Certe volte che non sono morto

Tiziano Scarpa



1.

nel millenovecentosettantuno
inseguo stefano gli corro dietro
fra il calcetto e il tavolo da ping pong
ridiamo tutti e due
senza voltarsi lui dietro la schiena
fa come un colpo d’ali
con tutte e due le braccia
spinge forte la porta alle sue spalle

due battenti massicci a tutta forza
mi sbattono contemporaneamente
su tutte e due le tempie

mentre deliro a casa sul divano
in piena commozione cerebrale
mia madre fa di tutto
per spiegare alla morte
che in sala giochi dei chierichetti non vale


2.

la citroën ds
aveva una particolarità
prima di partire si sollevava
sulle sue sospensioni idropneumatiche

lo zio dava spettacolo
accendendo il motore
lievitava soave
a bordo della sua classe sociale

ricordo anche il rumore che faceva
il volante uno sguintch a ogni sterzata
una deglutizione d’olio e ferro

mentre andavamo al pranzo della cresima
fuori venezia nel settantaquattro
il muso inconfondibile da squalo
con il cofano a scivolo spiovente
si rivelò una comoda salita
per un furgone che ci sormontò
letteralmente scorrendoci sopra

dal sedile di dietro
ho visto il parabrezza farsi scuro

tanta paura ma poche ferite
l’abitacolo ha retto

a casa ne avevo un modellino
dello stesso colore
carrozzeria gialla tettuccio nero
la morte in miniatura


3.

la notte che volevo suicidarmi
ma seriamente, prima dell’esame
di storia medioevale.
mi ero ridotto all’ultimo momento,
sfogliavo il manuale,
sei secoli in sei ore. era un esame
obbligatorio nel piano di studi
per poter fare un giorno il professore.
non mi importava un cazzo
di fare il professore
io mi ero iscritto a lettere
per sprofondare dentro la scrittura
stare vicino ai morti
alle loro parole
(cosa che quella notte
non mi riuscì per poco).
riuscivo ad imparare solo quello
che faceva parte della mia anima
(voglio dire che all’università
scoprii nuove parti della mia anima
di nome austin tesauro bachtin frazer
savinio chomsky eccetera).
ma quella notte fra innocenzo terzo
e la crociata contro gli albigesi
cercai in tutta la stanza una lametta.
era il ventidue luglio
milleduecentonove
massacro di Béziers


4.

oppure a bologna nell’ottantanove
fuori dalla caserma
in libera uscita a rotta di collo
di corsa sulle strisce pedonali
senza guardare a destra e a sinistra
da dietro l’angolo
sbuca una macchina in una stradina
inchioda inveisce ci grida
se siamo pazzi
noi ridiamo il servizio militare
mica l’abbiamo scelto noi di farlo
dunque
siamo invulnerabili


5.

oppure a milano
nel millenovecentonovantasei
la mattina alle otto
andando in ufficio
a prendersi cura dei libri degli altri
a un incrocio di corso sempione
piove
io attraverso con il verde
una macchina sterza non mi vede
mi tocca l’anca con lo specchietto laterale
il conducente si ferma
abbassa il finestrino
mi chiede scusa di non avermi ucciso


6.

rimasto solo a casa
per una settimana
senza dirlo a nessuno
tosse squassante vomito
senza mangiare senza medicine
a letto tutto il giorno
febbre altissima incubi
anzi direi deliri

era il duemila credo

quando guarisco leggo i notiziari
epidemia letale
vittime in tutta europa
parecchi morti i sintomi
tosse squassante vomito
febbre altissima eccetera
rischi molto elevati
correre in ospedale
non sottovalutare

la morte mi ha scopato
per una settimana
ma poi ha deciso di mollarmi
non valgo gran che come amante


7.

a fine maggio del duemilatre
sulla statale fra zagabria e osijek
il pullman si fermò al posto di blocco.
«ci sono troppe mine, non si passa»
disse il soldato ed effettivamente
dal finestrino lo capivo anch’io
che tutti quei triangolini rossi
non erano papaveri di campo.
«tornate indietro» disse, ma l’autista
smontato a terra «e come faccio – disse
– devo portarli entro stasera» «escluso
– disse il soldato – ancora cento metri
e mi saltate in aria» ma l’autista
si disperava «pago la penale
se non arrivo in tempo, hanno un incontro»
«saltate in aria di sicuro» «il festival»
«è troppo un rischio» «la gente li aspetta,
c’è la lettura, fanno tardi» «ma
chi sono» «scrittori» «passate pure»


8.

oppure accompagnando arturo
nel dicembre del duemiladieci
a mezzanotte dopo lo spettacolo
vicino al bar tiziano (giuro)
sotto l’insegna di un albergo in alto
è appesa una lanterna con un punteruolo
di metallo puntato verso il basso
un colpo di vento la stacca
mi sfiora la testa
si conficca sul selciato


9.

nel duemilatredici siamo in marcia
direzione parlamento europeo
milleduecento chilometri a piedi

a quota mille metri sulle alpi
scorre un rigagnolo i camminatori
lo hanno già attraversato quasi tutti

mancano solo i più lenti del gruppo
qualche signora anziana

siamo su una specie di pianerottolo
sopra una rampa di lastre sbrecciate
rocce taglienti ripide

mi metto a gambe larghe
aiuto le signore
a scavalcare l’acqua
mi sento figo forte porgo il braccio

cambio il piede d’appoggio
la roccia cede sto per

giovanni dice prendilo
mi afferra una signora

………..............................……......
………..............................……......


………..............................……......
………..............................……......
Volendo c’è anche La morte frivola.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica poesia il 19 gennaio 2017