Il secondo romanzo di Hanya Yanagihara

Alessandro Mezzena Lona



Ci abbiamo messo un bel po’ a capire che il romanzo non è morto. E che non morirà mai. Anche se per anni, raccontare storie sembrava quasi un’eresia. Perché in primo piano doveva stare la sperimentazione, la ricerca linguistica, l’ibridazione tra i generi.

Adesso, poi, sembra che più d’uno scrittore non si faccia problemi a riesumare il modello originale. A costruire libri, cioè, che prendano come punto di riferimento il romanzo classico. Quello dei grandi maestri, da Balzac a Tolstoj, da Stendhal a Hugo. Con un occhio di riguardo per Marcel Proust, che non ha mai mostrato il minimo ripensamento nel cesellare pagine indimenticabili attorno a episodi del tutto marginali della vita quotidiana. A partire dal ricordo delle madeleine, che innescavano la vertigine dei ricordi nel lungo incipit di quel libro insuperabile che è Un amore di Swann, atto primo della Ricerca del tempo perduto.

Ma attenzione a non farsi incantare da patetici imitatori. Perché un romanzo 2.0 non può non tenere conto del tempo in cui viene scritto. Anche se rende omaggio ai grandi classici, in maniera del tutto evidente, deve trovare una dimensione credibile. Una lingua adeguata.

E proprio per la sua capacità di tenere gli occhi piantati sul presente, con la cadenza distesa e ipnotica dei romanzi del passato, non può passare inosservato un libro come Una vita come tante. L’ha scritto Hanya Yanagihara, lo ha tradotto con amore Luca Briasco, lo pubblica Sellerio (pagg. 1098, euro 22). E c’è da scommettere che anche il lettore meno paziente finirà per innamorarsi di questo modo di raccontare che sfugge alla frenetica urgenza del nostro tempo. E che cesella, come i grandi narratori di ieri, una galleria di personaggi dai quali, dopo oltre mille pagine, ci si congeda con un pizzico di malinconia.

Figlia di un oncologo di origine hawaiana, mentre sua mamma è nata a Seul nella Corea del Sud, formatasi alla scuola dei magazine americani (da “Traveler” a “New York Times Style Magazine”), Hanya Yanagihara ha debuttato come scrittrice nel 2013. E il suo primo romanzo The people in the trees, che racconta la storia del virologo Daniel Carleton Gajdusek, ha attirato subito l’attenzione dei critici e dei lettori. Tanto da risultare un piccolo caso letterario. Normale, quindi, attendersi molto da A little life, tradotto in italiano con il titolo Una vita come tante, che è stato finalista al National Book Award e al Booker Prize e ha vinto il Kirkus Prize.

Quattro sono le linee narrative che tessono la trama del romanzo. Ognuna è legata a un ragazzo, che arriva dal New England nell’elettrizzante New York. Willem Ragnarsson, sensibile e determinato, porta dentro di sé il sogno di fare l’attore; Jean-Baptiste “JB” Marion, figlio di immigrati haitiani, gay, estroverso e autodistruttivo, pronto a confrontarsi con la vita a muso duro, vuole farsi strada nel mondo dell’arte; Malcolm Irvine entra in uno studio di architetti ma fa fatica a sentirsi realizzato, anche se dalla sua parte c’è una condizione economica decisamente tranquillizzante; infine Jude St. Francis riesce a intraprendere la professione dell’avvocato, pur senza nascondere la sua predilezione per la matematica. Ma le sue condizioni di salute destano sempre una certa preoccupazione.

Proprio Jude diventa una sorta di centro di gravità in questa lunghissima e profonda amicizia. Riservato, a tratti perfino enigmatico, rivelerà soltanto in un secondo momento le ragioni del suo essere così in difficoltà nell’affrontare la realtà. Raccontando di un incidente che lo avrebbe potuto portare via dalla vita. E invece lo ha lasciato a inventarsi le giornate tra mille problemi. Tanto che uno degli amici arriverà a dichiarare che Jude può entrare di diritto nella categoria del post-uomo: «Non lo vediamo mai con nessuno, non sappiamo di che razza sia, non sappiamo niente di lui. Post-sessuale, post-razziale, post-identità, post-passato. Il post-umano. Jude il Post-Uomo».

Ma il bello di questo romanzo è che Hanya Yanagihara non si accontenta di galleggiare in superficie. Non le basta spiare i personaggi nei momenti felici, raccontando le feste, gli scherzi, gli amori, i successi nel lavoro. No, la scrittrice entra come una trivella nel groviglio doloroso e oscuro delle loro vite. Costruisce un impianto narrativo delicato e dirompente. Un gioiello di luce e tenebra.

(Uscito su “Il piccolo” l’ 8 gennaio 2017)








pubblicato da c.benedetti nella rubrica libri il 16 gennaio 2017