Highlanders a Briançon

Andrea Amerio



Seduto sulla cyclette di fronte alla grande vetrata sul parcheggio, guardava l’uomo sotto l’insegna “Suite Home” che aspettava capodanno a Briançon. Donna e figlia malate a letto nel tre stelle prenotato il sedici agosto, solo, non infelice, sotto i rari e azzimati fischioni che venivano da fondovalle, contemplava le alture cercando di distinguerle dal depliant.
Lui lo guardava tra il bianco fosforescente delle stalli e pedalava: “so chi sei ometto…” Di fronte al cielo nero senza stelle chiudeva gli occhi per assaporare a lungo il suo vantaggio, e lasciare che un secolo gli tornasse addosso.
Mezzanotte passata da un minuto, il Palais d’Orléans al numero 198/200 di Avenue du Maine scintillante, illuminato a giorno. I clamori, le grida, i bicchieri che tintinnano. Il banchetto del veglione tutto in suo onore, tutto per lui. Sotto le bende che gli fasciano la testa la famosa cicatrice a stella sulla tempia. Sotto la cicatrice a stella, il cranio che il dottor Baudet ha trapanato per ore, due volte: una volta all’ospedale degli italiani, un’altra alla clinica Ville Moliére in Boulevard de Montmorency.
Il 17 marzo dell’anno prima era sdraiato in una trincea presso il bosco di Butte, vicino a Berry-au-Bac; leggeva l’ultimo numero del Mercure de France, dove continuava a tenere la sua rubrica. Alle quattro del pomeriggio una scheggia di granata l’aveva colpito alla testa perforando elmetto e testa. Roba tosta: trapanazione intracranica. Ora infilare un dito sotto la fasciatura non serve. Suda, la stella. Prude. Ha trentasei anni e abita all’ultimo piano del 298 di boulevard de Saint Germain. Il suo nome è famoso, ma nessuno conosce Wilhelm Albert Włodzimierz Apollinaris de Wąż-Kostrowicky, figlio di una polacca e di chissà chi, nato a Roma il 26 agosto 1880 in via Milano 19. Oggi tutti conoscono l’autore di Il poeta assassinato, il libro di racconti uscito da un paio di mesi con una bellissima copertina illustrata da un disegnatore italiano specializzato in cartelloni pubblicitari. Pare un western di Tarantino. Appoggiato vicino al suo nuovo libro c’è il menù per il cenone di capodanno del Palais d’Orléans che prevede portate di pesce, il tradizionale cappone, controfiletto, insalata, una selezione di formaggi, frutta biscotti e caffè. Si bevono vini rosso e bianchi. Champagne per il brindisi di mezzanotte. Il menù lo ha realizzato il poeta cubista Max Jacob ed è la più originale bibliografia mai scritta. Ogni portata, una voce che ripercorre buona parte della straordinaria carriera del festeggiato e ne rimanda alle opere.

Poisson de l’ami Méritarte.
Zone de contrefilet à la Croniamantal.
Arétin de Chapon à l’Hérésiarque.
Méditations esthétiques en salade
Fromages en Cortège d’Orphée.
Fruits du Festin d’Ésope.
Biscuits du Brigadier masqué.
Vin blanc de l’Enchanteur.
Vin rouge de la Case d’Armon.
Champagne des Artilleurs.
Café des Soirées de Paris.
Alcools

Il pesce: “Poisson de l’ami Méritarte” è un riferimento meta letterario e meta-culinario a Méritarte, il protagonista di un racconto di Il poeta assassinato dedicato a un buongustaio e leggendario crapulone. Il secondo, ‘Zone de contrefilet à la Croniamantal’, menziona sia Croniamantal, che è il nome del personaggio del poeta assassinato da cui il titolo del suo nuovo libro, sia “Zone”, una sezione del suo libro di versi del 1913, Alcools. Arétin de Chapon à l’Hérésiarque: il cappone ricorda sia la sua passione per Pietro Aretino, capricciosamente avvicinato al cappone, sia L’eresiarca. L’insalata rimanda alle Meditazioni estetiche. I formaggi ricordano la silloge poetica del Cortège d’Orphée, La frutta cita il "Festin d’Ésope", la rivista cui aveva collaborato con Alfred Jarry, genio del gioco e delle mistificazioni. I biscotti ricordano la sua grande passione per Pahntomas. In un disegno aveva voluto raffigurarsi a cavallo con la divisa da brigadiere e una benda nera sugli occhi. Si beve vino bianco de l’Enchanteur perché l’incantatore era il titolo del suo primo scritto. Il Vin rouge de la Case d’Armon ricorda Case D’armon, plaquette stampata in 25 esemplari al fronte in condizioni di fortuna. Lo Champagne des Artilleurs è per il suo reggimento, gli artiglieri; "Le Soirées de Paris" è l’altra famosa rivista cui aveva collaborato. A chiudere il tutto, “Alcools”, dal titolo della raccolta di poesie che negli ultimi cinque anni aveva goduto di una fama crescente e inarrestabile, facendone il poeta più conosciuto di Parigi. Se i versi di “Hemac”, una poesia del suo amico Blaise Cendrars, dicono il vero, il solo.

Apollinaire
1900-1911
Durant 12 ans seul poète de la France

Ma Blaise “Hemac” l’ha scritta quando aveva ancora due braccia, cinque anni fa. E pare un secolo. Un secolo prima dell’acciaio conficcato in testa, prima delle due paralisi, prima delle trapanazioni intracraniche. Prima della guerra. Ora gli amici stentano a riconoscere il Guillaume di allora. Com’era lontana la sua charmante fantasie. Ora era sempre tutto serio, fiero e grave nella sua bella divisa sempre tirata a lustro. L’avevano visto riemergere dal fiume carsico della trincea, e dalla melma era affiorata una persona nuova, con occhi diversi. La faccia tesa che aveva visto nel metrò, Breton non se la scorderà mai. Era diventato ulcerato, grave nel tono della voce, irascibile, profondamente alterato. Laggiù aveva visto qualcosa. Era ossessionato che la Francia si stesse spopolando. Che si dovevano fare figli. Che era in atto uno sterminio. Che il mondo sarebbe rimasto deserto. Che tra i sessi era successo qualcosa d’irrimediabile. Che bisognasse ascoltare gli antichi. Apollinaire volle posare lo sguardo su colui che aveva avuto l’idea del menù. Lo conosce da tredici anni ma non ha ancora capito se sia suo amico o un nemico, Max Jacob. Avevano litigato e si erano rappacificati una miriade di occasioni. La moglie di Picabia ricorda Max inveire contro Guillaume: “mi rubi tutte le idee, senza di me non saresti niente”. Si erano lasciati e ritrovati; si erano ignorati a lungo e poi si erano letti l’un l’altro con entusiasmo. Poi di nuovo ruggine. Quel bretone israelita, autore di opere bizzarre o prefiguranti come Gli alleati sono in Armenia, restava un uomo dai mille misteri e dalle mille contraddizioni. Forse più creativo e maturo di tutta la congrega, di certo il più generoso e bizzarro. Il più semplice e il più strambo. Dallo stile delizioso e rapido, tranchant e teneramente ironico, inaccessibile a chi vede solo la retorica e non la poesia. Aveva aiutato Picasso quando era arrivato a Parigi disperato, avevano messo su una specie di circolo in Rue de Ravignan e aveva trovato il titolo a Les Demoiselles d’Avignon. Nel 1914 aveva tentato di arruolarsi ma, con suo sommo dispiacere, l’avevano riformato. Chissà se adesso che vede come ne è uscito il suo amico si dispiace ancora. In trincea sarebbe ben difficile immaginarlo, Jacob. Trentanove anni, pelato come un ginocchio, quattro denti in bocca, mani minuscole. Vestito con lembi di stoffa colorata accattonati dagli amici e cuciti insieme, pare un clown. Un arlecchino funereo e fuori di testa. Senza un soldo, povero in canna. Fan di Gesù Cristo che gli appariva spesso in metrò e con cui soleva intrattenersi in piacevoli conversazioni. Un mammifero parigino che transuma da Montmartre a Montparnasse. Vive quasi in cima al monte di San Dionigi, in un ipogeo in Rue Ravignan assieme a due tartarughe che nutre raccogliendo su per le scale e nei cortili le foglie d’insalata cadute dalle sporte delle massaie. C’era un quadro di Utrillo, del 1911, che raffigurava la sua casa. Un burattino tutto mossette, piroettante, sempre in scena. Tutto un’arguzia per adornare le sue necessità di parassita. Quando parla non si può non ridere fino alle lacrime anche quando racconta di un funerale. Si ride acido e amaro. Questo suo trasformare tutto in burla era il complesso d’inferiorità di quel tragico buffone, poi mistico e omosessuale. Beata soddisfazione di giocoliere. “Auguri, Max”.
Il ricevimento si dice voluto e organizzato da un gruppo di giovani, ma lui sa che dietro tutto c’è la mano di Paul Dermée, seduto al tavolo del Comité d’Honneur del banchetto. Incrocia il suo sguardo e solleva il calice tra gli sbuffi di fumo denso dei commensali. Ma la benda che da quella maledetta esplosione gli fascia la testa tiene troppo caldo. Le portate sono finite e Guillaume si alza, passa accanto a Madame Aurel che cerca di parlare con il giovanissimo André Billy e a Fernand Fleuret che urla nelle orecchie della sua giovane moglie, ed esce su uno dei grandi balconi a prendere aria. La notte è gelida e tersa.
Lo segue fuori un ragazzo esile che dimostra meno dei suoi ventisette anni.
“È l’inverno più freddo di cui si abbia memoria in Francia”.
“Ciao Cocteau”.
“E c’è la guerra”.
L’ultima volta che si erano visti era il 26 novembre, nei locali dell’associazione Lyre et Palette nella solita rue Huyghens, a Montparnasse, la galleria che organizzava mostre con opere di Kisling, Modigliani, Ortiz de Zárate, Picasso, e le immancabili sculptures nègres. Quel giorno più di trecento persone si erano ammassate nella sala delle letture per ascoltare lui, Max Jacob, André Salmon, Blaise Cendrars, Pierre Reverdy e lo stesso Cocteau leggere le proprie poesie, ma Guillaume stava male e, visto che non era in grado di leggere, teneva la mano della sua Ruby seduto tra il pubblico. Al suo posto Cocteau. aveva letto “Tristesse d’une étoile”, e, poi, alcune poesie scritte da sua cugina, Françoise Durand-Viel, di cinque anni. “Non ti ho nemmeno ringraziato per la bella lettura … grande idea leggere le poesie della bambina… Quando sono piccoli sono imbattibili”.
“Spero che in sala l’abbiano capita una volta per tutte. I tempi sono cambiati e non si torna indietro. Abbiamo voltato pagina”. Lui sorrise dolcemente con la facciona gigantesca. Non ama i discorsi seri. Guillaume riprende: “come vanno le cose con Parade? Che trio che fate, con Pablo e Eric. Andrete a Roma mi dicono…
“Sì partiamo il mese prossimo…”
Un grande boato li interrompe.
“Accidenti hanno già cominciato”, disse Apollinaire. “Rientriamo non voglio perdermi la scena”.
Il giorno di capodanno era consuetudine lasciare da parte ogni ritegno e insultarsi a cuore aperto. Tutti sbronzi, la rissa è un attimo. Qualcuno ha già cominciato e qualcun’ altro non l’ha presa bene. Nella calca spicca un uomo alto con la faccia da duro e un solo braccio: è lo svizzero Blaise Cendras che fa roteare la manica floscia del braccio amputato e si scaglia contro un giornalista impertinente.
Madame Audet, inorridita dal moncherino esclama “Ma è orribile… l’esercito dovrebbe per lo meno dotarlo d’un arto artificiale”.
“Oh lo han dotato, lo han dotato. Gliene hanno anche date parecchie, di braccia” interviene Max Jacob: “e tutte perfettamente articolate e funzionanti… è che non riesce a farci l’abitudine… poi deve considerare che viaggia molto ed è molto distratto”.
“E allora?”
“Allora Lascia il braccio al deposito bagagli della stazione nella quale arriva e poi si dimentica di ritirarlo. Si dice che in ogni stazione della Francia, ci sia in giacenza un braccio di Cendrars”.
La baronessa Hélène che era accanto a Madame Audet rise di gusto e per aumentare le risate e la confusione gli disse: “Su Max, ora facci vedere le tue abilità di danzatore”. E lui senza dire una parola, sorridendo, cominciò a roteare. E roteava, roteava sempre più veloce, finché nell’ebbrezza rotatoria non vedeva più nulla e il suo volto si trasfigurava, le narici vibravano, il sudore gli colava sulla fronte, i pantaloni gli scivolavano ai piedi; dalla giacca gli pendeva la camicia che nel vortice delle piroette gli si attorcigliava sulle gambe nude. Mentre continuava a girare socchiudeva gli occhi e canticchiava i versi di una canzoncina che accompagnava a ogni verso con un movimento ondulatorio del bacino, come facesse l’hoola hop
Il grandira
Il grandira
Il grandira
Car il est espagnol
Car il est espagnol.
Poi, esausto, braghe ai calcagni, si lasciava cadere sul pavimento.
Mentre Max si dimenava al tappeto cercando di non vomitare la cena nella grande sala la bagarre s’è espansa a macchia d’olio in un turbine di corpi e di voci farneticanti. Cubisti, Orfisti e Futuristi si lanciano gli uni gli altri molliche di pane pesanti e grigie, altri ululano e si insultano. Un fumo denso avvolge il salone delle feste, non si vede niente; pieni di “vin de chinon” i corpi vagavano nella nebbia come barche alla deriva e le sigarette illuminano lo spazio come i segnali lampeggianti per i traghetti. Ogni volta che qualcuno tenta di prendere la parola per celebrare il poeta con una certa pomposa ufficialità, o di assumere un tono se non ufficiale quantomeno civile era bersagliato da fischi. Rutti, pernacchie, dileggi vari. Volano anche piatti e, sul tavolo centrale, lanciano fiori d’arancio. Era un paradosso. Una celebrazione e una liquidazione selvaggia in nome del nuovo e di quel futuro che lui, per primo aveva celebrato e propalato. Nel caos più assoluto della festa e il fumo denso si dimenano Pablo Picasso, che con il suo corpo tarchiato, la pipetta di radica e il ciuffo zingaresco sull’occhio sinistro pare un capitano di lungo corso; Georges Braque, il suo grande rivale; Juan Gris, Pierre Reverdy, Henri Matisse Paul Dermée, Rachilde.
In mezzo alla confusione tutt’a un tratto sgorga un rivoletto di voce, dolce come un canto, una voce ingenua, da bambino, esile e ardente. Lentamente il frastuono scema e per un attimo nella sala si fa silenzio. C’è solo la voce lirica e vibrante di Guillaume, figlio di Rabelais e di Villon, che legge lentamente, come Orfeo che ammannisce le belve con il canto.

Regardos nos mains
Qui sont la neige
La rose e l’abeille
Ansi que l’avenir

È un breve e fugace momento. Dopo pochi istanti i chiassosi commensali si raccolgono in piedi attorno al tavolo centrale cosparso di fiori cui siede Apollinaire e cominciano a urlare una canzone goliardica sguaiata, stonata, da sbronza pesante. Il coro sovrasta la voce. A oriente s’intravedono le prime luci dell’alba e gli ospiti del veglione si defilano via via alla spicciolata.
Quando in divisa da sottotenente esce dal Palais d’Orlean e attraversa avenue du Maine, un gruppo di fucilieri senegalesi che alloggiava nella vicina foresteria del palazzo lo saluta: “Y’a bono tam tam, Apollinaire!”. Lui solleva la mano sopra la testa e saluta a sua volta. “sì ragazzi: bono tam tam”.

Smise di pedalare e riaprì gli occhi. Era passata da poco la mezzanotte. L’inserviente puliva la piscina dietro le cyclette al secondo piano dell’hotel, troppo fredda per fare il bagno perché la grande vetrata è tutta uno spiffero. “Bonne Année!”, “Happy new year” risponde quello anche se è francese. Forse per farlo sentire più in Hotel. La struttura è nera e deserta. Anche l’uomo del parcheggio con il depliant era scomparso. “Sarà andato a letto”, si disse.
Ma l’uomo era ancora nel parcheggio. Accovacciato tra le macchine, anche lui teneva gli occhi chiusi. Pensava che la dissenteria ameboide cronica che lo perseguita era cominciata da un giusto un secolo. Anche allora era disidratato, apatico, esausto. Come ora. A capodanno con il culo su un buco nero di cesso africano, per quanto ricorda. Meno di un anno prima in trincea aveva quasi perso il braccio e la ferita continuava a fare molto male. Di tornare in Europa non ne voleva sapere. L’idea era di restare almeno ancora un anno in Africa per tentare la strada del commercio con i territori del Camerun sotto il controllo britannico. Ma a gennaio liquiderà la fattoria di Dipikar e con essa il progetto della piantagione di cacao sognato quando si era unito alla Compagnia commerciale Shanga-Oubangui. Aveva ventidue anni e, sì, probabilmente era seduto sul cesso, ‘fanculo chi se lo ricorda. “Credevo di andare a far affari laggiù come quel poeta, quel teppistello che vendeva fucili… aveva messo da parte un gruzzoletto per la madre… coglione come si chiamava… va bé… Louis Ferdinand Auguste Destouches” si disse pulendosi con un kleenex “leviamo le tende, il tuo fiuto stavolta ti ha tradito. Hai cacato tra due macchine in un parcheggio di Briançon a capodanno e qui non c’è nessuno dei tuoi immortali da cazzo da decapitare”.
Ma una spada scintillava nel buio, sotto l’insegna “Suite Home”.








pubblicato da a.amerio nella rubrica racconti il 24 gennaio 2017