Pennac parla di Moresco

Laurent Lombard



Inaspettatamente, alla fine dell’estate, la casa editrice francese Verdier, che pubblica le traduzioni dei romanzi di Antonio Moresco nella prestigiosa collana Terra d’Altri, riceve una lettera dagli organizzatori della Foire du Livre di Brive-la-Gaillarde, uno dei saloni del libro più importanti di Francia, giunta alla sua 35° edizione. L’autore francese, Daniel Pennac, presidente di quell’edizione, desidera personalmente avere come invitato lo scrittore Antonio Moresco.

L’incontro si svolge il 5 novembre alle 15.00, in presenza dello stesso Pennac e di Fabio Gambaro, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi. Come per le altre presentazioni (finora più di 50 in tutta la Francia) accompagno Antonio Moresco. Ci ritroviamo tutti alle 14.45 davanti alla sala dove avverrà la presentazione. Ricordo quanto io e Antonio siamo rimasti stupiti dall’immensa fila in attesa, centinaia di persone. Poi finisce l’incontro precedente al nostro e dentro l’aula nessuno del pubblico che vi assiste si alza per uscire. Noi entriamo per salire sul palco, quando si sente di colpo un gran vociare levarsi dalla folla che aspetta e che non può entrare perché non ci sono più posti per via del pubblico che non è voluto andare via. Assistiamo allora a una scena incredibile: Pennac prende il microfono per pregare il pubblico seduto in sala di lasciare il posto a chi sta aspettando da tempo per assistere al nostro incontro. Ma nessuno si muove. Fuori, il baccano è ancora più forte. La gente urla: “Lasciateci entrare!” L’unica soluzione è cercare di convincere il servizio d’ordine ad accogliere dentro quelli che stanno facendo la fila, contro tutte le norme di sicurezza. Di fronte alla pressione della folla, il servizio d’ordine non può fare altro che accettare.

L’incontro inizia. A questo punto succede qualcosa di incredibile, di magico. Moresco e Pennac non si conoscono, prima del colloquio si sono scambiati solo le consuete frasi di cortesia. Eppure, quando Pennac inizia a parlare con entusiasmo dei libri di Moresco, le sue parole sono come un riconoscimento, un abbraccio. Naturale. Sono testimone di un atto di fratellanza tra scrittori che, nonostante la loro diversità, si sentono accomunati da qualcosa di ancestrale, di primitivo. Un abbraccio tra chi sa che la letteratura è viva e forte e che, in quanto tale, può riunire le vite, può irradiare, può creare incontri, fratellanze, e sfavillare nel mondo. Purtroppo quella discussione è andata persa, perché non è stata registrata.

Ho rivisto Pennac qualche mese dopo, a Parigi, in occasione di una manifestazione su Carlo Emilio Gadda e, durante la cena, ha parlato ancora di Moresco.

L’ho sentito qualche settimana dopo, il 12 gennaio, alla seguitissima trasmissione televisiva “La grande librairie”, dove era invitato d’onore in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo Ils m’ont menti, primo volume del Cas Malaussène. E anche lì ha parlato di Moresco, dopo il reportage sulla libreria “La promesse de l’aube” a Autun dove alla domanda “Quale libro ha cambiato la sua vita?”, Arnaud Buissonin, il libraio, risponde:

La lucina di Antonio Moresco, perché è una delle più belle evocazioni dell’infanzia che io conosca”.

Subito dopo, sul set, Pennac ribadisce a proposito del libro:

“E’ magnifico! Moresco è l’uomo di un’opera magnifica, straordinariamente concentrata, del tutto atipica”.

Ho rivisto Daniel Pennac a casa sua, alla fine di gennaio, e parlava ancora, con calore fraterno, di Moresco, esprimendo agli altri ospiti la sua meraviglia per la scoperta de La lucina e di Fiaba d’amore. Ho sentito nelle sue parole il perdurare di quell’abbraccio cominciato a Brive, e allora gli ho chiesto di concedermi un’intervista per trascrivere le sue parole, stavolta, perché potessero rimanere. La sua disponibilità è stata immediata. Due giorni dopo, il 27 gennaio, prima di un familiare e festoso pranzo a casa sua, mi fa salire nel suo ufficio. Si siede su una poltrona, dando le spalle alla vetrata che corre lungo la parete e che dà su un vasto cortile. Mi siedo vicino a lui. Beve il tè. Sulla sua scrivania, uno dei libri di Moresco. Sorride, scherza. Poi mi dice che è difficile parlare di Moresco… Io lo so bene, ma so anche che è proprio parlando di Moresco che si riesce a parlare di Moresco. E infatti, all’improvviso, vedo lo sguardo di Pennac perdersi, fissarsi, concentrarsi. Lo scrittore comincia a evocare le sensazioni provate nel leggere Moresco, con la sua voce piena di intensità, di generosità.

Riproduco qui sotto, in versione italiana, il flusso monologante dello scrittore Pennac sullo scrittore Moresco. Mi è sembrato opportuno mantenere anche nella traduzione l’immediatezza e la vivacità dell’orale, perché non andasse perso lo slancio discorsivo del magnanimo Pennac e perché si potesse ritrovare la munifica musica delle sue inaspettate parole. (L.L.)

“Non sono un lettore critico. Mi spiego: non sono un lettore critico nel senso che, quando entro in un libro, non lo metto mai a distanza. Non leggo per scrivere su una rivista o per distribuire premi letterari. Non leggo per costruirmi un’opinione su un libro. Sono un lettore quasi infantile, che legge non per afferrare il libro ma per venirne afferrato. Il che capita comunque molto di rado.

Ci sono due tipi di motivi per non portare a termine una lettura: il sentimento del già letto e già visto, dello stereotipo, qualunque sia la natura dello stereotipo, e, all’opposto, quello di una novità troppo grande, di una resistenza assoluta. Nel primo caso mi autorizzo a buttare via il libro, nel secondo a riporlo nella mia libreria aspettando di crescere fino a lui. Succede: ci sono libri che, a maturità raggiunta, hanno smesso di resistermi. Ad esempio, la prima volta che mi è capitato sotto gli occhi Sotto il vulcano, non l’ho letto per esteso, l’ho scaraventato nella libreria e ho aspettato di poterlo raggiungere. È una cosa sconcertante. È come un appetito che metti in stand by.

E poi ci sono gli incontri. Quando ho letto La lucina, c’è stato un incontro, immediato, con una cosa assolutamente nuova, mai letta prima, non catalogabile. È stato questo a colpirmi di primo acchito. Una narrazione quasi arcaica, un po’ come quella delle favole popolari che iniziano con «C’era una volta». Questo mi ha colpito. Mi sono detto : nel nostro universo che si dà arie di raffinatezza, ecco qualcuno che entra direttamente in un racconto e te lo presenta, da subito, in modo primitivo, come un racconto che potrebbe cominciare con «C’era una volta». D’altronde è esattamente così che inizia il secondo libro di Antonio Moresco che ho letto, Fiaba d’amore. Questa è la mia prima impressione.

La seconda cosa che mi ha colpito quando sono entrato ne La lucina, è stata che gli elementi del racconto ti vengono presentati senza nessuna leziosaggine. Nessuna. Come se entrassi insieme, simultaneamente, nella stranezza e nell’evidenza. È molto curiosa questa sensazione che ho provato. Con questo libro sono stato da subito catapultato, no, piuttosto aspirato, attratto, in una stranezza ben precisa. E la stranezza ben precisa è il sogno. Entri in un sogno, ma un sogno estremamente preciso, particolareggiato, lucido, che ti attrae in un racconto che all’apparenza più realistico non si può, mentre sei in una dimensione di sogno. Certo, il racconto è strano, certo, questa lucina, certo, questo ragazzino che poi si rivela un ragazzino di un altro tempo... Ma non è la narrazione in sé che dà questa sensazione di sogno, è questa specie di tono, questa evidenza misteriosa che c’è nel tono. D’accordo, a questo punto sei portato a pensare che la natura del libro sia onirica, invece non sta lì il sogno, sta nel modo in cui tu lo segui. E quando tu ci sei, quando sei nel flusso narrativo, potrebbe finire lì. Presso chiunque finirebbe lì. Con Moresco non finisce lì. Non si può neppure dire che cominci lì. No, comincia proprio all’inizio, quando sei stato aspirato da questa scrittura. Si comincia davvero proprio all’inizio. E la scoperta di questo ragazzino, che in una narrazione comune sorprenderebbe il lettore, qui è poco più di un ulteriore gradino in un racconto che s’innalza, che non la smette mai di innalzarsi, che s’innalza verso una metafisica. E ancora... D’altronde, in fondo, verso che cosa s’innalza? E proprio questo è assolutamente straordinario, vertiginoso, magnifico: questo rifiuto che non è neppure un rifiuto, questa capacità naturale di non avere limiti. È illimitato, non ci sono confini. Così è Moresco. Non vi sono recinti. Non è circoscritto da niente. Né narrativamente, né ideologicamente, né filosoficamente... non è proprio circoscritto da niente. Ecco, una specie di cosmo infinito. Fiaba d’amore, Gli incendiati, da questo punto di vista, sono assolutamente meravigliosi perché oltrepassi in continuazione i limiti.

A questo punto, vedi, se fossi un critico potrei fare riferimento al surrealismo. Invece no, non si può. Perché c’è in Moresco una specie d’innocenza narrativa, non nel senso infantile della parola, un’innocenza vera, metafisica, nel senso di una purezza. Ed è strano. Ed è meraviglioso. E, quando non sai chi è Moresco, è molto impressionante. Ma può fare luce sull’opera l’essere a conoscenza di tutte le difficoltà e colpi che ha subito l’autore? Secondo me, no. E questo è interessante. C’è in quest’uomo una potenza d’innocenza narrativa, una capacità a non lasciarsi circoscrivere da nessun limite. È una libertà enorme!

Sono ovviamente scandalizzato da tutte le traversie editoriali da lui subite, ma comunque la cosa non mi sorprende. Gli editori sono vigliacchi. È curioso, ma in loro c’è vigliaccheria. Se un editore fosse un lettore normale, come lo sono io, Moresco non avrebbe mai avuto difficoltà a farsi pubblicare. Ma l’editore è un lettore referenziale. È anzitutto culturalmente referenziale, ed è poi comercialmente referenziale. Si fa un’idea di quel che funzionerà e, facendosi un’idea di quel che funzionerà, si dice che Moresco non funzionerà di certo. Perché non assomiglia a niente. E se per giunta l’editore è uno stronzo, allora è peggio. È pericolosissimo per gli stronzi questo tipo di libertà alla Moresco. Quando uno scrive, ha la fortuna di non condurre una vita d’impresa, ma il mondo letterario è un’impresa. Immaginare una libertà di spirito come quella di Moresco imprigionata nei vincoli della vita dell’impresa letteraria sarebbe una cosa da crepacuore. Nonostante ne abbia probabilmente sofferto molto, quanto gli è capitato è stata per lui una benedizione.

Moresco è un caso assolutamente singolare. Quasi sbalorditivo. Sarebbe anche totalmente sbalorditivo se non ci fosse un filo narrativo. Ma c’è. È come quei corrimano che vengono messi sui dirupi affinché lo scalatore, se non è un professionista, afferri la fune, perché sotto c’è il precipizio. Lo scalatore professionista che scalando gira le spalle al mondo è uno come Erri de Luca per esempio.

A me piace seguire la fune, e non la mollo. E in Moresco il racconto mi produce questo effetto, di fune, per cui appunto non ti lasci stordire, sei stordito lo stesso, ma sei tenuto e ti tieni a questa fune, al filo del racconto. A un certo punto c’è anche una forma di curiosità abbastanza divertente, quando si legge Moresco. Ti dici: ma cosa sta per inventare, dove mi porterà adesso questo racconto, quale nuova frontiera sta per oltrepassare? E questo è assolutamente singolare. Non ho mai avuto prima questa sensazione. Salvo, forse, quando ero ragazzino, leggendo le fiabe, ma alla fine le fiabe sono circoscritte: la figlia del re, cacciata in esilio dalla matrigna, trova comunque il principe azzurro... Mentre con Moresco ti ritrovi in una fiaba, tra l’altro assolutamente realistica, che ti porta in un’infinità di racconti possibili ma che non ti annega. Perché potrebbe essere una cosa gratuita, e tu ti potresti dire: va bene ho capito, è gratuito, queste associazioni di idee sono una cosa gratuita. Invece non è così, perché c’è precisamente questo filo del racconto a cui il lettore si aggrappa. Quando ho letto La lucina mi sono anche sorpreso a leggere rallentando la mia lettura. È incredibile questa sensazione, di credere che sei in un testo quantitativamente enorme, anche se il volume è brevissimo. Di leggere un romanzo enorme. C’è come un’illusione ottica. Ti dici che sei in una cosa gigantesca mentre, quantitativamente, stai in un piccolissimo racconto. È lo stesso con Fiaba d’amore...

È assolutamente singolare questo. È l’incontro, nella mia vita - e non ce ne sono stati poi così tanti - di un libro, di un autore, assolutamente singolari. Non assomiglia a niente, non mi rimanda a nessun riferimento. Io adoro questo. È una liberazione incredibile. Come se tu fossi di colpo - è una metafora ovviamente - liberato dalla gravità. Entri in qualcosa di totalmente singolare e allo stesso tempo di assolutamente familiare. E straordinariamente sofisticato e perfettamente primitivo. È un ossimoro costante. Ti trovi in permanenza in uno stato di gioia ossimorante. E a quel punto ti viene da regalare i libri a tutti i tuoi amici... Sì, queste sono delle sensazioni che mi bastano per regalare i suoi libri a tutti i miei amici.

E tu sai che queste sensazioni - lo senti - sono una cosa definitiva, e che il tuo universo mentale, affettivo, deve ormai fare i conti con Moresco. Leggere è davvero un atto di antropofagia…!

Alla fine non c’è altra felicità che non sia la fratellanza naturale tra scrittori, anche senza che si conoscano. Con Moresco abbiamo avuto vite completamente diverse, però intuisci subito che condividiamo la stessa cosa: questa fratellanza di lettori, di persone che non si conoscono ma che sono legate da uno stesso testo, in questo caso il suo. E quando entro in questo tipo di testo, non so perché - è addirittura indefinibile - ho l’impressione di incontrare uno della mia tribù. E mi dico: la mia tribù è ancora più estesa di quanto credessi. E siccome è la tua tribù, tu ne parli, non è generosità, è naturale. È naturale condividere questo. La cultura non è una proprietà privata. Tu non sei proprietario dei testi che t’incantano. Il loro destino è quello di viaggiare...

Ecco ciò che posso dire su questa mia impressione di rapimento che ho provato scoprendo i romanzi di Antonio Moresco”.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica a voce il 7 febbraio 2017