Il gaucho insopportabile

Andrea Bajani



La prima volta che El gaucho insufribile fu pubblicato Roberto Bolaño era scomparso da poco. Era il 2003. Leggenda vuole che l’avesse portato a mano a Jorge Herralde, il suo editore spagnolo, due settimane prima di morire. Si trattava di cinque racconti e due conferenze narrative sulla letteratura. Dato il frangente, fu impossibile, all’uscita, leggere senza una profonda emozione il testo intitolato “Letteratura+malattia=malattia”. In quelle pagine Bolaño diceva due cose: la prima era che stava per morire. La seconda era che “scopare è l’unica cosa che vogliono quelli che stanno per morire”. Ma i cinque racconti erano bellissimi, tra i suoi migliori in assoluto, e dunque si parlò molto anche di quello. Erano una specie di best of. C’erano dentro i poeti teppisti conosciuti nei Detective. C’era Il poliziotto dei topi, un piccolo capolavoro kafkiano, un classico istantaneo. E tornava l’idea della poesia come sabotaggio incondizionato, i poeti come tipacci candidi e visionari. Come Jim: “Che cos’è la poesia, Jim|, gli domandavano i bambini mendicanti a Città del Messico. Jim li ascoltava guardando le nuvole e poi si metteva a vomitare. Lessico, eloquenza, ricerca della verità. Epifania. Come quando ti appare la Madonna”. Era il 2003, in Italia usciva per Sellerio nella traduzione di Maria Nicola, con il titolo Il gaucho insostenibile. E 2666 era un’opera nota soltanto per sentito dire.

Dopo tredici anni torna adesso, e per forza di cose è un altro libro. Si intitola Il gaucho insopportabile, lo pubblica Adelphi, e lo traduce Ilide Carmignani, che libro dopo libro compie una vera e propria impresa. (A cui si aggiungerà, in primavera, finalmente, la traduzione per Sur di un primo volume delle poesie). Roberto Bolaño nel frattempo è diventato una star con pochi pari, in virtù anche di quel monstrum, 2666, che di pari ne ha davvero pochi al mondo. Come si fa a compiere quel gesto immane?, ci si chiese quando arrivò come un meteorite sulla scena letteraria. Dove si trova, in natura, una forza simile, da quali profondità può prorompere un’opera così indomabile?, ci domandammo tutti quando ci entrammo dentro rischiando di non uscirne più. Non si trattava di misure, non era la lunghezza quello che colpiva – per quanto in sé non fosse certo irrilevante. Era la sua natura a sbalordire. E quella postura senza compromessi. La conoscevamo già, ma mai come in 2666 l’eruzione di Bolaño era stata sorgiva; spettacolare e disperata. Mai come allora ci eravamo spaventati.

Tutte quelle domande adesso trovano, se non una risposta, almeno una pista da seguire in quella conferenza dedicata alla relazione tra letteratura e malattia, che Roberto Bolaño inserì dentro Il gaucho insopportabile. In ospedale per un controllo (“La visita, inutile dirlo, era andata male, malissimo: il mio medico aveva solo brutte notizie”), Bolaño racconta di essersi trovato in ascensore con una dottoressa e due lettighe. “Mi domandai cosa sarebbe successo se le avessi proposto di fare l’amore con me nell’ascensore, il letto non mancava”. Chi sta per morire vuole solo scopare. Come chi sta in galera, aggiunge, o in ospedale, oppure è ferito gravemente. “Persino i morti, ho letto da qualche parte, l’unica cosa che vogliono è scopare”. La morte, sembra dire Bolaño, quando si avvicina fa sprigionare la vita al suo stadio naturale. A contatto con la morte, la vita erompe come un geyser dal centro della terra. Nulla potrà mai addomesticare quello che in natura è informe e incandescente. Ecco che cosa è la letteratura per Bolaño, e fosse anche solo per questo varrebbe la pena di leggere Il gaucho insopportabile. La letteratura è scrivere rischiando la vita a ogni riga, scrivere sul ciglio dell’abisso, seduti sulla bocca del vulcano, con la distruzione che ribolle sotto i piedi. In mancanza di quello, in fondo, meglio dedicarsi ad altro. Per Bolaño sarebbe stato impossibile, scrivere era arrivare a pochi metri dal morire, con grazia e con disperazione, ma senza mai sottomissione. “Mi dibattevo (…) fra la possibilità di chiedere a quella dottoressa piccola di statura, quasi una bambola giapponese, di fare l’amore con me o almeno di provarci, e la possibilità molto concreta di scoppiare a piangere all’istante”.


Questo articolo è uscito su “Repubblica” il 22 gennaio 2017.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 13 febbraio 2017