura verso una qualche possibilità di salvezza panteistica; gli elementi naturali e fisici, la poesia e la stessa esperienza umana raggiungono l’impalpabilità scura delle stelle per ricevere conferma, alla fine del viaggio, dell’imperscrutabile indifferenza della materia a qualsiasi tentativo di rivalsa del soggetto: «È l’abbandono l’ultimo a morire / l’indifferenza plastica del cielo ⁄ del suono vitreo delle foglie / spacca l’aria il volo isterico delle rondini / dei jet sospesi che fingono una scia. / Ma è vuoto – non esiste / l’universo: bolla d’aria / che lentamente mi divora».
Pur nella radicalità ideologica e di pensiero di alcune soluzioni stilistiche esasperatamente marcate (l’ipertrofico utilizzo della prima persona – specie in Costellazioni – e alcune pulsioni descrittive che ricordano, fuori contesto, il teatro di Sarah Kane) Sorelle stelle è un libro maturo e sapientemente composto, ricco di corrispondenze e di alchimie interne (i legami tra prima e terza parte) che impreziosiscono l’esperienza di una poesia che propone una concreta postura lirica, alternativa a tanta poesia difensiva e riduzionistica di questi tempi.

Francesco Brancati





In alto: Gregory Crewdson, Untitled (Pregnant Woman), 2001








pubblicato da r.gerace nella rubrica poesia il 14 febbraio 2017