Labiali

Paolo Castronuovo



Paolo Castronuovo, Labiali, Pietre Vive Editore, 2016

[Copertina: Pierluca Cetera]

«Labiali. Due poemetti che diventano un solo elemento, una specie di monolite poetico fatto di due tronchi, o sub-monoliti, con l’aggiunta di una coda. Cos’ha di tanto particolare questo lavoro di Paolo Castronuovo? Prima di tutto, e va detto come evidenza e non come mero giudizio, che il nostro è poeta di razza, nonostante la giovane età, o forse anche per grazia di tale pedigree generazionale. È un ragazzo dell’86, lui, non ha vissuto da adulto, invero, i famigerati e sopravvalutati anni 80, che a noi più grandi hanno rovinato l’anima consegnandola, con la finta leggerezza dei tempi, al diavolo. Non che il nostro autore sia uno stinco di santo; più che altro è un giovane – o ancora giovane, ma non per molto, già per sua fortuna – che nella sua poesia non fa nulla per sembrarlo. È uno di quelli che magari inconsapevolmente vuole misurarsi col passato con le armi del passato, che non divide la poesia tra “classica” e “sperimentale”, tra “pura” e “dura”. Che gioca un po’ a tutto campo, arando le zolle letterarie con quello che sa e anche con quello che non sa, se ci si mette. In un’era di poesia blogghistica, dopolavoristica, facebookiana senza rete e senza talento, Castronuovo scrive libri, anzi opere, come questa. Non va a disturbare il genere in disuso, o male interpretato, del “romanzo in versi”, lui ci propone un contenitore poetico a due teste, un oggetto d’arte, in certo senso, come potrebbe essere una diavoleria di Damien Hirst. Ma gli scrittori, i poeti, non possono essere dei falsari laureati cum laude della cosiddetta arte – che mi fa un po’ specie nominare, soprattutto se, in un’epoca in cui tutti si definiscono artisti, nessuno è un artista. Semmai, ecco, egli è un sopravvivente, un natante a pelo di letame su un mare nero di sporcizia innominabile. No, a chi scrive non si dovrebbe – nonostante le varie, possibili interpretazioni del suo lavoro – perdonare nulla; e d’altra parte il valore dovrebbe essere sempre riconosciuto, con molta meno probabilità d’errore – soprattutto voluto – che nelle cosiddette arti che io chiamerò “prensili”. Naturalmente se puoi versare un assegno a diecimila zeri.

siamo sabbia fronde capi stesi/ il tempo e il vento tritano la forma/ una moda quella del passaggio/ tra fessure in estensione/ dove il dolore è/ una posizione scomoda/ di due corpi in uno stomaco/ e la felicità un buco/ che dà immagine a una groviera/ sotto fiordi/ sotto maniche/ le braccia ustionate/ dai carboni del mezzogiorno/ e sotto le afriche e i colori/ un mappamondo d’orzo e diamanti/ dall’elefante al marino/ tra i ghiacciai muovi la cannuccia/ nel succo di frutta

Così inizia Labiali, in un ingolfamento di stimoli e cose che troveremo coerentemente in tutto il lavoro; come abbiamo detto, un poema in due parti o, scomodando l’Achille Campanile delle Tragedie in due battute, in due seri giochi. Due battute, due emisferi, due labbra, senza mai però tralasciare il postillo finale come fosse un’appendice. In questo poema duplice o doppio quasi tutto, come è giusto, si tiene: è un pendolare continuo dal grande al piccolo – “tra i ghiacciai muovi la cannuccia”, tra il mitico e l’andante. Poesia postmoderna, possiamo anche dire, che spesso cammina a tentoni fra le tendenze di un Novecento mai veramente morto, anzi sempre presente come, spesso, una maledizione insostituibile. La volontà di essere diversi di fronte alla poesia, di non pregiudicarla come un totem ormai privo di tabù. La poesia come materia, l’inchiostro come cuneo di combattimento non tanto per spiegare a un lettore che già sa la realtà, anzi per non spiegare, per dire a volte con la forza astrattiva di un quadro pieno di parole che si inseguono talvolta con violenza, sempre con il dovuto rispetto della forma.

Se il monolite è una specie di dogma che non ha bisogno di spiegazioni, proprio come una poesia vera, che si rispetti, il poeta sta ai suoi piedi per tutto il tempo e fantastica per il lungo e il largo della sua maestosità, senza fare indagini, come se il monolite fosse quello di Kubrick, alieno ma al contempo profondamente radicato nella nostra storia, ab origine e per sempre. È un susseguirsi di immagini, rutilanti, a volte cinematografiche, fantascientifiche, fantasmagoriche, come in un Fellini impazzito e, dall’altra parte, domestiche. Il mercurio è la sostanza che accende un gioco alchemico, qualcosa che tutti noi abbiamo dentro, nel cuore e nella mente, ma che se trattenuto in dosi eccessive fa male, ci avvelena. È il peso primigenio dell’esistenza umana, che Castronuovo prova a svelare passo a passo, verso dopo verso, con una libertà che ha pochi eguali, a mio parere, nel panorama della poesia italiana di oggi.»

(Franz Krauspenhaar)

*

Non parlerò del sud, e delle friselle da salvare
degli operai che urlano e fanno straordinari
per non stare a casa con figli e mogli isteriche
vorrei questo sud ardesse di più con le polveri e i petroli
che togliesse la maschera stupida che indossa
in questa disperata ossessione di rivalorizzare il territorio

io sono per la distruzione, per lo sfacelo delle cose
il degradarsi di una rupe che segue il suo percorso
la lapide spaccata dalle rose posate
la slavina di sperma tra le gambe
quando è ormai troppo tardi
e la poesia è appena stata fecondata.

*

Sono orgoglioso della claustrofobia
domenicale in alternativa allo stadio
a uno schermo verde che ti tende sul divano
o ti sfoga come un porco sulla carcassa
non appena la palla sfonda l’imene di
una rete strapagata per sgattaiolare in mutande;
ma non è la disciplina ciò che mi disturba
quanto il lezzo attorno del reality-slave-show
un mercato nero colorato da bandiere € bestemmie
dietro display con cavalli in corsa
ad alimentare le casse.

*

Scrivo molto per un mercato inesistente
arricchisco i cassetti e i miei bagagli prima di partire
il viaggio è stato più breve di un flash
non ho sentito il fresco dello ionio al tuffo
la densità del mediterraneo in transito
il calore dell’Etna all’arrivo
ci siamo incontrati all’isola dopo chilometri
in una stazione piena di binari morti e paralleli
mancava la tua luce notturna che designa il mio profilo cupo
la tua immensità stretta in una foto
il cassetto a doppio fondo da riempire.

*

Paolo Castronuovo (1986) vive in Puglia. Ad oggi ha pubblicato Della Serie Labirinti (2009), Filo Spinato (2010), Ambaradan (Libro d’artista, 2014), Streghe Ignifughe (2014). É inoltre presente in numerose antologie e riviste. Vincitore del Premio Corpo di Donna 2011, ha presentato vari libri e fatto da giurista a premi di poesia e cinema.








pubblicato da a.moresco nella rubrica poesia il 5 gennaio 2017