Horror?

Maria Antonella Galanti



Mi disturba sentire definire Shining un horror, come invece si fa di solito riconducendo a questa categoria un film che mette in scena la rappresentazione dei nostri peggiori incubi. L’orrore è relativo, infatti, a qualcosa di alieno e cattivo che s’insinua subdolamente nella quotidianità buona, ma Shining, che ho rivisto al cinema in versione digitalizzata, è l’esatto opposto poiché è un film su quello che Freud aveva denominato “il perturbante”. Cioè sulla paura più profonda che possiamo provare e che è relativa a ciò che ci è familiare e improvvisamente acquista una luce sinistra che ce ne mostra un volto fino ad allora nascosto. E’ lo stesso Kubrick a dichiarare di avere preso a ispirazione il breve saggio di Freud del 1919 e il film sembra infatti realizzarne una vera e propria traduzione multimediale.

Il tema del doppio, della paura del proprio sosia o replicante, centrale nel saggio di Freud, è incarnato dalle sinistre gemelle, ma anche dall’amico immaginario, Tony, e dall’identificazione improbabile in una stessa persona del protagonista dell’oggi e di Grady, l’assassino del passato che rivive in lui. E ancora: la confusione tra animato e inanimato propria dei disturbi psichici gravi e infine lo shining, la "luccicanza", ovvero la conoscenza empatica o se vogliamo telepatica, sono entrambi elementi presenti nel saggio di Freud. Ecco che si spiega il costante tradimento dei cliché del genere horror a partire dal fatto che l’incubo si realizza di giorno, in piena luce e la salvezza di notte, e che i personaggi del male sono gli stessi che incarnano il bene. La famiglia, gli affetti più intimi, possono rappresentare il pericolo più angoscioso, e non possiamo essere certi di niente, di nessun legame contrabbandato come sacro.

Perturbanti sono i segreti della camera dei genitori, perturbante è la smorfia di disgusto, di odio o di rabbia nel volto di chi credevamo ci amasse mentre ci guarda con occhi sconosciuti e dalla sua bocca escono parole che mai ci saremmo aspettati.

Perturbante è il tradimento della fiducia riposta in qualcuno, la sua menzogna, la scoperta inquietante del Jekyll che si nasconde dietro un qualsiasi Hyde nostro amico, genitore, figlio, marito, amante, fratello.

Kubrick ha spesso affermato che è un errore tradurre un film in concetti mentre lo si guarda e che bisogna, invece, sentirlo. Riguardando Shining mi è sembrato di capire meglio come mettesse in atto questa sua convinzione nelle scelte di regia.

Si vede, per esempio, dall’uso e dalla scelta della musica. Shining non sarebbe Shining senza la sua colonna sonora: il tema del Dies irae iniziale, che commenta l’inerpicarsi della microscopica macchina con il suo insignificante carico umano su per paesaggi aspri e gelidi; e poi e soprattutto Bartòk, Penderecki, ma anche l’amato Ligeti. Musiche ritmate, incalzanti, ossessive, legate ai timbri bassi che vibrano nel profondo delle viscere e corrispondono ai primi suoni che pronunciamo, quelli gutturali. Il labirinto, del resto, è il luogo reale e metaforico presente in tutto il film e riconduce anch’esso alle viscere e alla loro profondità sconosciuta.

Ho rivisto il film in versione originale con i sottotitoli e la voce del protagonista si è rivelata una sorpresa, benché il doppiaggio di Giannini, nella versione italiana, sia esemplare. Ma la voce di Nicholson, mentre nel buio della sala me ne lascio avvolgere incantata, mi pare attaccata alla sua pelle, a quel suo volto che diventa demoniaco, a quella sua lingua che si muove tra i denti in una bocca che allude continuamente alla possibilità di mangiare la carne della sua carne come nei miti antichi, come Crono con i suoi figli.

Cannibalismo e amore sono ibridati nell’incapacità degli assassini seriali di travalicarne l’aspetto letterale, di farne metafora di impossessamento. Sì, Jekyll e Hyde: è la solita vecchia storia del bene e del male e dell’incapacità di tollerare che un po’ dialoghino, che un po’ si mescolino rendendoci umani, cioè limitati e imperfetti. E’ quel volersi mostrare puri e altruisti a tutto tondo, eroici nella propria generosità spinta all’inverosimile, incapaci di palesare una critica, un momento di intolleranza verso le ingerenze dell’altro che fa sì che alla fine tutte le tensioni aggressive represse esplodano all’improvviso. Ecco che una maschera orrifica prende il posto del volto amato, ecco che un ghigno si sostituisce al sorriso consueto che ci accoglieva quando entravamo in una stanza o che ci consolava quando avevamo una preoccupazione. Ecco lo sguardo che si fa torbido, gli occhi iniettati di sangue, la voce che si fa viscerale e bassa, oppure che si deforma in un falsetto grottesco, artificioso e spaventevole.

Tutto è congelato, alla fine, immobile e al confine tra la vita e la morte come nella favola della bella addormentata; e come accade quando non riusciamo più a viaggiare dentro di noi e a contattare i nostri desideri, accettando la complessità contraddittoria dei sentimenti che proviamo.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica cinema il 8 febbraio 2017