Cinquanta euro

Tommaso Giagni



Man mano s’affacciano in tanti dai balconi del comprensorio, accorre intorno la gente del quartiere. Il Nano e Sandrino stanno in mezzo alla strada, a qualche metro l’uno dall’altro, immobili guardandosi mentre il sole di mezzogiorno divora l’aria. Appoggiata contro la recinzione di ferro, a fissare la scena se ne sta tutta la loro comitiva – dodici tredicenni che la sera vanno alle Panchine perché a Roma ancora non ce li mandano. I due si fronteggiano da interi minuti, tanto che la banconota da terra ha già piroettato in un soffio di vento caldo per ricadere poi nell’esatto punto a metà tra loro. Il fratello grande del Nano sta chinato alla finestra della palazzina F e non s’azzarda a mettersi la canottiera e scendere, pure se non lo calma neanche il tic di toccarsi il naso. Il padre di Sandrino era già in strada quando i ragazzini si sono sfidati fermandosi; ora non riesce a cacciarsi via il sorriso, mentre col cellulare fa il video della scena – reggendo il “Corriere” sotto l’ascella.

Non conta se questi cinquanta euro siano usciti dalla tasca del Nano o di Sandrino, né conta se fossero già a terra da prima che loro s’incrociassero in quel punto. Se facciano parte della pensione minima del Vedovo di ritorno dal mercato o se siano fasulli come volantini pubblicitari, neanche, conta. Stanno lì a portata di mano, e tanto basta. L’uno e l’altro guardano gli occhi, le spalle che hanno di fronte... si spingono a controllare quanto le ginocchia siano piegate, l’apertura dell’angolo sotto i calzoncini impolverati. Guardare la banconota sarebbe una quasi sconfitta, dichiararsi nervosi. La figura che i due corpi contrapposti formano, consacrata dal silenzio che la circonda, arresta le auto e gli scooter all’altezza del bar di Franco e costringe a spegnere i motori.

Gli altri della comitiva non commentano fra loro, non vogliono perdersi un dettaglio: se i grandi osservano tenendo il respiro, starà per succedere qualcosa di stupefacente. Anche se l’hanno viste le dinamiche nei gruppi dei più grandi, anche se capiscono perché il Ciccio porta le sigarette a Glenngrant e non succede il contrario... comunque gli sfugge perché il mondo adesso si sia fermato, perché tutta questa attenzione verso gli amichetti loro. In dieci dodici restano allora contro la recinzione di ferro, tormentandosi le dita a guardare senza rendersi conto che là – davanti a tutti, col pezzo da cinquanta a pochi passi – non potevano starci due qualsiasi di loro.

Il Nano deve lavarsi via il peccato d’avere come fratello un perdente, e la rabbia per le dita che lo segnano pietose ha saputo trasformarla da subito in forza. Il fratello è l’autista di Glenngrant, e tutti lo chiamano ‘il Servo’ perché in cambio di due ‘schicchere’ i soldi che gli girano dietro s’accontenta di sentirli frusciare soltanto. Il fascino del dannato che aureola Glenngrant, nel Servo diventa qualcosa di immorale: fare il male è considerato dalla comunità meglio che aiutare a farlo – ordinare di tagliuzzare un debitore è meno ipocrita che rimediare il filo spinato. Perciò il Nano, all’interno della sua comitiva, è quello che spara più in alto: quello che non va a recuperare il pallone quando finisce nei campi, ma che poi conquista una panchina in più contrattando con i sedici diciassettenni. Il più svelto a fare proposte, prendere decisioni, scavalcare i muri senza paura... il più serio quando si gioca a far’a botte. Morde per non stare in porta a ‘tedesca’ neanche quando viene sorteggiato lui: litiga, strappa, poi se qualcuno piange gli dà sulla guancia un pugnetto che è la sua carezza. Di fatto il padre non ce l’ha avuto perché gli s’è ammalato subito. La madre è impiegata alle poste, e ogni domenica il Nano vestito bene l’accompagna a messa per aiutarla a sostenere la testa di contro le malignità sul figlio grande.

Sandrino ha tutta un’altra storia, e si vede già dalla corporatura: spalle aperte al mondo, gambe molli di chi non ha da correre rapido più degli altri... l’opposto, in confronto a quella nervosa e ingusciata del Nano. La madre lavora come commessa quando serve da arrotondare. Il padre è elettricista, da poco è riuscito a farsi una ditta sua; è amico di tutti, ma il Quartiere con lui si prende meno confidenza da quando ha fatto un lavoro a casa di Totti e può tirarti fuori la foto con lui stretto fra “’r capitano” e Ilary nella loro sala da pranzo. In verità, Sandrino sarebbe stato apprezzato così dalla comitiva anche senza questa storia del padre e la fotografia: è uno sempre positivo che non fa pesare la sua allegria, che vince senza fatica e conserva intatta la gentilezza dei puri. È il suo il nome che le ragazzine della comitiva scrivono sul diario, e lui neanche se ne accorge perché trova naturale sorridere o arrossire. I maschi ci stanno bene insieme, però non gli è piaciuto per niente quand’ha incassato le provocazioni dalla comitiva dell’altro comprensorio senza reagire: quelli s’erano avvicinati fino al bar di Franco con dei motorini rimediati chissà come, e quando hanno proposto la gara Sandrino s’è rifiutato a nome di tutti loro perché non hanno quattordici anni.

Gli sterpi dei campi stramazzano nel caldo, lungo un lato; quello opposto del comprensorio è un’infilata di palchi a forma di finestre e balconi arrugginiti, con gli spettatori che religiosamente rispettano l’atto. Sul dorso della mano, il Nano si raccoglie il sudore della fronte. Sandrino giocherella col bordo dei calzoncini. Da una finestra aperta, un improvviso pianto di bambino rompe l’incantesimo dell’equilibrio: ecco che Sandrino s’inginocchia verso la banconota, e slanciandosi con tutta la sua pesantezza l’afferra... mentre il Nano seccamente rimane dov’è, ghignando da sopra i suoi muscoletti che anche a riposo sembrano formicolare. Chi vuole essere qualcuno non s’accontenta, non s’attacca a cinquanta poveri euro abbassandosi a sporcarsi le dita: “’i spicci” sono per gli accattoni. Uno sciame di ululii liberazione fischi va allora distendendosi sulla strada, arrampicandosi sulle palazzine, colando sui campi: il Quartiere onora il Nano, come va onorato un promesso leader di quelli che nascono ogni tanto. Sandrino se ne resta con la banconota in mano, a testa bassa – senza cercare lo sguardo degli amici, già sapendo che non lo troverebbe più.








pubblicato da m.cerino nella rubrica racconti il 2 febbraio 2011