Sesso, sesso, sesso: la scena del bar

Tiziano Scarpa



Suggerisco di non perdere l’intervista rilasciata da Piera Degli Esposti a Concita De Gregorio per la serie Cosa pensano le ragazze di RepubblicaTV. Mette al centro della sua vita una cosa. Indovinate quale.

In otto minuti di pacate rimembranze, fra le (poche) altre cose dice: che voleva sposare suo padre; che nella vita il suo sommo piacere è consistito nel momento della conquista amorosa, dopo di che l’uomo sedotto perdeva interesse; che era attratta da uomini imprendibili, inaffidabili; che ne ha conquistati ottanta; di questi, due o tre l’hanno fatta soffrire; che ha avuto fantasie sessuali su Robert Mitchum da quando aveva quattordici anni, finché non l’ha conosciuto e amato; con poche parole ci lascia intendere che Mitchum aveva un cazzo che sapeva dare soddisfazione, e che lei i suoi orgasmi più acuti li ha vissuti con lui, tanto che, ripensandoci, avrebbe voluto appartenergli (in questo ostenta anche di avere avuto la capacità e il talento di realizzare una fantasia adolescenziale, andando a letto con l’uomo dei suoi sogni di ragazzina, un’esperienza che pochissimi hanno il privilegio di vivere, in un’epoca in cui prima o poi gli animi di tutti vengono infestati di desideri per le icone dei media). Degli Esposti indugia in qualche svolazzo rosaceo solo quando si concede la rievocazione del primo bacio, la lingua del ragazzo che sapeva di caramella; la nota falsa arriva quando dice che da allora lei ha avuto un costante bisogno di caramelle. Ma, a parte pochi poetismi di questo tipo, espone con tranquillità una vita completamente alla ricerca della conferma del proprio essere al mondo attraverso il sesso.

Questa placida, spaventosa confessione riesce a far intuire come dev’essere il destino di una bella ragazza, dover fare i conti con la passività erotica, l’essere desiderate, commentate, guardate con bramosia; e tutto questo in un secolo, il Novecento, in cui le donne hanno messo radicalmente in discussione proprio lo scambio di poteri che si attua in quegli sguardi bramosi; il gioco di forze, il modo in cui le donne si sono sottomesse o hanno sfruttato quel tipo di sguardi. È questo che mi ha impressionato: il tono, la tranquillità, l’improntitudine, la nostalgia con cui Piera Degli Esposti ammette di essersi tuffata in quegli sguardi maschili sfacciati, di averli ricercati, suscitati, e poi rimpianti. Di avere trovato in loro il suo «sì», un sì «molto grande; un sì forte»: la sua felicità l’ha vissuta in questo tipo di istanti, di momenti apicali – conquistare un nuovo uomo; essere desiderata in pubblico – visto che per la conformazione della sua anima le era impossibile trovarla nella durevolezza e nella continuità degli affetti.

Degli Esposti coagula efficacemente tutto questo in una specie di archetipo novecentesco: la scena del bar [1]. È estate, una ragazza cammina per la strada, senza ancheggiare, non ne ha bisogno, è sicura di sé, si avvicina ai tavolini all’aperto, sente i commenti dei ragazzi seduti, molto espliciti: «i ragazzi mirano già da lontano chi sta arrivando. [sorride] E cominciano i ringraziamenti alla madre, alla natura, cosa mi farebbero…». La scena del bar è tutta qui. E ha un corollario: gli anni passano, e arriva il giorno in cui è come se gli uomini non ti vedessero più, non si accorgono più di te. Non esisti più sessualmente; non esisti più. «Quando cade questa attenzione, non ti vedono più». La verità, dice Piera Degli Esposti, non te la dice lo specchio; te la dice il bar; che è «una moltitudine, come fosse uno stadio, un piccolo stadio».

Ho notato che le donne, verso l’ottantina, tendono a raccontare in società con spregiudicatezza spesso un po’ spiazzante le loro esperienze sessuali. È come se dopo una vita di discrezione la commedia dell’ipocrisia non avesse più senso. A ottant’anni, signore che prima negavano o sorvolavano diventano improvvisamente indecenti; anche perché forse si divertono a scandalizzare. Dicono tutto. Dicono che alla fine, ciò che conta nella vita è con quanta gente hai scopato, con quanti uomini sei andata a letto. Questo mi era già capitato di sentirlo dire apertamente da alcune ottantenni. Quel che mi ha fatto impressione, in questa intervista, è che una donna di fatto dichiari che il conferimento di senso, nella vita, glielo abbia dato la scena del bar, il pubblico di cazzi duri parlanti, l’approvazione verbale che sale alla bocca dal desiderio inguinale di farti la festa; al punto che l’intervista si chiude sulla soglia di un dubbio sovversivo: con ammirevole coerenza, Piera Degli Esposti si domanda se, tutto sommato, non abbia scelto di recitare a teatro proprio per dilatare questa approvazione sessuale. Per rivivere e far durare il più possibile la scena del bar: «Non vorrei pensare che ho fatto l’attrice per riconquistare il bar».





[1] È una scena che non può non richiamare alla mente la celeberrima foto di Ruth Orkin American Girl Walking in Italy, del 1951. Ed è interessante come la stessa modella protagonista della foto ne abbia rovesciato la tradizionale lettura, che vedeva nell’immagine di quella ragazza disagio e timore, dichiarando al contrario di avere vissuto un momento esaltante, nell’“attraversare a piedi un mare di uomini”: «It’s not a symbol of harassment. It’s a symbol of a woman having an absolutely wonderful time! I clutched my shawl to me because that sheaths the body. It was my protection, my shield. I was walking through a sea of men. I was enjoying every minute of it». Una dichiarazione rilasciata a 83 anni...





pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 12 febbraio 2017