“Mattina” compie cent’anni

Tiziano Scarpa



Quando parlo in pubblico nelle biblioteche e nelle scuole mi piace fare un test. «Scommetto che tutti quanti, qui dentro, sapete a memoria una poesia», dico, «di sicuro almeno una, la stessa per tutti». Dopo pochi secondi si sente qualcuno che bisbiglia: «m’illumino d’immenso». Allora gli altri confermano e la ripetono ad alta voce. Il vero test arriva a questo punto: «Sì», insisto, «ma come si intitola la poesia?». Di solito, un po’ spiazzati, ripetono «m’illumino d’immenso». Solo due o tre, negli ultimi anni, mi hanno saputo rispondere. Ad ogni modo, spesso infierisco domandando se così la poesia è completa, o se per caso contiene qualche altra parola. Nessuno lo sa.

In calce a Mattina di Giuseppe Ungaretti, c’è un’indicazione di luogo e calendario, in corsivo:
Santa Maria La Longa il 26 gennaio 1917



26 gennaio 2014, in bici

Tre anni fa ho prenotato un albergo a Palmanova, dove ho passato la notte del 25 gennaio. La mattina dopo, con una delle biciclette a disposizione dei clienti, sono andato a Santa Maria la Longa, distante quattro chilometri. Volevo essere in quel luogo nelle stesse ore, nello stesso giorno di gennaio in cui è stata scritta la poesia che tutti gli italiani conoscono a memoria, anche se pochi sanno come si intitola, e quasi nessuno sa che è stata scritta in un paesino della campagna friulana da un soldato semplice durante la prima guerra mondiale.



Che cosa sappiamo di Mattina

Sappiamo che il soldato Ungaretti scriveva le sue poesie su «cartoline in franchigia, margini di vecchi giornali, spazi bianchi di care lettere ricevute» (lo ha raccontato lui stesso, in Vita d’un uomo).
La prima versione di Mattina è stata spedita in una cartolina postale a Giovanni Papini. Si intitolava Cielo e mare, ed era un pochino più lunga:

Cielo e mare

M’illumino
d’immenso
con un breve
moto
di sguardo

Nella stessa cartolina c’erano altre due poesie:

Burrasca

Non posseggo più
che la crudeltà
di parlarmi

Ma le mie parole urla
fendono
come i fulmini
la fiera
campana del cielo
e sprofondano
impaurite
della mia solitudine

* * *

Desiderio

Vorrei somigliare
a questo paese
steso nel suo camice
di neve
come in una
grande tranquillità
di sonno

In basso a destra, sulla stessa cartolina, c’era scritto:
S.M.l.l. 26/1/1917


Come illuminarsi d’immenso secondo la ricetta di Cielo e mare nella versione della cartolina spedita a Giovanni Papini

Ingredienti:
un cielo;
un mare;
un punto di osservazione che consenta un’ampia visuale.

Preparazione: guardare il cielo e il mare, in successione, quasi simultaneamente, senza fermarsi troppo, senza “contemplarli”. All’istante si verrà pervasi da un senso di immensità impalpabile e radioso, come una grande luce.




Esercizi di immaginazione: racconti forzati

Proviamo a immaginare che queste tre poesie siano state scritte effettivamente tutte nello stesso giorno, e che si riferiscano a cose accadute il 26 gennaio 1917.

Santa Maria la Longa quel giorno era coperta di neve, come viene detto in Desiderio? C’era stata una forte nevicata, come si deduce anche da Burrasca?

Se le leggiamo in sequenza, come compaiono nella cartolina spedita a Papini, ne ricaviamo, se non proprio un racconto, una situazione narrativa.

1. All’inizio c’è qualcuno che guarda il cielo e il mare: la vastità del paesaggio gli provoca la sensazione di essere intriso di luce, o di provare un senso di immensità impalpabile come la luce, grazie a una semplice occhiata, quasi istantanea: basta un minuscolo movimento muscolare per spostare gli occhi dal cielo al mare.

2. Poi il protagonista è esposto alla burrasca. Che però è anche (o soltanto?) una burrasca interiore. Parla da solo. Quello che dice – anzi, ora che le considera bene, sono più “urla” che “parole” – gli sembrano dei fulmini che fessurano il cielo, proprio come se spaccassero una campana, e cadono giù: stanno scappando via da lui, per la paura che la sua solitudine provoca in loro (e lo abbandonano andandosene con una cartolina postale). Oppure, detto in un altro modo: parla da solo, anzi, grida, e sente che le parole, più che essere una forma della sua espressione, sono esseri autonomi che fuggono da lui, impazzite dal terrore di stare dentro di lui, e nella fuga sprigionano un’energia fortissima, che fessura la cappa del cielo, dura come il metallo di una campana.

3. Alla fine, il protagonista non deve essersi ancora calmato, perché invidia la tranquillità del paese, che si è infilato sotto un vestito di neve come se si fosse addormentato, mentre lui, che vorrebbe tanto assopirsi, non riesce a prendere sonno.

Quelle che ho appena fatto evidentemente non sono parafrasi, ma elaborazioni, sviluppi incrostati di qualche congettura. Ho forzato queste tre poesie, le ho narrativizzate, costringendole a diventare un racconto diviso in tre parti.


Come illuminarsi d’immenso secondo la ricetta della cartolina spedita a Giovanni Papini considerata nel suo complesso

Ingredienti:
un cielo;
un mare;
un punto di osservazione che consenta un’ampia visuale, possibilmente dall’alto;
un paesaggio innevato.

Preparazione: guardare il cielo e il mare, in successione, quasi simultaneamente, senza fermarsi troppo a contemplare. Subito si sarà irradiati da un senso di immensità impalpabile e radioso come una grande luce che riverbera dalla grande distesa di neve bianca.


26 gennaio 2014, dal basso

Sono andato a Santa Maria la Longa anche per vedere se da lì, “con un breve moto di sguardo” si potesse mai avvistare il mare, distante una ventina di chilometri. Ma non ci sono colline, non ci sono edifici alti. L’unica postazione sopraelevata che ho trovato è il campanile.



Qualche settimana fa ho contattato Paolo Bonini, autore dell’utilissimo Il Comune di Santa Maria la Longa nella Grande Guerra. Con grande gentilezza e generosità, ha preso in considerazione le mie congetture. Gli ho confidato di essermi messo a fantasticare un turno di guardia del soldato Ungaretti sulla cella campanaria del campanile di Santa Maria Assunta. Era giustamente perplesso, ma mi ha informato che effettivamente è stato costruito nel 1914, esisteva già durante la guerra.
Se però quel giorno c’era la burrasca di neve, come faceva ad avvistare il mare? Certo, tutto è possibile: prima della nevicata, o anche dopo, l’aria poteva essere abbastanza limpida da lasciar vedere l’Adriatico. Comunque… Bah. Le mie fantasie scaturivano dalla lettura incrociata di Cielo e mare e Burrasca: la seconda, in particolare, evoca una posizione dall’alto: dice che le parole-urla del protagonista sprofondano. Cadono dal campanile? E la vedetta sulla cella campanaria sta facendo un paragone fra le campane vicino a lui e il cielo che lo sovrasta?

Ho immaginato il soldato Ungaretti che vede la campagna friulana dall’alto del campanile, il cielo, l’Adriatico all’orizzonte, e vive la sua luminosa irradiazione estatica. Ma gli facevano fare la guardia, in quel periodo?


Cosa ci faceva Ungaretti a Santa Maria la Longa

Che funzione logistica aveva, quel paesino vicino a Palmanova?
Durante la guerra, lungo un canale (la roggia Brentana), Santa Maria la Longa era piena di baraccamenti dove venivano mandati a riposare i soldati che combattevano nelle trincee del Carso: poté ospitare fino a diecimila militari per volta. A tirare su il morale dei soldati arrivavano compagnie teatrali e musicali. Nel territorio del Comune c’erano anche degli ospedali da campo.

I battaglioni erano impiegati in prima linea a intermittenza. L’ultimo turno, lunghissimo, del reggimento di Ungaretti, era durato cinque mesi, dalla metà luglio alla seconda metà di dicembre 1916. Finalmente Ungaretti ottiene una «licenza invernale», va a Udine a ritirare le copie fresche di stampa di Il porto sepolto: il suo esordio in volume, la sua iscrizione ufficiale nel registro dei poeti. Poi scende a Napoli, a trovare l’amico Gherardo Marone; risale a Firenze, da Giovanni Papini, che però non c’è; in compenso vede Carlo Carrà, Aldo Palazzeschi e Giuseppe Prezzolini. Il 10 gennaio ritorna al suo reggimento, a Santa Maria la Longa, dove resta fino al 7 febbraio, per un nuovo turno al fronte.
Oltre ai combattimenti, ai bombardamenti, agli attacchi con i gas, com’era la vita di trincea? Ecco un brano dal bellissimo Pianto di pietra. La Grande Guerra di Giuseppe Ungaretti, di Nicola Bultrini e Lucio Fabi:

La trincea di prima linea, in cui più di tutte si combatteva e si moriva, era scavata nel terreno per circa un metro e mezzo di profondità, era larga poco meno ed era rafforzata da un parapetto di pietre e sacchi di terra rialzato di mezzo metro, con feritoie e osservatori. Quando occorreva, le pareti interne erano sostenute da tavole o graticci di vimini, mentre uno zoccolo di pietra o legno sosteneva un assito sotto il quale defluivano acqua liquami. Era nascosta dalla vista dell’avversario grazie a coperture di frasche o lamiere ondulate. Al suo interno, nicchie e ricoveri seminterrati costituivano il letto e la casa del soldato, a cui toccava in media poco più di un metro quadrato di spazio. Davanti alla trincea si ergeva una muraglia di filo spinato, di ampiezza variabile da tre a dieci metri, aggrovigliato in spire ancorate al terreno con pali di ferro o legno.
Il panorama che si vedeva dalla trincea era decisamente deprimente. Ovunque pietre e terra bruciata, siepi di filo spinato arrugginito, corpi in decomposizione che non era possibile raccogliere a causa del fuoco avversario. E poi armi, oggetti rottami ferrosi, rifiuti ed escrementi buttati fuori dalle trincee. Dalla cosiddetta “terra di nessuno” provenivano costantemente il fetore dei cadaveri, l’odore nauseabondo delle polveri da sparo e della terra bruciata, l’odore acre fortissimo del sangue che impregnava letteralmente il campo di battaglia.

Cielo e mare, dunque, è stata scritta in un periodo di riposo da un soldato che era stato per lunghi mesi in trincea, e in trincea stava per ritornare.


Come illuminarsi d’immenso secondo la ricetta di Cielo e mare nella versione della cartolina spedita a Giovanni Papini integrata dalle informazioni storico-biografiche sul suo autore

Ingredienti:
un cielo;
un mare;
un punto di osservazione che consenta un’ampia visuale;
un paesaggio innevato;
una guerra mondiale;
un primo libro di poesie pubblicato di recente;
qualche settimana di riposo fra due turni di combattimento in trincea.

Preparazione: guardare il cielo e il mare, in successione, quasi simultaneamente, senza fermarsi troppo a contemplare. Istantaneamente si sarà pervasi da un senso di immensità impalpabile e radioso come una grande luce.




La conquista militare del punto di vista

Nicola Bultrini e Lucio Fabi propongono una lettura diversa di Cielo e mare, fondata su una cartolina a Papini del 10 agosto 1916:

Caro Papini, dal San Michele conquistato un abbraccio.
tuo Ungaretti
ps
Ho visto cose meravigliose: il miracolo: i feriti non avevano dolori: gli altri, non potevano essere frenati: era un grido di una passione infinita: “Si vede il mare, si vede il mare”: lo spazio, finalmente, caro Papini: fuori di pazienza, ci siamo arrivati!

La mattina del 10 agosto la brigata Brescia, di cui faceva parte Ungaretti, conquistò il monte San Michele abbandonato dai battaglioni ungheresi dopo una violentissima offensiva italiana. Ungaretti e i suoi commilitoni escono tutti insieme allo scoperto dalla trincea, dove sono costretti a vivere rintanati, a non mettere mai fuori la testa per non rischiare la vita, a subire i tremendi fragori delle granate. Ma quella mattina lo spazio si spalanca, in lontananza si vede il mare, e Ungaretti si illumina d’immenso. Secondo Bultrini e Fabi, Cielo e mare è dunque la reminiscenza reticente di una conquista militare:

È finita. La battaglia durata tanti mesi è finalmente finita. Non si combatte più, la guerra almeno momentaneamente si allontana. Le perdite sono state fortissime. Secondo i dati ufficiali il reggimento di Ungaretti, pur inizialmente di riserva, perde sul campo di battaglia cinque ufficiali e 83 soldati, 822 militari risultano feriti e 304 dispersi; il 20º reggimento sconta perdite proporzionalmente analoghe.
Nel momento della vittoria si scordano per un momento i compagni morti, tutti esultano per il monte conquistato, i feriti non sentono i loro dolori, importa essere vivi. Il mare in lontananza che si vede dalla cima del monte e più il là Trieste, la città per cui si combatte, sembrano a portata di mano.
Lo spazio, il cielo e il mare rappresentano per il poeta altrettanti stimoli vitali da comunicare immediatamente all’amico e al mondo. La natura, riconquistata dopo mesi di fango e trincea, apre il cuore alla vita.



Come illuminarsi d’immenso secondo Cielo e mare nell’interpretazione di Bultrini e Fabi

Ingredienti:
un cielo;
un mare;
un monte appena conquistato in battaglia;
una guerra mondiale;
una campagna di bombardamenti denominata Sesta offensiva dell’Isonzo;
una trincea;
una mattina d’estate.

Preparazione: dopo mesi di disagi estremi, massacri, orrori, ristrettezze, rintanamento, mortificazione della vista, saltare fuori dalle trincee nella luce piena dell’estate e correre sulla cima del monte abbandonato dai nemici in ritirata; da lì guardare il cielo e il mare, in successione, quasi simultaneamente, senza fermarsi troppo a contemplare. Subito si sarà pervasi da un senso di immensità luminosa, eccetera. Tenere in serbo questa sensazione per cinque mesi e mezzo fino a riuscire a darle forma con le parole.

Negli scambi che abbiamo avuto per posta elettronica, Paolo Bonini mi ha suggerito di tenere conto della visita di Ungaretti a Napoli da Gherardo Marone in dicembre per interpretare Cielo e mare.
Se, come propongono Bultrini e Fabi con la loro suggestiva ipotesi, Cielo e mare non descrive necessariamente una situazione in presa diretta vissuta a Santa Maria la Longa il 26 di gennaio, allora potrebbe essere un ricordo di un altro cielo e un altro mare, per esempio quello del panorama del golfo di Napoli, che Ungaretti aveva visto poche settimane prima di scrivere la sua poesia. Perché no? Va detto che, a favore dell’ipotesi di Bultrini e Fabi, c’è la cartolina del 10 agosto 1916 a Papini.


A una certa ora del giorno

Alla fine del 1917, la rivista mensile «La Diana» pubblica un volume collettivo, L’Antologia della Diana, in cui ci sono quindici poesie di Ungaretti, sotto il titolo di Il ciclo delle 24 ore. In quella raccolta viene pubblicata per la prima volta Cielo e mare: inserita in quella sequenza di poesie, rappresenta un momento della giornata: anzi, di tutte le giornate, che si ripresentano ciclicamente. Un’occhiata all’indice dei quindici titoli delle poesie lascia già intuire il criterio temporale della raccolta, ordinata secondo le ore del giorno: La filosofia del poeta | Alba | Cielo e mare | Godimento | Transfigurazione in campagna | Temporale | Inizio di sera | Nostalgia | Natale | Dormire | Sono malato | Dolina notturna | Solitudine | Notte | Le ore della quiete.
Cielo e mare compare dopo Alba: quindi dopo che il sole è già sorto… È il primo passo verso la trasformazione in Mattina. Ma al testo succede qualcosa di molto più drastico. Ungaretti toglie gli ultimi tre versi. La poesia adesso si presenta così:

CIELO E MARE

M’illumino
d’immenso

Santa Maria la Longa il 26 gennaio 1917


Come illuminarsi d’immenso secondo la ricetta di Il ciclo delle 24 ore

Ingredienti:
un cielo;
un mare;
un momento della giornata dopo l’alba;
un paesino in provincia di Udine, in inverno, nell’entroterra friulano.

Preparazione:
???
(Essere fiduciosi. In qualche modo, prima o poi, nel ciclico avvicendarsi delle giornate ci penserà il paesaggio a provocare un’irradiazione di spalancamento sconfinato).

La versione definitiva si stabilizza con l’edizione di L’Allegria del 1931. È quella che tutti gli italiani conoscono, o – se i miei test nelle biblioteche e nelle scuole sono significativi – credono di conoscere a memoria:

MATTINA

M’illumino
d’immenso

Santa Maria La Longa il 26 gennaio 1917






Che cosa è successo

Nel corso delle riscritture e delle riedizioni, è successo qualcosa di essenziale: il testo non ci dice più come si fa a illuminarsi d’immenso; a meno che non lo si voglia desumere dai cenni del titolo e dell’indicazione di luogo e data: c’è bisogno di una mattina d’inverno, in un paesino friulano… E però, un attimo: il 1917 non è una data qualsiasi; erano anni di guerra. Ma anche Santa Maria la Longa, intanto, non era più la stessa: nell’estate di quello stesso anno ci fu una rivolta, i soldati della Brigata Catanzaro insorsero con fucili e bombe: gli avevano promesso di lasciarli a riposare per un po’, e invece stavano rimandandoli al fronte subito. Vennero chiamati i Carabinieri a reprimerli, ci furono decine di morti e feriti. Ne seguì una punizione feroce, con fucilazioni immediate, decimazioni sommarie, innocenti messi al muro. Tutto questo successe a metà luglio del 1917, quasi sei mesi dopo la mattinata di Ungaretti. Ma va ricordato che quell’indicazione di luogo, lasciata così com’era, per un lettore di quegli anni doveva evocare fatti e ricordi lancinanti che oggi si sono attutiti.


Cosa fare di sé

Come abbiamo visto, a un certo punto Ungaretti decide che non è più il caso di spiegare come ha fatto a vivere un momento apicale. Si limita a enunciare un picco estatico dello spirito. All’inizio, in Cielo e mare della cartolina a Papini, si offre come un esempio che, volendo, potrebbe essere imitato, utilizzando certi mezzi e certi comportamenti; alla fine, in Mattina, si mostra e basta, ostenta una condizione che ha vissuto.
Il cielo e il mare non ci sono più: e il “moto di sguardo”, da talmente breve che era, si è ridotto a nulla, è scomparso. Ma le parole che restano non rimangono le stesse. In apparenza sì, sono perfettamente uguali a prima; e invece, con la scomparsa della spiegazione di come si fa a illuminarsi d’immenso, diventa molto più densa una parola appena accennata: “M’ ”. È il pronome accusativo di “io”, il suo complemento oggetto riflessivo: “mi”.

Via via che questa poesia si riduce all’essenziale, viene fuori sempre più netta l’indipendenza, l’autonomia, la potenza dell’atto di volontà del protagonista. “Sono io che m’illumino d’immenso. Sì, certo, mi è capitato di mattina, in un paesino, durante la guerra, ma quel che c’era intorno conta poco, non ha importanza aver dato un’occhiata al cielo, né che si vedesse o no il mare: non ho avuto bisogno di apparati né di scenografie. Ho fatto tutto da me”.

In fin dei conti, nel ricordare benissimo i versi e a malapena il loro titolo, e nell’ignorare l’indicazione di luogo e data, gli italiani di oggi hanno scelto di essere fedeli al processo di distacco ed emancipazione dalle circostanze esistenziali, che Ungaretti ha perseguito riscrivendo in forma sempre più sintetica e astratta questa poesia.


Le avventure di “mi”

Ho seguito le avventure di “mi”, il pronome di prima persona singolare nella sua declinazione di complemento oggetto, in tutte le poesie dell’Allegria (l’ho fatto sul testo dell’edizione del 1931, per ora; ma anche in quella del 1919, Allegria di naufragi, la situazione era quasi la stessa):

Ecco (se non me ne è sfuggita qualcuna) tutte le volte in cui compare il “mi” complemento oggetto. Attenzione: le ho divise in due gruppi. Nel primo ho messo le azioni che “io” subisce dagli altri, da qualcuno o qualcosa:

Mi è venuto a ritrovare | mi accompagnerà | mi levigava | mi ha visto | mi raggiunge | mi lascia | mi porta | Lasciatemi | mi adopera | mi consuma | mi calma | mi calca | mi preme | mi soffocherai | mi spingeva | mi consacrano | concedimi

Nel secondo gruppo ho raccolto i verbi riflessivi, o comunque le azioni in cui “io” fa qualcosa a sé stesso (ne ho lasciati fuori solo un paio che si trovavano in contesti dalla sintassi particolare, che qui sarebbe complicato analizzare):

mi copro | mi sporgo | mi modulo | mi sono smaltato | mi sono radicato | mi sono colto | mi fisso | mi trasmuto | mi desto | Appisolarmi | Mi tengo | mi sono disteso | Mi sono accoccolato | mi sono chinato | mi sono riconosciuto | non mi credo | mi sono rimescolato | mi sono conosciuto | mi rinnovavo | mi riposo | tuffarmi | M’illumino | mi sento | Mi sento | Mi sento | mi filtro | Mi sento| Mi vedo| mi addormenterò | mi risveglierò | mi posso accasare | mi trovo | Mi riconosco | Mi sono seduto | Mi scopro | mi scopro | mi desterò

Provate a contarli. Il secondo gruppo è grande il doppio del primo. Vale a dire che, per ogni volta che la realtà, la vita, il mondo mi fa qualcosa, ce ne sono due in cui sono io a fare di me quel che voglio, o quel che posso (con “quel che posso” intendo le situazioni in cui la volontà non ha molta presa, come addormentarsi, svegliarsi…). La progressiva astrazione che porta Cielo e mare a trasformarsi in Mattina, perdendo un po’ alla volta qualche parolina ed enormi pezzi di mondo, risistema i rapporti di sovranità fra io e tutto il resto: la sua libertà, la sua padronanza di sé. Ed è un percorso che comincia nel cuore della guerra, nel periodo di minima balìa di io su sé stesso, completamente nelle mani della fatalità assoluta, del pericolo totale, della morte improvvisa.


(Tante altre cose ci sarebbero da dire su Mattina. Cercherò di scriverle in futuro. Per adesso mi accontento di questo piccolo omaggio a una minuscola poesia enorme che oggi compie cent’anni).




Libri letti di recente

Giuseppe Ungaretti, L’Allegria, edizione critica a cura di Cristiana Maggi Romano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 1982.

Paolo Bonini, Il Comune di Santa Maria la Longa nella Grande Guerra, Comune di Santa Maria la Longa, Associazione Culturale Lapis, 2012.
Nicola Bultrini, Lucio Fabi, Pianto di pietra. La Grande Guerra di Giuseppe Ungaretti, prefazione di Andrea Zanzotto, Nordpress Edizioni, 2007.
Andrea Cortellessa, Ungaretti, Einaudi, 2000.
Le notti chiare erano tutte un’alba. Antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale, a cura di Andrea Cortellessa, prefazione di Mario Isnenghi, Bruno Mondadori, 1998.
Album Ungaretti, Iconografia ordinata e commentata da Paola Montefoschi, con un saggio biografico di Leone Piccioni, Mondadori, 1989.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 26 gennaio 2017