Sono nato ucciso

Jonny Costantino



10 pensieri di Chamfort per l’anno nascente, destinati ad artisti e pensatori in lotta contro un presente che, se non è una miserabile commedia, è un tragico carnevale, come a chiunque voglia semplicemente difendersi dalla stupidità imperante.

Ritratto di Chamfort

Urge una dose di Chamfort. Filosofo icastico. Poeta sotto copertura. Anatomopatologo e squartatore. Tra i moralisti francesi, fu il prediletto di Samuel Beckett, che ne tradusse in inglese alcune massime e le mise in rima. Fu amato da Balzac e Nietzsche. I suoi pensieri sono fermi e cristallini, almeno quanto la sua esistenza fu convulsa e torbida, con un inizio da romanzo di appendice e un finale da film splatter. Nel mezzo, tanto splendore e tanta miseria.

Chamfort venne al mondo come una rogna. Fu il frutto illegittimo della relazione clandestina tra il canonico della cattedrale di Clermont-Ferrand e una quarantaquattrenne nobildonna dell’alta aristocrazia locale. In un sol colpo la sua signora madre tradiva il marito, la classe sociale e il proprio dio. Quel bastardello costituiva la prova del fattaccio, una prova che frignava e si sporcava, una di quelle che non si possono rinchiudere nello sgabuzzino né gettare nel fiume, soprattutto se l’inseminatore è un uomo di chiesa, pena la dannazione eterna. Non sarebbe stato facile sbarazzarsi di lui se dal cielo, nelle sembianze di una disgrazia, non fosse caduta bell’e pronta la soluzione. Talvolta, checché se ne dica, il diavolo, assieme alle pentole, fa pure i coperchi. Mentre il cervellone semi-nobile vedeva la luce, da qualche parte in città moriva un neonato di umili origini, desiderato erede di un oscuro droghiere che il caso volle parente del reverendo padre dell’indesiderato bambino vivo. Come i fatti dimostrano, i due paparini ci misero poco a trovare un accordo. Il 22 giugno 1740, invece di celebrare il funerale del pargolo precocemente spirato, il droghiere festeggiò il battesimo di un infante al quale diede una casa e un nome: Sébastien-Roch Nicolas, al secolo Chamfort. La sua infanzia trascorse nella bambagia. Foraggiati dai genitori naturali, il droghiere e la domestica che lo crebbero non gli fecero mancare nulla. Fu a otto anni che Sébastien apprese la verità per bocca della madre adottiva: parto imbarazzante di uno sconcio peccato, egli era il rimpiazzo di un bambino morto. Il fanciullo resse il colpo, ma non poté evitare che nel suo cuore mettesse radici un sentimento di rancore per quella che non poté non vivere come una immedicabile offesa originaria, un sentimento che serpeggerà nella sua scrittura. Tuttavia, poiché quello che non ammazza rafforza, la presa di coscienza della propria bastardaggine, lungi dal tagliargli le gambe, divenne uno sprone per farsi strada nel mondo. Soltanto i figli legittimi hanno diritti. Lui, il mezzosangue, avrebbe dovuto conquistare ogni cosa con le proprie forze, in un modo o nell’altro.

Chamfort ebbe tutto. Gloria, denaro, bellezza, amanti, amici. Ebbe tutto e perse tutto. A Parigi, studente modello presso il severo e antico Collège des Grassins, terminati gli studi, rifiutò d’imboccare la carriera ecclesiastica verso cui era stato instradato per lanciarsi nella spumeggiante vita artistica della capitale, frequentando salotti e scrivendo commedie, corteggiato da donne di lusso ed enciclopedisti. Si fece una fama di libertino impenitente e, tra le altre, sedusse mademoiselle Guimard, alla quale un rapporto di polizia attribuiva «il seno più bello del mondo». Il filosofo Voltaire salutò in lui il nuovo Racine e il romanziere Mirabeau lo prese a modello d’indipendenza morale. Noto per la sua attività di commediografo, librettista e pamphlettista, iniziò per il proprio piacere a scrivere aforismi che tenne per sé. Da monarchico, si avvicinò alla politica, s’iscrisse alla massoneria, ricoprì cariche pubbliche, strinse amicizia col giovane Talleyrand, il futuro primo ministro francese. Anche all’apice, però, non mancarono i bassi. Non con tutti i torti fu accusato di plagio. Le sue gesta amatorie gli costarono una malattia venerea che guastò la sua salute e la sua bellezza. Amò una donna che perse prematuramente e s’innamorò di un’altra da che lo rifiutò. Le critiche teatrali non lo risparmiarono. Conscio del suo limitato talento drammaturgico, smise di scrivere per le scene. Nel frattempo, la Rivoluzione cominciava a infiammare gli animi e lui si lanciò a capofitto nella vita politica. Camaleontico, per non dire trasformista, abbracciò gli ideali rivoluzionari, prima da moderato, poi da giacobino, infine da girondino. A furia di rinnegare il passato, si fece il vuoto intorno. Venne il sanguinoso 1793, l’anno del Terrore: a maggio Robespierre accusò la Gironda di corruzione e controrivoluzione, a giugno principiarono gli arresti dei capi girondini, a luglio venne assassinato Marat, ritenuto uno dei principali fautori del Terrore. Sangue chiama sangue. Alla notizia del pugnalamento di Marat, invece di starsene in campana, Chamfort esultò pubblicamente, povero ingenuo, e fu denunciato per apologia di reato. A settembre fu arrestato. Dopo due giorni di reclusione nell’ex convento delle Madelonnettes, divenuto la famigerata prigione dei nemici della Rivoluzione, gli furono concessi gli arresti domiciliari. Ma era ormai nel mirino dei delatori. I primi di novembre caddero le teste di una ventina di esponenti girondini processati sommariamente. In quegli stessi drammatici giorni, Chamfort apprese dalla sua guardia di custodia che una seconda reclusione era imminente. Allora si sentì davvero perduto. Con un’immaginazione come la sua, si sarà visto a marcire in una lurida e umida tana, vessato da torvi carcerieri, brutalizzato da avanzi di galera, smangiucchiato da cimici grasse come criceti, in attesa dell’esecuzione capitale. Meglio farla finita subito, si sarà detto su due piedi.

Eccolo nella sua sala da bagno. È il 5 novembre 1793. In mano tiene una rivoltella carica. Punta al cuore e fa fuoco. La pallottola rimbalza su un osso e gli centra un occhio, dopo avergli spappolato il naso nel tragitto. Ancora in vita, getta l’arma per terra. Afferra un rasoio e lo porta alla gola per sgozzarsi. Fallisce nuovamente, ma il macello continua. Esasperato, si accanisce con la lama su tutto corpo. Si strazia, si dissangua. Sopravvive. «Che volete, ecco cosa capita a chi non ci sa fare con le mani, non si è capaci nemmeno di uccidersi», dirà a un amico, uno dei pochi rimasti, accorso a visitarlo. A piede libero, tutto piaghe, mezzo cieco, è costretto a vendere i suoi amati libri per sfamarsi. Si rintana in un seminterrato in rue de Chabanais. Solo come una bestia tignosa, crepa per un’infezione dovuta alle ferite che si era autoinflitto in quel bagno degli orrori dove la morte era stata soltanto differita. È il 13 aprile 1794. Tre mesi dopo, il 27 luglio, il regime del Terrore crollerà con l’arresto di Robespierre, ghigliottinato l’indomani.

Ho indugiato sulla vita di Chamfort affinché non si leggessero i seguenti pensieri come gli sfoghi di un asceta ritiratosi dal consorzio umano o di un criticone tagliato fuori dal giro grosso. Chamfort non fu un lupo solitario e nemmeno la volpe che disprezza l’uva. Egli ha vissuto in prima persona i passaggi cruciali della sua epoca. Ha compiuto e sentito e desiderato molto di quanto scrivendo ha condannato. Fedele giusto a se stesso, talvolta nobile, talvolta meschino, complice e vittima del potere, ha oscillato come un bandieruola, restando però sulla pagina solido come un albero maestro. Del cortocircuito che scatta tra la sua vita e il suo pensiero non si viene facilmente a capo. In ultima analisi, il suo pulpito è quello di un artista che s’è infognato nella politica e c’ha lasciato le penne, un pensatore che ha indagato le due facce della medaglia, un bastardo cronico che avrà pure predicato bene e razzolato male ma pagando i propri errori col proprio sangue, uno scrittore che dal suo naufragio ha tratto una lezione impagabile a beneficio dei posteri: una lezione di saggezza diffidente.

Mi sono limitato alla scelta di 10 pensieri, non uno di più, per non fare come il mangiatore di ciliegie che inizia scegliendo le migliori e alla fine si abbuffa, parafrasando un aforisma dello stesso Chamfort. Nel trascriverli mi sono preso delle libertà. Ho collocato i pensieri in una sequenza personale e vi ho apposto 10 sostantivi a mo’ di titolo. Ho interrotto qualcosa e accorpato qualcos’altro. L’augurio è che questi pensieri, come un purgante, favoriscano l’espulsione di certi inganni di cui siamo imbottiti, invogliando all’esplorazione del loro prezioso quanto negletto autore.

Trionfo della Ghigliottina (1795?) di Nicolas-Antoine Taunay (dettaglio)

I. Conoscenza

Ciò che conosciamo meglio è 1) quello che abbiamo intuito; 2) quello che abbiamo appreso dall’esperienza degli uomini e delle cose; 3) quello che abbiamo appreso, non nei libri, ma dai libri, cioè dalle riflessioni che fanno fare; 4) quello che si apprende nei libri o con dei maestri.

II. Posizione

Il filosofo guarda a quello che si definisce avere una posizione come i tartari guardano alle città, cioè come a una prigione. È un cerchio in cui le idee si comprimono, si concentrano, togliendo all’anima e alla mente la loro estensione e la loro capacità di sviluppo. L’uomo con una grande posizione nella società ha solo una prigione più grande e più adorna. Chi ce l’ha piccola sta in una segreta.

III. Gradimento

Quando un uomo amabile nutre la piccola ambizione di piacere ad altri che non siano i suoi amici, come fanno tanti, soprattutto tra i letterati, per i quali piacere è come una professione, è chiaro che non può esservi spinto se non dall’interesse o dalla vanità. Deve scegliere tra il ruolo di cortigiana o quello di civetta, o, se si preferisce, di attore. L’uomo che si rende amabile a una cerchia ristretta, perché si trova bene, è il solo che si comporta in maniera assennata.

IV. Giudizio

Se si esaminasse esattamente la combinazione di quali rare qualità della mente e dell’anima siano necessarie per giudicare, sentire e apprezzare i buoni versi: il tatto, la finezza degli organi, dell’orecchio e dell’intelligenza, ecc., ci si convincerebbe che, malgrado le pretese di ogni classe sociale di saper giudicare le opere d’intrattenimento, i poeti hanno di fatto ancora meno giudici dei matematici.

V. Valore

Il valore degli uomini è come quello dei diamanti a cui, fino a una certa dimensione, la purezza e la perfezione assegnano un prezzo fisso e stabilito, ma, quando superano questa misura, non hanno prezzo e non trovano compratori.

VI. Truffa

Qualcuno ha detto che prendere dagli antichi è una forma superiore di pirateria, ma saccheggiare i moderni è scippare all’angolo delle vie. La maggior parte dei libri di oggi sembrano essere stati fatti in un giorno con i libri letti il giorno prima.

VII. Successo

Ciò che fa il successo di una quantità di opere è il rapporto esistente tra la mediocrità delle idee dell’autore e la mediocrità delle idee del pubblico. Ai nostri giorni, in teatro e in letteratura hanno successo quasi solo quelli che fanno ridere.

VIII. Intelligenza

Non si è intelligenti perché si hanno molte idee, così come non si è un buon generale perché si hanno molti soldati.

IX. Misantropia

È quasi impossibile che un filosofo, un poeta, non siano misantropi: 1) perché la loro inclinazione e il loro talento li portano a osservare la società, uno studio che affligge costantemente il cuore; 2) perché il loro talento non è quasi mai ricompensato dalla società (è già una fortuna se non viene punito), e questo motivo di afflizione non fa che raddoppiare la loro malinconia.

X. Creazione

Un tale disse a Voltaire, il quale abusava del lavoro e del caffè, che si stava uccidendo. «Sono nato ucciso», rispose.

Ritratto di Chamfort (dettaglio)

I pensieri sono tratti da Chamfort, Massime, pensieri, caratteri e aneddoti, a cura di Bruno Nacci, Giunti, Firenze 1997, in particolare dalla sezione Sui dotti e i letterati.








pubblicato da j.costantino nella rubrica emergenza di specie il 1 gennaio 2017