Poeti in fondo al pozzo

Tiziano Scarpa



Di questi giorni, per non dimenticarlo, voglio assolutamente registrare uno stato d’animo che non avevo mai provato in maniera così forte. È il senso di morte, di oppressione, di angoscia che mi procurano le notizie sulla giunta comunale di Roma.

Voglio lasciare una traccia, una prova per quando, un giorno, mi sembrerà molto più adulto e sensato alzare le spalle dicendomi “ma dài, la tua è l’esagerazione del ricordo; stai ingigantendo retrospettivamente; non è possibile che in quei momenti tu abbia provato una cosa simile; non è possibile provarle mai, queste cose”.

Altri commentatori, secondo la loro professione e il loro temperamento, hanno reagito con opinioni informate, opportunistiche, equilibrate, ciniche; molti – perfino qualche scrittore – si sono messi a dire che cosa deve o non deve fare la sindaca, se deve dimettersi o stare al suo posto.

Da parte mia, sento che è mio dovere registrare questo stato d’animo di morte. Perché da quel grumo di fatti gronda qualcosa di mortifero. Di diabolico e spettrale.

Occhi notturni, luci giallastre su volti attoniti di giovani parlamentari. Ciuffi di microfoni in agguato fuori dai portoni, a notte fonda. Riunioni infinite, fasi Rem vissute a occhi aperti, tutto all’interno è bunker, tutto all’esterno è abisso, visioni che si impastano con l’insonnia, con l’esasperazione, con la disperazione. Corpi esausti percorsi da brividi elettrici. Restare svegli a discutere nella sala notturna. Un lavandino di acqua fresca in cui immergere la faccia nel bagno buio. Citazioni di grandi uomini morti, lingue vive e minuscole che guizzano dalla bocca dei morti. Una barba nera in disparte, un paio di occhi scuri nella foto di gruppo, pochi mesi fa. L’avidità, l’impostura, la furbizia.

L’arresto di Raffaele Marra, e, a ritroso, l’ostinazione di Virginia Raggi nel difenderlo, la scelta di avvalersi di persone palesemente implicate con il sistema di potere che si intendeva smantellare; e, dall’altra parte, la capacità di insinuarsi, di conquistare fiducia, di rendersi indispensabili, di pilotare e dirigere. Il suicidio di un’utopia che si getta fra le braccia del nemico. Tutto questo ha qualcosa di orrendamente cupo, è come quelle scene horror archetipiche, dove si vede qualcosa di roseo cadere in un pozzo di putredine abitato da zanne e bave.

Anche se non mi sento parte del MoVimento 5 Stelle, come faccio a non riconoscere che ha dato un immane, benefico scossone a tutta la politica e la società italiana? Che ha messo in moto cose che rimanevano inerti, denunciate sulla carta o sullo schermo? Come dimenticare il senso di impotenza per tutte quelle inchieste di giornalisti che facevano indignare mezza Italia e tre quarti di facebook e che poi nessun politico raccoglieva?

Io ho provato un fortissimo senso di lutto. Il poeta – il piccolo bimbo illuso e imbecille che è in me – non può non tremare di orrore vedendo altri poeti dibattersi nel pozzo nero, fra le bave e le zanne.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 19 dicembre 2016