Suicide, da New York con rabbia

Silvio Bernelli



“Sai tipo il big bang? C’erano tutti questi gas che si fusero con le galassie e le stelle. Questo è quello che è accaduto con i Suicide; questo caos, come l’universo, venne fuori dalla sostanza gassosa. Ci fu un big bang e io e Marty ci siamo fusi in questa cosa unica”.
Così il cantante Alan Vega racconta l’incontro con il tastierista Martin Rev e la nascita dei Suicide: il duo elettronico più importante della storia del rock. E il big bang al quale si riferisce ebbe luogo a New York tra gli anni ‘60 e ‘70; una città dove milionari e miserabili vivevano fianco a fianco. Lì, all’opulenza degli attici di Park Avenue si contrapponevano i pericolosi ghetti del Lower East Side in cui era possibile campare con una manciata di dollari al mese. Grazie a questa convergenza di opposti, Manhattan attirava talenti da ogni parte del pianeta.
“Lo stanzino sul retro del Max’s Kansas City ospitava gente della Factory, attori, scrittori, artisti (..) Ogni sera potevi ritrovarti seduto di fronte a Dalì, Fellini, Jane Fonda, Mick Jagger, Jimi Hendrix (..) Janis Joplin…”
Eccola, quella New York, nella descrizione di Kris Needs, autore di Dream baby dream – Suicide la biografia dedicata alla band di Alan Vega e Martin Rev, appena pubblicata in Italia dalla coraggiosa Goodfellas nella traduzione di Caterina Micci (pp. 339, 22 euro).

Kris Needs, giornalista britannico del New Musical Express e già autore di diverse biografie-rock, ricostruisce, spesso attraverso la voce dei protagonisti, peripezie, sconfitte e vittorie di Alan Vega e Martin Rev. Racconta come i due giovani newyorkesi puro sangue comincino a bazzicare la scena leggendaria descritta poco sopra, e anche e diventare tra gli eroi della successiva; quella del CBGB, della raccolta No New York firmata Brian Eno, di Television, Patti Smith, Talking Heads, Ramones, Amos Poe, William Burroughs: in breve, una delle comunità artistiche più influenti della storia. In mezzo a questo tumulto di eventi, locali notturni, suoni, esperimenti e futuri autori di best seller mondiali (i Blondie con Heart of glass, tanto per fare l’esempio più clamoroso) Vega e Rev portano avanti il loro progetto musicale.
Il primo è un artista già trentenne che assembla neon e oggetti trovati nei rifiuti, al quale però nelle gallerie alla moda non arride molta fortuna. Ha una passione folle per Elvis Presley e l’inclinazione a scrivere brevi testi, filastrocche malate ripetute all’infinito.
Il secondo è un imberbe tastierista al quale il destino ha regalato l’amicizia con Tony Williams, il batterista del sommo Miles Davis. Rev è malato di jazz e doo-wop e ha il pallino per le vibrazioni elettroniche all’avanguardia, che produce tramite sintetizzatori fai-da-te assemblati con la pazienza e la fantasia di un cappellaio pazzo del suono.

Bastano già queste coordinate a dare idea della musica prodotta dai Suicide dal 1970 in poi: una sorta di rock’n’roll minimale e sintetico, così diverso da tutto da relegare il duo nell’ambito del rock più sperimentale. È bravo Kris Needs a restituire al lettore l’esperienza scioccante dei primi show dei Suicide: rumori al massimo volume, percussioni ipnotiche, distorsioni elettriche e l’atteggiamento ultra-provocatore di Vega che fa roteare catene sulle teste degli spettatori, si taglia con i cocci di bottiglia e insulta le prime file. E naturalmente, dalle pagine di Needs viene fuori bene anche la risposta del pubblico alle esecuzioni del duo, che spesso finiscono in veri e propri assalti al palco con distruzione del locale e minacce di morte per niente metaforiche.



Grazie a queste performance più vicine a quelle degli artisti visuali dello stesso periodo (Marina Abramović è quella che viene subito in mente) che alle “normali” band musicali, i Suicide riescono a conquistarsi l’amore incondizionato di molti grossi nomi dell’epoca. Bruce Springsteen, ad esempio, che inserirà nelle sue scalette live proprio Dream baby dream, il pezzo che dà il titolo alla biografia di Needs; o Ric Ocasek all’epoca leader della new wave band d’alta classifica Cars. Nel 1980 Ocasek produce il secondo album dei Suicide e si porta il duo a fargli da spalla nei concerti nelle grandi arene, che puntualmente Vega e Rev aizzano alla violenza. Esibizioni che, come quelle europee a supporto di Elvis Costello e Clash, finiscono quasi sempre con gli uomini della sicurezza che scortano i Suicide fuori dal palco sotto una pioggia di bottiglie. In Scozia, in un concerto particolarmente turbolento, la leggenda vuole che qualcuno avesse lanciato sul palco persino un’accetta. Vera o no che sia la storia dell’accetta, che anche Needs riferisce in forma dubitativa, resta l’avventura incredibile di un gruppo fuori da ogni schema che, malgrado una proposta artistica urticante, riesce ad esibirsi anche davanti al grande pubblico. Poi, dopo gli esordi infuocati, Alan Vega comincia una carriera solista che lo porta – contro ogni pronostico – a conquistare la testa delle classifiche in Francia con l’electro-rockabilly del singolo Juke box babe. Dal canto suo, Martin Rev si dedica a una serie di oscuri dischi solisti.

Intanto, una nuova generazione di musicisti ha imparato la lezione dei Suicide: bastano un cantante e un mago dei sintetizzatori per fare un gruppo. Ed ecco che in Inghilterra spuntano, tra gli altri, Soft Cell e Yazoo. A metà anni ’80 è l’intera scena house a guardare al duo newyorkese come fonte di ispirazione. Poi c’è ancora tempo per un buon disco dei Suicide, A way of life del 1988, altre produzioni meno brucianti e una serie di tributi dedicati al duo, nel frattempo assurto a divinità di molti pantheon: quello del rock-alternativo, quello della dj-culture e quello degli autori di colonne sonore cinematografiche, che hanno saccheggiato senza pietà le sonorità dei Suicide (ascoltare Harlem, datata 1980, per credere).
A questa seconda fase del gruppo Kris Needs dedica solo una breve parte della biografia, che si arresta prima della morte di Alan Vega, avvenuta nell’estate 2016.
Il libro ha il pregio di ricostruire nei dettagli l’avventura di una band formidabile e anche, molto meglio di altre pubblicazioni sull’argomento, in primis Please kill me della coppia McNeil/McCain, la scena newyorkese anni ‘70. Per capire a fondo quella Manhattan è consigliabile soffermarsi sul magnifico scatto in bianco e nero di Adrian Boot Domenica mattina sulla Bowery contenuto in Dream baby Dream – Suicide. Alan Vega e Martin Rev accanto a un parchimetro e dietro di loro un alcolizzato stravaccato sul marciapiede. Lontana sullo sfondo, la guglia del Chrysler Building. Ecco, questo era lo scontro bello/brutto, poesia/violenza, arte/miseria che era la forza di quella città, quell’epoca e naturalmente dei Suicide. Un gruppo irripetibile, se mai ce n’è stato uno, del quale vale la pena leggere la storia.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica musica il 20 gennaio 2017