Esercizi di meraviglia

Andrea Bajani



A fare l’ingresso dentro un libro di Maurizio Maggiani, viene sempre da togliersi il cappello. Non come lo si farebbe in chiesa ma come, provando un istinto quasi uguale, lo si fa entrando dentro un bosco. C’è qualcosa di sacrale dentro la lingua dell’autore della Meccanica celeste: come un canto naturale, un cinguettare di sillabe appollaiate sulle frasi, uno scrocchiare improvviso in mezzo a due parole, un soffiare misterioso che fa suonare il mondo che sulla pagina ci appare. Come entrando dentro un bosco, poi, vien da rimettersi il cappello, per ripararsi dalla castagna che cade sulla testa senza essere annunciata, la sferzata repentina di chi è ben consapevole che la meraviglia è, di fatto, quel che non ti aspetti, compreso il bernoccolo che resta sulla testa, lo sberleffo che la natura fa agli umani.

È un esercizio di meraviglia quotidiana di folgorante bellezza questo La zecca e la rosa, che Feltrinelli manda in libreria con le illustrazioni di Gianluca Folì. Sono 122 prose in cui Maggiani si fa “naturalista domestico” e compone un sillabario creaturale. Dall’Abete natalizio e l’Acanto alla Zecca, per l’appunto, passando per il Biancospino, il Calicanto, il Germano reale, la Lavanda, e molto altro che si muove nello spazio in cui, da umani, ci muoviamo anche pensandoci – in maniera un po’ goffa un po’ curiosa – padroni. Quella che Maggiani ci regala è un’irresistibile commedia naturale, prestandoci il suo naso e i suoi occhi in mezzo alla campagna, rendendoci compagni impreparati di chi ha ali per spiccare il volo, o corolle, di chi fa il nido sopra i tetti, zampetta sotto i letti, rosicchia i fili della luce. “L’iris è rupestre e scontroso, selvatico, per niente propenso a farsi mettere in vaso, a mollo sopra un centrino, ma, ci ho fatto caso, cresce meglio se intorno c’è della gente per bene”, “È sfiorito il calicanto. È venuto, è fiorito e se n’è ito, e nessuno se l’è filato. Certi splendori sono maledetti”.

Quella che in questo libro si compone è anche un’antiretorica epopea di una comunità che vive tra i cortili, con la Gloria che si mette in testa la “retina per la permanente di sua madre” per difendersi dalle forbicine, con un nipote imbarazzato di fronte a un rospo che ha fatto invasione di campo e non se ne vuole andare, e con l’autore stesso, il più silenzioso, che si commuove per un topo a cui “le donne” vorrebbero soltanto fosse comminata la fine che gli spetta: “Loro vorrebbero che lo ammazzassi, sterminassi, disinfestassi senza esitare in equivoci pietismi. Io non voglio, ma non dispongo di ragionevoli piani alternativi, e dunque lo farò. È ancora notte, sono qui che sto a sentire dei bravi topetti fare le loro cosette, e tutto quello che mi riesce di fare è di mettermi a frignare come un bambino”. Dentro questa compassione e, si potrebbe dire, questa simpatia, c’è tutta la postura di Maggiani, il suo accostarsi con rispetto alle creature con cui condividiamo lo spazio di un sfera sospesa in mezzo al cosmo. Maggiani quando parla si alza in piedi, pensa che la grazia abbia a che fare con il tributare alle cose il giusto rispetto, lasciando che siano quel che sono indipendentemente dal nome che noi, per metterle nel sacco, vogliamo dar loro. Per farlo non può che intonare un canto universale, un cantico delle creature tra Romagna e Garfagnana. Dentro quel canto, così commovente, così pieno di suoni, di vocali e consonanti che giocano tra loro, c’è una giustizia resa alla bellezza e al mistero, e però anche alla miseria di chi ci ha preceduto. E alla lingua italiana, che in questo libro vola altissima e tiene insieme San Francesco, Leopardi e Montale ma che è anche e solo di Maggiani. “Un canto […] così terrigno e così divino, che non sai proprio, non sai proprio che altro pensare se non di essere lì, ad ascoltare senza disturbare. Magari essere parte, sì: io sono di questo, appartengo a un mondo dove c’è anche questo campo che ora canta e balla col vento. E almeno per questa sera val la pena di dimenticare che tra qualche mese tutto questo sarà qualche tonnellata di quegli orribili grissini carichi di grasso idrogenato che ti mettono lì al ristorante per dare ai camerieri la possibilità di prendersela comoda.


Questo articolo è stato pubblicato da Repubblica il 24 gennaio 2017.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 31 gennaio 2017