Sandro Penna e quella strana gioia di amare

Alessandro Fiorillo



Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.
 [1]

La sera del 20 gennaio 1977 Sandro Penna, come era solito fare, telefonò a Elio Pecora, suo amico negli ultimi, difficili, anni. Il poeta settantunenne, devastato dall’insonnia e da vari mali trascurati nel tempo, racconta, al suo futuro biografo, una sorta di visione occorsa la notte precedente: a tarda ora, vegliando nonostante i potenti sonniferi ingeriti, Penna "aveva sentito passare e abbassarsi sulla città la morte, singhiozzando la chiamò come nel verso leopardiano bellissima fanciulla". [2] L’indomani, il 21 gennaio, preoccupato dall’insolito silenzio del poeta, che spesso chiamava anche più volte al giorno la cerchia ristretta dei suoi amici romani, Pecora si precipita a casa di Penna e lo trova disteso nel suo letto, senza vita: "il volto quieto come nel sonno, le carni fredde e fermo il polso". Quarant’anni sono ormai passati e ancora di Sandro Penna si parla con un certo imbarazzo; per le sue inclinazioni sessuali e, soprattutto, per averle sovraesposte, deformandole, nei suoi versi. Del poeta, apprezzato da studiosi e scrittori illustri, non esiste ancora una edizione critica soddisfacente, un’opera omnia filologicamente curata o un Meridiano che possa restituire l’universo penniano in tutta la sua interezza e varietà, corredato da una adeguato apparato critico. Sostanzialmente escluso dai programmi scolastici, anche in ambito universitario è raro imbattersi nell’opera di quello che Pasolini definì "forse il più grande, e il più lieto, poeta italiano vivente". In questo omaggio vorrei ripercorre alcune poesie di Penna per cercare di illuminare determinati aspetti della scrittura e dell’uomo, spaziando dal tema, nevralgico quanto ossessivo, dell’amore e della vita, a quello, altrettanto centrale, ma più silenzioso, quasi dissimulato, del dolore, che ha abitato come uno spettro i suoi versi e la sua esistenza. Infine, cercherò di far reagire l’opera di Penna con quella di Eugenio Montale, e in particolare con l’autore di Satura, per mettere a fuoco la differenza nelle poetiche e nel rapporto tra poesia e storia. Nel corso di questa ricognizione mi servirò degli importanti lavori critici condotti dagli studiosi che maggiormente si spesero nell’analisi dell’opera di questo poeta inclassificabile; da Mengaldo a Debenedetti, da Garboli a Pasolini.

Il paesaggio poetico di Penna è spesso caratterizzato da una natura luminosa, inondata dal sole; compito del poeta è quello di arginare e tradurre un amore straripante per il mondo in versi concisi, inventando una lingua semplice, ai limiti del banale (o "borghese", come disse Garboli [3] ):

Amavo ogni cosa nel mondo. E non avevo
che il mio bianco taccuino sotto il sole.
 [4]

La poesia è per Penna uno slancio perenne, una tensione continua volta a ripetere le epifanie di un io innamorato del mondo, le sensazioni di una gioia primordiale nei confronti di una natura percepita, nella sua complessità, "con tutti i sensi accesi", come dirà in un suo verso. Ma l’amore, topos dell’intera poetica penniana, si condensa spesso nelle forme nevrotiche di una frustrazione invincibile, in una disparità insolvibile tra desiderio e oggetto del desiderio; com’è noto, figura ossessiva dei versi di Penna sono i fanciulli di cui è innamorato, eppure mai la sua lingua cede alla sensualità ("non sono capace di sessualità, faccio ogni cosa per amore" confida Penna al registratore, suo affascinate diario postumo). L’erotismo del poeta è, quindi, tutto al di fuori della sua poesia:

L’ombra di una nuvola leggera
mi condusse a un fanciullo
che uscito dal torrente
nudo si stese sull’erba.
Mi sentii
come dopo la prima comunione.
 [5]

I fanciulli diventano allora l’allegoria incarnata di un desiderio d’amore che travalica gli oggetti di investimento emotivo; i loro corpi sono un’unico organismo, territorio infinito di cui è impossibile appropriarsi, ma dove il poeta arde nella contemplazione dell’altro: "i suoi ragazzi [della città, ndr] che sento come compatti, cellule di un solo organismo, ed io estraneo, innamorato che si meraviglia che la persona amata stava vivendo all’infuori di lui! Ma bello amare. Non soltanto la persona" [6]. Oltre all’ambientazione campestre della periferia romana, il mondo e la vita sono osservati da Penna spesso da una posizione sghemba, da lontano, da un angolo buio di una via o, meglio ancora, da una finestra; tale postura costituisce in parte il frame per contemplare il mondo con lo sguardo innamorato di un poeta lucido e consapevole del proprio "mandato artistico":

Sempre affacciato a una finestra io sono,
io della vita tanto innamorato.
Unir parole ad uomini fu il dono
breve e discreto che il cielo mi ha dato.
 [7]

Sarebbe riduttivo e miope, nonostante spesso sia accaduto, considerare Penna poeta esclusivo di amore per la vita, per il mondo, per gli uomini. Contemporaneamente a questa istanza positiva, a questo slancio vitalistico del poeta fanciullo, coesiste in Penna una pulsione di segno opposto, spesso taciuta o attenuata, che confligge con l’immagine di poeta ingenuo e perennemente innamorato:

Mi nasconda la notte e il dolce vento.
Da casa mia cacciato e a te venuto
mio romantico amico fiume lento.
Guardo il cielo e le nuvole e le luci
degli uomini laggiù così lontani
sempre da me. Ed io non so chi voglio
amare ormai se non il mio dolore.
La luna si nasconde e poi riappare
– lenta vicenda inutilmente mossa
sovra il mio capo stanco di guardare. [8]

In liriche come questa possiamo leggere tutto il conflitto intorno a cui ruota la macchina poetica di Sandro Penna; uomo in tensione tra lo sterminato amore per il mondo e una dimensione quasi lunare, notturna e solitaria. Ma il male di vivere di Penna è sempre circoscritto e mai centrale, è come mitigato dallo slancio di un amore a perdere, una dépense continua che, pur girando a vuoto (il godimento, per il poeta, è spesso limitato alla sola contemplazione) definisce e informa una poetica immanente, scettica, mai cinica:

Livida alba, io sono senza dio.
Visi assonnati vanno per le vie
sepolti sotto fasci d’erbe diacce.
Gridano al freddo vuoto i venditori.
Albe più dense di colori vidi
su mari su campagne inutilmente.
Mi abbandono all’amore di quei visi.
 [9]

Ciò che stupisce, allora, è l’insistenza e la regolarità dell’ossessione amorosa di Penna, il tono sempre coerente di chi ha deciso di cantare il suo amore nonostante tutto; nonostante, cioè, i divieti di differente ordine (sociale, giuridico, morale) che frustrano sistematicamente la propria libidine: "Fuggono i giorni lieti / lieti di bella età. / Non fuggono i divieti / alla felicità.". In oltre mezzo secolo di produzione artistica, Penna ha sempre visto la poesia e il mondo con il medesimo sguardo innamorato, con la medesima necessità di dire tutto rispetto alla propria condizione, senza mai cedere nulla al rimpianto e alla frustrazione del proprio desiderio, senza mai giocare la carta dell’ironia come strategia di distanziamento tra sé e l’altro, o tra sé e i propri versi, ma immergendosi con sempre maggiore innocenza nell’azzurro mare della vita con l’imperturbabile calma di un maestro zen (e non a caso, da diversi lettori, le sue quartine sono state paragonate a degli haiku):

Il mare è tutto azzurro.
Il mare è tutto calmo.
Nel cuore è quasi un urlo
di gioia. E tutto è calmo.
 [10]

Accusato di essere mal dotato di riflessione e di complessità di analisi (questo sarebbe il limite del poeta, segnalato da Anceschi [11]) Penna ha sempre affidato ai suoi versi il compito di tracciare un sotterraneo discorso "morale". Pur se frammentario e mai argomentato, questo discorso discontinuo procede per segmenti [12], senza spiegare nulla, ma tracciando un’immagine di sé che non lascia spazio ad ambiguità interpretative circa il giudizio non rispetto a un presunto "indisciplinato eros"L. [13], ma a un amore mai corrisposto, percepito come un male che irradia dolore, ma solo per un istante, per essere subito riscattato da quella strana gioia di vivere che darà il titolo a una delle sue raccolte più riuscite:

Cercando del mio male le radici
avevo corso tutta la città.
Gonfio di cibo e d’imbecillità
tranquillo te ne andavi dagli amici.
Ma Sandro Penna è intriso di una strana
gioia di vivere anche nel dolore.
 [14]

Ecco, allora, il dispiegarsi di quell’originale processo eufemistico (come aveva acutamente detto Pasolini [15]) che opera contemporaneamente a livello di lingua e forma, contenuti e pensiero: tutte le impurità della sua poesia, le contaminazioni, toni bassi o bassissimi, ma anche il tema della pederastia e del dolore privato, vengono promossi e come levigati da uno specifico (e unico) piano linguistico purissimo e semplice, lirico e quasi infantile:

Il problema sessuale
prende tutta la mia vita.
Sarà un bene o sarà un male
mi domando ad ogni uscita.
 [16]

Sulla scorta delle deduzioni di Pasolini, Mengaldo arriva a dire che "la natura totalmente trasgressiva della tematica di Penna postula assolutamente un linguaggio non trasgressivo: l’eufemismo funge contemporaneamente da mascheramento e nobilitazione dell’istinto vitale" [17]. Mascherare e nobilitare, occultare per elevare le proprie pulsioni, la propria macchina desiderante; da simili contraddizioni sono agitati i versi di Penna, lui, "mostro da niente", "lombrico vestito da signore" che pieno d’amore cerca nell’altro il marchio invisibile di una complicità esistenziale, in una convergenza impossibile tra amore, vita e mondo sotto il segno di una filia che ignora la storia:

Fanciullo non fuggire, non andare solo.
Non è per me che io lo dico.
Io ti ho visto alla fronte un segno chiaro.
E tua madre non vede. Non vede l’amico.
 [18]

Ha ragione Garboli [19] nel sottolineare la lucidità della malattia penniana, la sanità del poeta che assume la propria esistenza come si consuma una droga: "Sandro Penna è un classico della malattia, e la sua perversione (la sua vera perversione) consiste nel vivere la malattia, il delirio, la febbre, e i guasti che produce una vita vissuta come una droga e persa nell’oscurità infiammata e lacrimosa dei sogni, con uno splendido abbandono da sano". Rispetto al poeta che dichiarò di vivere solo in percentuali ridottissime, Penna si trova in speculare opposizione; l’arte non può essere un’alternativa alla vita, ma sua appendice capace di cogliere e trasfigurare il peso di un’esistenza lancinante che intende eleggere e disinnescare, con il suo disperato vitalismo, i dolori, i traumi e la noia che contraddistinguono il percorso umano:

La giovinezza è ancora mio appannaggio?
Già mi pare di sì ora che il vento
scompiglia dolcemente i miei pensieri
e la finestra è aperta, chiara e onesta,
e morta è nei miei versi la mia noia. [...]
 [20]

La distanza tra il premio Nobel Eugenio Montale e Sandro Penna non consiste eslusivamente nelle diversissime tensioni esistenziali o nelle articolazioni del rapporto arte-vita; neanche l’entusiasmo positivo del secondo bastano a marcare le differenze con il negativo esistenziale del primo [21]. Ciò che vorrei qui sottolineare consiste nel diverso modo di intendere la storia, il mondo e il proprio io lirico al loro interno. Di dieci anni più giovane del poeta ligure, Sandro Penna ha attraversato quasi la medesima porzione di Novecento di Eugenio Montale: i due conflitti bellici e il fascismo, la rinascita ancipite del boom economico e le contestazioni degli anni Sessanta, le stragi, il terrorismo, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista. Fin dagli esordi degli anni Trenta, Penna esclude consapevolmente (e rimmarrà ostinatamente coerente a questa scelta, vero hapax nella storia della letteratura italiana del secolo scorso) ogni incidenza tra poesia e storia, ma non solo; per dirla con Garboli [22], infatti, "Penna è il solo poeta del Novecento italiano il quale abbia rifiutato silenziosamente, senza farne argomento di pubblicità, la realtà ideologica, morale, politica, sociale, intellettuale del mondo in cui viviamo. Penna ha messo il mondo degli adulti tra parentesi. Non lo ha contestato, ma lo ha rifiutato come un mondo insignificante, un po’ volgare, un po’ miserabile, fatto di ridicoli imbrogli e vanità risapute". È in virtù del gran rifiuto di Penna che, forse, possiamo considerare la sua scelta radicale quale significativo e prezioso unicum del nostro tempo. Questo porre "il mondo degli adulti tra parentesi" presuppone una vera e propria epoché di ordine storico, morale e ideologico non solo senza precedenti, ma particolarmente interessante se avvicinata al percorso che Montale conduce a partire dagli anni Sessanta, poi in Satura e negli ultimi lavori. La quarta raccolta lirica del poeta ligure è, infatti, universalmente considerata opera di "svolta" all’interno del suo percorso artistico: dopo la poetica degli oggetti e del negativo male di vivere, dopo l’incursione nella storia con l’allegorica Bufera degli anni Cinquanta, la voce montaliana si abbandona all’ironia, alla satira, si ripiega in una inedita prospettiva scettico-epicurea, come notava Pasolini [23] . In Satura, dopo aver preteso di decostruire l’illusione di ogni ideologia (o quantomeno dell’idealismo e, soprattutto, del marxismo), Montale instaura un vuoto pneumatico capace di accogliere quel residuo ideologico del nulla che consisterebbe in una specie di epoché impossibile da sospendere, che vela di nero cinismo ogni diverso orizzonte d’attesa prospettato dalla donna-senhal:

-Arsenio- (lei mi scrive), -io qui ’asolante’
tra i miei tetri cipressi penso che
sia ora di sospendere la tanto
da te per me voluta sospensione
d’ogni inganno mondano; che sia tempo
di spiegare le vele e di sospendere
l’epoché.

Non dire che la stagione è nera ed anche le tortore
con le tremule ali sono volate al sud. [...]
 [24]

Ma per Arsenio i tempi sono ormai troppo oscuri e solo lo scollamento, apparente, dalla storia, la sospensione del giudizio, permettono al topo che non fu mai aquila (come scriverà "in risposta" Montale nella seconda parte della poesia) di sopravvivere al mondo con il proprio "torpore di sonnambulo". In una simile visione ci troviamo agli antipodi rispetto a quello strano vitalismo di Penna così innervato di tensioni contraddittorie: non c’è amore in lotta con il dolore, e neanche un sentimento tragico capace di problematizzare la complessità del presente: solo lucido abbandono ironico, disincantata postura tra l’apocalisse e il nichilismo. Differente, quindi, è stata la scelta condotta da Penna nel corso di tutta la sua esistenza: la scommessa del poeta perugino si gioca tutta nel campo della natura, non della storia. È nella natura dei corpi, ma anche nell’erba, nel vento e nel ricordo, che si apre e si richiude il diaframma poetico penniano; non sono possibili mediazioni o correlativi concreti, nessun oggetto può frapporsi tra un io lirico che abita interamente il regno naturale come un fanciullo e l’amore-stupore nell’accarezzare, con lo sguardo e con i versi, le forme mutevoli dell’altro per riconoscervisi, per diventare altro:

“Poeta esclusivo d’amore”
m’hanno chiamato. E forse era vero.
Ma il vento qui sull’erba ed i rumori
della città lontana
non sono anch’essi amore?
Sotto nuvole calde
non sono ancora i suoni
di un amore che arde
e più non s’allontana?
 [25]

Coerente al rifiuto del "mondo degli adulti", Penna rivendica uno statuto oltranzistico della diversità: in linea con la lezione rimbaudiana, l’io del poeta è sempre un altro, al punto di divenire irriconoscibile a se stesso, aperto alle nuove sensazioni che il mondo emana, ma sempre defilato, controcorrente, solo. Pochi mesi prima di morire, infatti, in occasione degli ottant’anni di Montale, Penna, su invito del comune di Genova, dedica una sua poesia degli anni Cinquanta al poeta ligure. Un omaggio, ma anche una sottile polemica, nonché il segno di una radicale estraneità al mondo intellettuale italiano e quasi un congedo dalla vita. Ma la morte è in Penna un semplice snodo biologico, ineluttabile e fatale, a cui contrapporre un vago e puerile dispiacere, perché ciò che conta è il vivere patendo i propri demoni, con l’entusiasmo disarmante di un amore che trascende le proprie ossessioni, di una poesia che le esalti e le trasfiguri, in un gioco volutamente ambiguo, nella coerenza e nella differenza:

A Eugenio Montale

La festa verso l’imbrunire vado
in direzione opposta della folla
che allegra e svelta sorte dallo stadio.
Io non guardo nessuno e guardo tutti.
Un sorriso raccolgo ogni tanto.
Più raramente un festoso saluto.

Ed io non mi ricordo più chi sono.
Allora di morire mi dispiace.
Di morire mi pare troppo ingiusto.
Anche se non ricordo più chi sono.
 [26]




[1] Tutte le poesie di Penna citate sono tratte da S. PENNA, Poesie, Garzanti, 1989. Felice chi è diverso, Appunti [1938-1949], p. 171

[2] L’aneddoto è tratto dell’ottima biografia di E. PECORA, Sandro Penna, una biografia, Frassinelli, 1984

[3] C. GARBOLI, Penna papers, Garzanti, 1984

[4] S. PENNA, Amavo ogni cosa nel mondo, Poesie [1938-1955], p. 150

[5] S. PENNA, L’ombra di una nuvola leggera, Giovanili ritrovate [1927-1936], p. 285

[6] S. PENNA, Tutte storie, in Un po’ di febbre, Garzanti 1973

[7] S. PENNA, Sempre affacciato a una finestra io sono, Stranezze [1965-1970], p. 373

[8] S. PENNA, Tutte storie, in Un po’ di febbre, Garzanti 1973

[9] S. PENNA, Città, Poesie [1927-1938], p. 20

[10] S. PENNA, Il mare è tutto azzurro, Poesie [1927-1938], p. 12

[11] L. ANCESCHI, Sensibile candore di Penna, in Saggi di poetica e poesia, Firenze 1943

[12] P. P. PASOLINI, Sandro Penna, in Passione e ideologia, Garzanti 1960

[13] ANCESCHI, op. cit.

[14] S. PENNA, Cercando del mio male le radici, Una strana gioia di vivere, p. 217

[15] P. P. PASOLINI, op.cit.

[16] S. PENNA, Il problema sessuale, Stranezze, p. 346

[17] P. V. MENGALDO, Poeti italiani del Novecento, Mondadori, 1978

[18] S. PENNA, Fanciullo non fuggire, non andare, Poesie [1938-1955], p. 74

[19] C. GARBOLI, Le poesie parallele, in Penna Papers, Garzanti, 1984

[20] S. PENNA, Solfeggio, Croce e delizia [1927-1957], p. 257

[21] Per una disamina più approfindita sulle differenze tra i poeti e la loro "diffidente amicizia" rimando, ancora una volta, al lavoro critico di GARBOLI, Penna, Montale e il desiderio, Mondadori, 1996

[22] C. GARBOLI, Penna papers, Garzanti, 1984

[23] P. P. PASOLINI, Satura, in Descrizioni di descrizioni, ora in Saggi sulla letteratura e sull’arte, Mondadori, 1999

[24] E. MONTALE, Botta e risposta I, in Satura

[25] S. PENNA, "Poeta esclusivo d’amore", Stranezze, p. 344

[26] S. PENNA, La festa verso l’imbruire vado, Il viaggiatore insonne [1977], p.452









Immagine: Mario Mafai, Tetti di Roma, 1942, olio su tela, 35.5 x 48 cm, coll. priv. [sito: http://www.artnet.com/artists/mario...





pubblicato da nella rubrica poesia il 21 gennaio 2017